Le interviste impossibili

21.05.2026

Alcune interviste tratte dalla trasmissione radiofonica omonima della  Rai negli anni 1974-75

Scusi, permette una domanda?

Una particolare discesa agli inferi, un viaggiatore curioso e dotto, ma anche un poco esitante, si aggira fra le ombre individuandone dodici - illustri nella vita (anche immaginaria) per ingegno, avventura, ruolo ricoperto, capacità di inganno - per dar luogo ad interviste rispettose e gentili, e tuttavia implacabili, nell'intento di strappar loro qualche segreto sul loro agire ed operare. Fedro, Dickens, Tutankhamon, Casanova, Marco Polo, Harun Al Rashid, Eusapia Paladino, Re Desiderio, Nostradamus, De Amicis, Fregoli, Gaudì, inquieti ectoplasmi, si direbbe che trovino conforto nel confidare a questo ascoltatore comprensivo e disponibile, paure, ossessioni, aspirazioni, frustrazioni, tormenti che il destino o l'ambizione hanno imposto loro.
Il piccolo Tutankhamon derubato dell'infanzia da una regalità precoce; le paure di una vita in perpetua fuga di Casanova, il paradosso della morte per la medium Paladino; la speranza di Nostradamus in una fine che lo liberi dalla fatica di scrutare il futuro; i trucchi del mestiere di Dickens; la confessione delle millanterie del Milione da parte di Marco Polo; le angosce identitarie di Fregoli e molto altro.
Un gioco raffinato e intelligente, e un Manganelli, possiamo dirlo? Più accessibile.

Giorgio Manganelli da Wikipedia

Sfogliando il libro

EDMONDO DE AMICIS

A Signore, mi consente di rivolgerle la parola? Sarei lietissimo se lei mi accordasse un breve colloquio.

B. Scusi, un momento, mi consenta di guardarla con qualche attenzione; non si offenda, non è diffidenza per lei, ma il fatto è che da quanti mai anni, qui, di colloqui se ne fanno assai pochi. Ho perso l'abitudine alle belle frequentazioni mondane, che erano uno dei miei schietti piaceri. Noto che lei non ha né guanti, né mazza con pomo d'argento, non ha cappotto, che potrei benevolmente attribuire alla mitezza del clima di costassù, ma non ha neppure panciotto; e la sua giacca è di taglio che ai miei occhi pare non autorevole; le scarpe sono generiche, e non riesco ad apprezzarne la forma, senza quelle amabili sporgenze di lato.

A. Io mi sento non osservato, ma piuttosto esplorato.

B. Ai miei tempi, gli ordini sociali erano ben riconoscibili dall'abbigliamento; e questo dava dignità sia all'umile vestiario dell'uomo di fatica, che alla bella e pacata veste dell'uomo di cultura e di prestigio. È del tutto evidente che lei è non senatore del regno.

A. Infatti. Oltre a tutto il regno è scomparso.

B. Via, via, son cose che si dicono; il Colosseo non cade, Torino non invecchia, i regni si emendano ma si trasmettono.

A. In qualche modo è vero; e tuttavia, da un punto di vista istituzionale di regno in Italia non v'è più traccia.

B. A me basta aver ragione, come lei dice, «in qualche modo»; dopo tutto, siamo entrambi italiani, no? La sua pronuncia, sebbene difettosa, e un po' plebea al mio orecchio pastosamente torinese, mi dà per certo che questa lingua è sua, non già appresa a scuola, ma dalle sante labbra di una madre.

A. Difatti è così.

B. Ora, prima di sapere di quale mai colloquio si tratti, vorrei giungere a certe conclusioni sulla sua condizione sociale; la prego, non mi dica nulla, se è uomo d'onore; questo svago può occupare i miei ricordi per un secolo. È fuor di ogni dubbio che lei non è di condizione illustre.

