La voglia dei cazzi

28.04.2026

Ma che c...osa mi racconti!

E vabbe', con questo mi giocherò la reputazione: affronterò i commenti indignati delle signore, le risatine maliziose dei signori, vedrò sparire di botto tutti i seguaci e resterò abbandonata e solitaria a vergare recensioni che nessuno leggerà. Tutto per essere stata fedele al motto del mio profilo, "Homo sum, humani nihil a me alienum puto", e a quello che costituisce l'altra mia bussola, "Sapere aude" di orazio-kantiana memoria. Eppure i più attenti avrebbero dovuto avere qualche sospetto, sbirciando nella mia libreria avrebbero dovuto notare, esposti in bella vista, testi quali "Come insultavano gli antichi",  "Elogio del turpiloquio", "Parolacce".
Bene ora vediamo di che cazzo (oops) si parla nel libro. L'autore è lo stimato Alessandro Barbero, accademico di vaglia e autentica star di youtube, grazie alle sue brillanti, seguitissime, conferenze. Il noto medievista, dunque, rimanendo nel settore di sua competenza, ha tradotto e volto in prosa venti racconti tratti dai fabliaux (dal latino fabula), favolelli (carino!) in italiano, diffusi in Francia in epoca medievale; brevi composizioni in rima, di contenuto licenzioso e satirico, contes à rire en vers secondo l'azzeccata definizione di Joseph Bèdier, uno dei primi studiosi del genere. Il tema principale è la sessualità, trattata in maniera esplicita e realistica, non mancano tradimenti, adulteri, beffe, disavventure di vario genere, di cui si rendono protagonisti o vittime, contadini, borghesi, esponenti del clero. Dai fabliaux discenderanno le novelle, e il nome di Boccaccio è ovviamente il primo, ma non sarà il solo, a venire alla mente. In italiano si possono leggere nel volume omonimo della prestigiosa collana I millenni di Einaudi, o meglio li potrete leggere se li cercherete, come ho fatto io, nel mercato dell'usato.
I racconti tradotti in prosa da Barbero sono davvero spassosi, e a me è venuta la voglia di c... conoscere, che avete capito? la versione originale, per questo mi sono messa in caccia del volume einaudiano che presenta traduzione e testo a fronte, per chi mastica un po' di francese è un vero piacere affrontare la lettura, facendola magari ad alta voce.
Un'ultima considerazione, quest'opera, che occupa un degno posto nella storia della letteratura, contribuisce anche a sfatare i pregiudizi e i luoghi comuni che dipingono il Medio Evo come un'epoca oscurantista e repressa, i secoli bui, appunto; un falso storico che il professor Barbero da molti anni non si stanca di picconare nel suo pregevole lavoro di divulgazione.

Una delle più complete edizioni italiane con testo a fronte.

Prima di sfogliare il libro ascoltiamo l'autore (ma anche dopo)

Sfogliando il libro

Nel Roman de la Rose di Jean de Meung, composto durante la seconda metà del XIII secolo, ha luogo un memorabile dibattito fra Ragione e l'Amante, a proposito delle parole oscene. Ragione, rappresentata come una giovane sicura di sé e tutt'altro che timida, nel suo prolisso discorso ha usato la parola coilles (coglioni), con indignazione dell'Amante: "E non vi ritengo cortese, che mi avete menzionato i coglioni: che non stanno per niente bene in bocca a una ragazza ben educata". Se dovete proprio parlare di queste cose, aggiunge l'Amante, seguite almeno l'esempio delle balie, che quando maneggiano e lavano i neonati impiegano ogni sorta di graziosi nomignoli.
La risposta di Ragione è, inevitabilmente, un modello di quell'ottimistico, razionale naturalismo così diffuso fra gli intellettuali duecenteschi. Qualunque cosa buona in sé, osserva, può essere chiamata col suo vero nome; non debbo vergognarmi "se chiamo col solo testo, senza aggiungere glosse, quelle nobili cose che il Padre mio in Paradiso fabbricò un tempo con le sue mani; perché volentieri, e non controvoglia, Dio ha messo nei coglioni e nel cazzo forza di generazione". L'Amante, debitamente scioccato, cerca di riprendere il sopravvento argomentando che Dio, si sa, ha creato le cose, ma non le parole. Ragione, tuttavia, è un avversario difficile da battere, e le teorie medievali del linguaggio erano già abbastanza sviluppate per provvederla di abbondanti argomentazioni. Forse, risponde, Dio non si è preoccupato di inventare i nomi per tutto ciò che ha creato, ma ha dato all'umanità la ragione e il linguaggio precisamente per consentire la creazione di una nomenclatura appropriata, come sapeva Platone. Ragione provvede poi a ridicolizzare l'argomentazione principale dell'avversario: l'Amante riconosce che gli organi sessuali, in quanto opera di Dio, non possono essere cosa malvagia, ma pretende che le parole con cui noi li designiamo siano malvage in sé; in realtà è vero proprio il contrario, perché queste parole ci appaiono sordide solo a causa dei nostri pregiudizi. "Se io, quando ho messo nome alle cose che tu tanto disprezzi, avessi chiamato reliquie i coglioni, e coglioni le reliquie, tu, che adesso mi rimproveri, avresti considerato brutta e volgare la parola reliquie". Quanto ai coglioni, aggiunge, ti parrebbe una parola meravigliosa, e saresti pronto a baciarli nei loro scrigni d'oro e d'argento.
Ma il fatto è, conclude Ragione, che quelle parole sono tutt'altro che sordide, anzi bellissime: "Coglioni è una bella parola e mi piace, e anche cazzo". Il tabù che le condanna nel linguaggio femminile è solo una sciocca abitudine: se le donne francesi fossero abituate fin dall'infanzia a chiamare le cose col loro vero nome, apprezzerebbero anche quelle parole, almeno quanto apprezzano ciò che esse designano. Così si potrebbe fare a meno di tutti gli assurdi nomignoli dettati da un ingiustificato pudore: "tutte quelle che ne parlano le chiamano non so come, borse, arnesi, cose, picche, pigne, neanche fossero spine; ma quando se le sentono incollate addosso, non gli sembra mica che pungano". 