A. Mi è difficile negarlo; ma ai nostri tempi...

B. Non voglio sapere nulla dei suoi tempi. Più la scruto e indago, più mi pare probabile che lei sia un povero.

A. Se lei allude alla faticata modestia dei miei redditi...

B. Non crederà che un gentiluomo voglia sapere alcunché dei suoi redditi; quando dico che, a mio avviso, lei è un povero, intendo dire che lei appartiene a una classe sociale umile, una categoria di mal provveduti, di sfortunati, di tapini: io amo i poveri, e se lei è un povero, io le do il benvenuto. Mi dica: è lei muratore, bigliettario sulle ferrovie, o guida carriole in industriosi cantieri edili? In ogni caso, io non esiterei a stringerle la mano; e se posso darle un aiuto, amico mio, sono qui per questo; a un tipo come lei possono servire un vestito usato – del tutto decoroso, sia ben chiaro – o giovare una buona cioccolata con le cialde, e se lei mi sporcasse di onesta calcina il divano del salotto, io farei mostra di non accorgermene. Io amo i poveri.

A. Le mutate condizioni, caro signore, rendono difficile una collocazione sociale sul genere di quella che lei ritiene convenirmi. I poveri, gli umili...

B. Non mi dica che sono scomparsi, sarebbe un buon motivo per non volerne sapere nulla, del vostro mondo.

A. No, non sono scomparsi, ma hanno cambiato carattere.

B. Io amo i poveri, e soffrirei in un mondo senza poveri; i poveri sono le brioches dell'anima, e a me laico incontrarli era come un perpetuo natale. Ma c'è qualcosa di meglio di un povero.

A. Sarei lieto di saperlo da lei, che ne è tanto pratico e conoscitore, signor De Amicis.

B. Sì: è vero, io ero un conoscitore di poveri; un assaggiatore di proletari. Vede, scrutare certe case della Torino vecchia, fatiscenti e torve, mi turbava e commuoveva, come un bicchiere di onesto vino. Quando camminavo, tenevo d'occhio le scarpe sfondate, le calze rammendate, i gomiti lisi, le camicie pulite – dovevano essere pulite – ma affrante; apprezzavo come pochi la camminata pesante del facchino, quella sfiancata delle lavandaie, il passo ciondoloni del muratore abituato a camminar di trave in trave, il passo secco e svelto del ferroviere; e poi, il modo di salutare: se taluno è troppo umile, raffrenarlo con la benevolenza della mano, se del tutto abietto, sollecitamente chiedergli se una qualche disgrazia l'abbia a tal punto prostrato; ove le cose stiano diversamente, diversamente, rammentargli che egli è cittadino; al timido e schivo salutante andare incontro con gesto cordiale e amico; e bel sorriso, meglio se baffuto; se taluno, indispettito dal vino, appare neghittoso e crucciato, benevolmente ammonirlo, esortarlo, spronarlo; mostrargli che nella vita, la prego di citarla con iniziale maiuscola, vi sono mete nobili e degne; infine, rammenterò l'odore dei poveri cibi che filtrava sulla strada: con lieve ribrezzo apprezzavo i cavoli, le povere zuppe, i sughi miseri e fastosi di cui condivano le loro minestre. Un povero è una miniera inesauribile di osservazioni umane, di esercitazioni dell'anima, di perfezionamento morale. Se non avete poveri, non sapete quel che avete perso. 

NOTA L'intervista è abbastanza lunga, ma il video la riporta integralmente: si potrà apprezzare l'elegante e affilata ironia di Manganelli che trafigge la retorica pauperista deamicisiana senza pietà.

Edmondo De Amicis da Wikipedia

FREGOLI

Lei mi capisce, da che sono morto, nella misura in cui può morire un uomo come me, io non imito più solo i miei effimeri contemporanei, i Giolitti, i de Pretis, la Malibran... imito tutta la storia del mondo. E non sempre per divertire, per dilettare le platee, giacché io qui dimoro in un deserto pressoché ininterrotto, ma perché imitare non è la mia vocazione professionale, è la mia per quanto consunta consistenza.
A. Ma che significa per lei, imitare? Lei è diventato, lo saprà, un emblema, un nome comune, «è un Fregoli», diciamo sulla terra. Lei era una figura da burla, e insieme c'era qualcosa di sinistro in quella sua mostruosa vocazione mimetica... essere altri, cogliere quei segni inconfondibili che fanno un essere umano così tetramente riconoscibile nella folla degli uguali... Segni perituri, ma in qualche modo trascritti nel gran registro dell'universo. C'era in lei qualcosa della spia, dell'angelo custode burlone, del poliziotto, del delatore, e la plasticità del fantasma, dell'ectoplasma che esce dalla bocca della medium e si fa mano, vecchio con barba, gatto, fazzoletto...

B. Che fosse una qualità sinistra, lei lo dice non senza ragione; e così la vivevo, tra le risate infinite degli altri. Imitare, che cosa era per me? Era correre un rischio. Non si cattura impunemente l'ombra di un uomo, un suo tic nervoso, una bizzarra stortura della pronuncia. Ci si avvicina appunto ai contrassegni del destino, e basta nulla per precipitare in quel destino, come un suicida nel lago. Come è vischioso un essere umano, basta toccarne una mano deperibile, ma toccarla veramente, e sentirla insieme oggetto e viva, e subito cominciamo a slittare, siamo in una mota di corpo e anima e destino, ci si districa, ci si dibatte, si sfiora la 'sua' morte, la morte dell'altro... Mi creda, era molto più difficile disimitare che imitare... Quel salto finale fuori da un personaggio, era sempre un salto mortale. C'era una gioia empia in quel maneggiare i destini altrui, camminare dentro il labirinto di un altro. Irridere un destino; contraffare i marchi depositati di un corpo, un gesto, una smorfia... Una spia, lei dice? Un delatore? Sì, mi piace; ma per chi, di grazia? Agli ordini di chi? Lei dirà: era la vocazione della spia, la pura vocazione, il delatore prepara cartelle segrete, quaderni di appunti, che poi brucia: manca il destinatario, non il mittente.
A. Appunto. Ma dunque lei può anche essere se stesso? In questo momento è Fregoli, o lo imita?

B. Né l'uno, né l'altro. Dacché sono morto, non riesco più a essere Fregoli. Il rischio è veramente mortale. Capisce, se io cado dentro di me, non ne esco più, e questa, se non sbaglio, assomiglia dannatamente alla dannazione. Lei dice: un imitatore di Fregoli; ma un imitatore di Fregoli deve entrare in Fregoli, inabissarsi in questo, questo... diciamo, questo niente, questa nebbia. E poiché il Fregoli terrestre ha, così deviatamente, surrettiziamente, mentitamente vissuto un discontinuo ma suo proprio destino, e vissuto fino in fondo, il rischio sarebbe irreparabile. Un imitatore di Fregoli rischierebbe di cadere dentro il destino di Fregoli, e lì miseramente annegare, come uno sventurato perduto in un intrico di sabbie mobili e morbide paludi letali. Ma chi sono, io, dunque? Lei me lo chiede?

NOTA Si comprende già da questo breve estratto, che queste interviste non sono delle semplici parodie, sia pure colte, qui ciò che sottende la presentazione di un  personaggio di spettacolo è il  problema variegato e talvolta tragico dell'identità individuale.

Leopoldo Fregoli Locandina 1900 da Wikipedia

HARUN AL-RASHID (IL CALIFFO DI BAGHDAD)

A. Salute a te, principe dei credenti!

B. Sei un pessimo uomo di corte; ai miei tempi, ti avrei fatto decapitare immediatamente; ma ora non ho nessuno ai miei ordini; e tu mi chiami principe?

A. Non sei tu forse l'esempio, il modello di tutto ciò che vi fu di principesco ai tuoi tempi? La tua fama era grande in tutto il Mediterraneo; Carlo Magno era un bravaccio, a confronto della tua grazia ed eleganza.

B. Carlo Magno era un brav'uomo, ed era mio amico; certo, non era un califfo di Baghdad, era un poveraccio, un uomo semplice e tutto d'un pezzo; è vero, a Baghdad avevamo dei facchini che erano più colti di lui: uno ne ricordo, che scriveva poesia d'amore, con molta grazia, e un senso del ritmo non comune. Carlo Magno non conosceva l'oro, a quel tempo i vostri paesi erano poveri e avviliti: l'Europa mangiava in scodelle di legno, viveva in capanne, parlava lingue barbare, o un pessimo, degradato latino... Comunque, che io sia principe, oggi, è una fola da Mille e una notte ; e se non fosse stato per quel libro di eleganti menzogne, poco o nulla resterebbe del mio nome.