Mappa dei nomi dialettali del pene, la trovate qui insieme a molte notizie.
https://www.parolacce.org/2024/11/11/termini-dialettali-per-i-genitali/

Una riduzione dal primo racconto che dà il titolo al volume.

[...] E mentre dorme sogna; sogna di essere alla fiera, ma una fiera come non se ne sono mai viste. Sui banchi e sotto i portici e nelle botteghe e in tutti gli angoli non si vendono pellicce, o telerie, o tessuti, come in tutte le fiere, e neanche coloranti o spezie, insomma nessuna merce, tranne una: cazzi e coglioni. Di quelli, però, ce n'era da perdere la testa: tutte le botteghe piene, su fino in soffitta, e continuamente ne arrivavano da tutte le parti, carri e carretti e facchini carichi di cazzi. Ma anche se ce n'erano tanti, non erano mica gratis, anzi erano tutti in vendita; uno buono costava trenta soldi, ma già per venti ne prendevi uno carino. Poi c'erano i cazzi da povera gente; prendendone uno piccolo, ci si poteva divertire già con dieci soldi, o anche meno. Li vendevano all'ingrosso e al minuto; i più grossi erano i migliori, e anche i più cari.

Be', come dire? La signora si guarda un po' intorno, e alla fine ne vede uno che le piace, lì su un banco, bello grosso e lungo. Fa finta di niente, si appoggia lì vicino e se lo guarda; per grosso, era grosso: nel buco ci passava una ciliegia, a buttarla dentro arrivava giù senza fermarsi fino in fondo ai coglioni, e quelli erano larghi come una pala: mai vista una roba simile. Be', la signora si mette a contrattare col padrone; meno di due marchi, fa quello, non lo venderei neanche a mia sorella. Non è mica un cazzo da niente, è fabbricato in Lorena, lì li sanno fare, e quest'anno, poi, i coglioni vanno di moda proprio così. Lo prenda, fa il padrone, lo prenda, che fa un affare! Senta, fa lei, è inutile farla tanto lunga, le dò cinquanta soldi, va bene? Guardi che non so dove le darebbero di più. Cinquanta soldi più le tasse, fa il padrone. Vabbé, più le tasse, fa la signora. Ci perdo, fa lui, ma proprio perché è lei! E vedrà quando lo prova, mi saprà dire qualcosa! Mi accenderà una candela, vedrà! Be', l'affare è concluso, e come si usa si battono il palmo della mano, e la signora, che sognava, senza accorgersene tira una sberla al marito che dormiva, così forte che gli lascia l'impronta delle dita sulla guancia. E si sveglia colla mano che le brucia, tanto forte l'ha schiaffeggiato, e anche il marito si sveglia di soprassalto, tutto spaventato. E lei ci rimane malissimo quando si accorge che è stato solo un sogno. E lui le fa, ma di', cosa ti è saltato in mente? [...] E lei, non so se ne aveva voglia o no, ma comunque alla fine gli ha raccontato tutto [...]
E lui le pianta il cazzo in mano, e poi, appena ha goduto un po', le fa: senti un po', questo qui che tieni in mano, quanto l'avresti pagato alla fiera? E lei gli fa: guarda, di questi potevi portarne anche una cassa piena, che nessuno ti dava un soldo. Anche i cazzi da poveretti, uno solo ne valeva due come il tuo; questo qui, laggiù, non lo guardavano nemmeno. Va be', fa lui, lasciamo perdere, ma intanto pigliati un po' questo qui, in mancanza di meglio; e lei, effettivamente, si è accontentata, e quella notte sono stati bene insieme. Però lui ha fatto una stupidaggine: il giorno dopo è andato a raccontarla a tutti, e così l'ho sentita anch'io, e ve l'ho raccontata. 