A. Non è vero; tu sei il più grande califfo di Baghdad.

B.  Io sono il califfo di Baghdad: bello, no? Imponente. Ma oggi è il titolo di un'opera buffa: eppure l'idea di essere un personaggio da melodramma, da fole e da musica, un personaggio in musica, non mi delude, né mi umilia; qui nessuno è più principe, ma ben pochi hanno questa esistenza indiretta, travestita, mascherata che a me è toccata in sorte; sono a tal punto finito ai limiti della storia, sono così prossimo a trasferirmi tutto nel mondo della burla, della fola, della cavatina, che non so più se i miei colleghi siano i sultani e i califfi, o i demoni e le fate, i ginn, i vecchi sapienti che operano miracoli. Morendo, ho conseguito la condizione che più mi era congeniale: ho deposto la carne imperfetta, e sono diventato così simile a un fantasma, una figura di magia, che talora comincio a riconoscermi.

A.  Dunque, da vivo tu non ti riconoscevi; non avevi identità.

B. Oh, avevo, avevo identità; questo appunto mi crucciava, mi logorava; essere un uomo solo, Harun al-Rashid, e nient'altro; io vedevo passare per le piazze assolate i miei soldati, i dotti, le donne segrete e fuggitive, i poeti, i santi, e mi crucciavo di poter essere solo un'unica persona, solo me stesso, un califfo pittoresco e fantasioso, e dunque tanto più chiuso nei confini senza passaporto del proprio corpo e del proprio compito. Se ero califfo, non potevo essere altro; e poiché essere califfo era estremamente impegnativo, anche lussuoso, la sorveglianza esercitata sul mio destino era specialmente accurata. Se talora amavo travestirmi per camminare di notte per la mia città, il mio travestimento mi pesava come una bestemmia contro il mio destino; eppure tutto il mio corpo era una imprecazione. Per questo diventai un uomo da favole e, infine, riuscii a lavorare la mia immagine in modo che nessuno seppe più se ero vero o falso.

A.  Le Mille e una notte ?

B. Sì, le Mille e una notte mi hanno aiutato: quel libro fascinoso e fatto in parti uguali di incantesimi e chiacchiere al mercato, quelle pagine pie e lascive in cui appaio e scompaio sono diventate il luogo del mio travestimento più accanito e accurato; anonimi contafavole mi hanno messo nella stessa compagnia di Sindibad il marinaio, e un po' alla volta ho preso qualcosa della loro ostinata inconsistenza, quella impossibilità ad essere logorati, che è il privilegio delle creature non nate e non nasciture. Come invidiavo quei viaggiatori inesistenti, quegli amanti eterni, inafferrabili, quelle donne, attraverso il cui corpo perfetto vedevo le stelle e l'aurora! Quelle immagini morivano appena stendevo la mano, e rinascevano non appena la ritraevo; se mi disponevo ad ascoltare, parlavano; e tanto più parlavano, con un recitato calore di vita, se simulavo di essere distratto; ma se volevo parlare con loro, le loro membra svanivano, restava a mezz'aria un segno di labbra, consunto e sfinito, che si muovevano senza suono. Eppure quelle esistenze inesistenti mi erano fraterne come nessun'altra; per quello io divenni... così strano, forse lievemente demente; non saprei come descrivere altrimenti il mio destino; conteneva un che di folle, di impossibile, di disumano. Credo che questa parola sia giusta: se volevo essere della stessa razza di Sindibad, cioè un viaggiatore ubiquitario ed eterno in quanto inesistente, dovevo rinunciare a essere umano. Io non potevo rinunciare totalmente a essere umano, non mi era consentito; pertanto io mi sono lacerato tra un luogo temporale, nel quale mi avvertivo singolarmente incarnato, e il luogo intemporale da cui provenivo, e cui volevo ritornare.

NOTA Califfo abbaside (Rayy 766-Baghdad 808). Figlio di al-Mahdi,  Il suo califfato conobbe l'inizio della disintegrazione dell'impero islamico, ai confini orientali e occidentali, nonostante le guerre fortunate condotte contro Bisanzio. (Treccani). La sua maggior fama, tuttavia, proviene dalle Mille e una notte: travestito da mercante percorreva i vicolo di Bagdad per conoscere da vicino la vita dei suoi sudditi e riparare alle ingiustizie.   

Ritratto di Harun al-Rashid seduto sul trono del Califfo, da un libro di storia islamica del XX secolo. Wikipedia

Gralli

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