Massa Marittima, Palazzo dell'Abbondanza, Albero della fecondità 1265 ca https://it.wikipedia.org/wiki/Albero_della_fecondit%C3%A0

Dall'introduzione

[…] Con la loro esplicita franchezza i fabliaux parrebbero incarnare, a prima vista, una gioiosa, rabelaisiana libertà di linguaggio; in realtà le cose sono più complesse, come si scopre analizzando nel suo insieme questo ricchissimo corpus testuale (al di là, voglio dire, del ristretto campione qui proposto in traduzione italiana). In diversi casi il punto di partenza della narrazione è proprio la discrepanza fra il linguaggio e la realtà, provocata e spinta fino all'assurdo dalle convenzioni sociali. L'Esquiriel ("Lo scoiattolo") si apre con le ammonizioni di una ricca borghese di Rouen alla figlia di quattordici anni, messa in guardia contro la vergogna che minaccia una donna se si lascia scappare certe parole: "Perché una donna può finire nei guai se la sentono parlare come non dovrebbe. E soprattutto bada bene di non nominare quella cosa che gli uomini portano appesa".

L'avvertimento, com'è inevitabile, provoca la curiosità della ragazzina, che incalza la madre mettendola in crescente difficoltà: "Mamma, le fa, dimmi come si chiama e cos'è. - Taci, figlia, non oso dirlo. - E' quella cosa che pende fra le gambe a papà, eh, mamma? - Taci, figlia, nessuna donna perbene deve nominare quella canna che penzola fra le gambe degli uomini. - E cosa c'è di strano a nominare la canna? Non è quella che si usa per andare a pesca? - Taci, figlia, sei pazza! Non dire quella parola! Non si chiama canna, e noi donne non dobbiamo mai nominarlo, né davanti né dietro, quel pendaglio del diavolo! - Cos'è, mamma, è una lasca, un pesce di quelli che nuotano nel vivaio e nella fontana di papà?".
Disperata, alla fine la madre si lascia sfuggire la parola maledetta: "Figlia mia, è il cazzo; non credevo che stasera avrei pronunciato questa parola!". La ragazza, che deve aver letto il Roman de la Rose , trova esilarante tutta quella preoccupazione per una parola che ha già sentito pronunciare mille volte, e dichiara senz'altro che non vede perché non dovrebbe usarla anche lei: "Cazzo, disse, sant'Iddio, cazzo! Dirò cazzo anch'io, senza discussione. Cazzo, misericordia! Papà dice cazzo, mia sorella dice cazzo, mio fratello dice cazzo, la cameriera dice cazzo, e cazzo qua e cazzo là, tutti dicono cazzo quando gli pare! Anche tu, mamma, dici cazzo. E io, scema, cos'ho fatto che non posso dire cazzo? Lo dirò eccome, cazzo, mi do il permesso da sola.
[…] La testimonianza di questi testi sembra indicare che il tabù linguistico era sì largamente diffuso nella società medievale, ma in modo settoriale, secondo una doppia articolazione: sociale e di genere. Jean de Meung, come la borghese di Rouen nell' Esquiriel, è esplicito nell'attribuirlo al linguaggio femminile: sono le donne, e solo loro, che arretrano di fronte a certe parole (o che devono evitarle se non vogliono essere criticate, secondo la versione della borghese). Ma all'interno del genere, il livello sociale introduce una seconda differenza: i fabliaux dimostrano che in casa d'un contadino o d'un borghese anche le domestiche usano liberamente certe parole. Anzi la figlia della borghese di Rouen rinfaccia alla madre che quella parola, che si vorrebbe proibirle di pronunciare, è di uso corrente in casa, non solo da parte del padre e del fratello, e neppure della domestica, ma della sorella e della stessa madre. [...]
Per una donna, dunque, evitare certe parole non è soltanto questione del rispetto dovuto al suo sesso, ma anche di affermare la propria posizione sociale; come conferma, ancora una volta, la borghese di Rouen, che quasi incidentalmente attribuisce alle donne non perbene quella libertà di parola da cui mette in guardia la figlia. E gli uomini? Si è tentati di pensare che fra di loro il tabù non esistesse, a nessun livello sociale, tant'è vero che in contesti anche solenni e ufficiali, ma esclusivamente maschili, come ad esempio quello giudiziario, certe parole erano regolarmente in uso: le duecentesche Assises de Jérusalem non stabiliscono forse, a proposito del colpevole di determinati reati, "qu'il deit aveir copé le vit o toutes les coilles" ("che bisogna tagliargli il cazzo con tutti i coglioni")?

Albero della Fecondità  particolare

Gralli

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