Le memorie di Maigret

20.06.2026

Un gioco di specchi

Caro commissario,
grazie al signor Sim, ritornato in seguito ad essere di nuovo Simenon, noi lettori abbiamo partecipato alle sue imprese investigative, rallegrandoci dei suoi successi. Abbiamo conosciuto la sua burbera bonomia (un ossimoro che ben La descrive), la sua rassicurante umanità. Riconosciamo il profumo del tabacco della sua pipa e ci è noto il suo apprezzamento per la buona cucina. Ci è stata presentata la gentile signora Maigret, che con dolce ironia la accoglie e la consola quando Lei torna a casa. Un ritratto completo, che fa di Lei un caro amico per un grandissimo numero di lettori in tutto il mondo; tuttavia questa è una descrizione dall'esterno, fatta da qualcuno che la conosce bene sì, ma che resta pur sempre un'interpretazione soggettiva. Ora però, grazie alla pubblicazione di queste memorie, possiamo ascoltare direttamente la sua voce, l'altra campana come si dice. Finalmente Lei potrà chiarire alcuni aspetti del rapporto con il suo biografo che erano rimasti irrisolti; potrà sottolineare le differenze che intercorrono fra la sua reale persona e il personaggio raccontato da Simenon; ci parlerà con affettuosa nostalgia della sua infanzia, e della sua giovinezza, degli inizi della carriera, del suo matrimonio.

Statua raffigurante il commissario Maigret a Delfzijl, nei Paesi Bassi 

Un bel gioco di specchi: commissario Maigret o signor Simenon? C'è il suo nome su queste memorie, non vorrà dirmi che Maigret c'est moi! Chi fa le precisazioni puntigliose nel testo, il personaggio o l'autore che in qualche modo si giustifica e rettifica qualche errore? Quanti Maigret ci sono? Quello descritto da Simenon del quale conosciamo le imprese, quello che parla nelle memorie, quello che Simenon fa parlare nelle sue memorie, e siamo a tre.

Georges Simenon

Sfogliando il libro

  Capitava quasi ogni giorno che il Grande Capo mi convocasse una o più volte nel suo ufficio, al di fuori della riunione quotidiana: lo conoscevo da quando ero bambino, perché trascorreva spesso le vacanze vicino a casa nostra, nell'Allier, ed era amico di mio padre.
Ai miei occhi era il Grande Capo nel vero senso della parola: ai suoi ordini avevo fatto la gavetta alla Polizia giudiziaria; era stato lui che, pur senza favorirmi in alcun modo, aveva seguito passo passo la mia carriera con discrezione e dall'alto; ed era lui quello che avevo visto avanzare, in abito scuro e bombetta, completamente solo, tra il sibilo delle pallottole, verso l'ingresso della casupola in cui Bonnot e la sua banda tenevano testa da due giorni alla polizia e ai gendarmi.
Sto parlando di Xavier Guichard, con il suo sguardo beffardo e le lunghe chiome bianche da poeta.
«Si accomodi, Maigret».
La luce del giorno era così fioca, quella mattina, che la lampada verde sulla scrivania era accesa. Accanto al capo, in una poltrona, se ne stava seduto un giovanotto che si alzò in piedi per porgermi la mano quando fummo presentati.
«Il commissario Maigret, il signor Georges Sim, giornalista…».
«Romanziere, non giornalista» protestò sorridendo il giovanotto.
 Anche Xavier Guichard sorrise. Quell'uomo aveva a sua disposizione un'intera gamma di sorrisi, che rivelavano tutte le sfumature dei suoi pensieri. Ed era dotato di un genere di ironia che solo chi lo conosceva bene riusciva a cogliere e che gli altri potevano scambiare per ingenuità.
Quella volta mi parlò con un tono serissimo, come se si trattasse di una questione della massima importanza, di un personaggio di riguardo.
«Il signor Sim, per scrivere i suoi romanzi, ha necessità di conoscere a fondo il funzionamento della Polizia giudiziaria. Come mi ha appena detto, è qui dentro che si conclude buona parte delle tragedie umane. Mi ha anche spiegato che a interessargli non sono tanto i meccanismi interni della polizia, sui quali ha già avuto modo di documentarsi altrove, quanto l'ambiente in cui si svolgono le operazioni».
Nel frattempo io guardavo di sottecchi il giovanotto: doveva avere più o meno ventiquattro anni, era magro, con i capelli lunghi quasi quanto quelli del capo; e direi proprio che sembrava molto sicuro del fatto suo - e di certo assolutamente sicuro di sé.
«Vuole fargli lei gli onori di casa, Maigret?».
Mentre mi avviavo verso la porta, udii quel tale che diceva:
«Mi scusi, signor Guichard, ma ha dimenticato di dire al commissario…».
«Ah, sì! Ha ragione. Il signor Sim, come ha sottolineato lui stesso, non è un giornalista. Non corriamo il rischio di veder pubblicate cose che devono rimanere confidenziali. Mi ha promesso, senza che io glielo chiedessi, di utilizzare ciò che potrà vedere o sentire qui dentro solo nei suoi romanzi e in una forma diversa, in modo da non crearci noie ».
Poi il Grande Capo aggiunse con un tono solenne che mi par di risentire, e gli occhi già sulle sue carte:
«Si può fidare, Maigret. Mi ha dato la sua parola».
Eppure ero convinto, e ne ebbi in seguito la prova, che Xavier Guichard si fosse lasciato infinocchiare. 

Simenon trentenne

Poi chiese di vedere il mio ufficio. Il caso volle che in quel periodo ci fossero gli operai che me lo stavano risistemando. Sicché occupavo temporaneamente un ufficio al mezzanino, vecchio e polveroso, e arredato nel più antiquato stile amministrativo, con mobili di legno nero e una stufa a carbone, di quelle che si vedono ancora in certe stazioni di provincia.
Era stato il mio primo ufficio, quello in cui avevo lavorato per una quindicina d'anni come ispettore, e confesso che a quella grossa stufa ero piuttosto affezionato: mi piaceva, d'inverno, vedere la ghisa che diventava incandescente, e avevo preso l'abitudine di caricarla fino all'orlo.
Più che una mania, era un modo per darmi un contegno, una specie di trucco. Nel bel mezzo di un interrogatorio difficile mi alzavo e cominciavo ad attizzare il fuoco con studiata lentezza, poi versavo rumorosamente palettate di carbone, con aria placida, mentre il mio «cliente» seguiva con gli occhi ogni gesto, disorientato.
[...] Il signor Sim passò in rassegna con lo sguardo le mie pipe, i miei portacenere, l'orologio di marmo nero sul caminetto, il piccolo lavandino smaltato dietro la porta, l'asciugamano che puzzava sempre di cane bagnato.
Non mi fece nessuna domanda tecnica. Sembrava che anche i fascicoli riguardanti i casi non gli interessassero affatto.
«Su per questa scala c'è il laboratorio».
Anche lassù contemplò il tetto parzialmente a vetri, i muri, il pavimento, il manichino che utilizziamo a volte per le ricostruzioni, ma non degnò di uno sguardo il laboratorio vero e proprio, con le sue complesse apparecchiature, né il lavoro che vi si svolgeva.
Per abitudine, attaccai a spiegare:
«Se si ingrandisce tre o quattrocento volte un testo scritto e lo si confronta…».
«Lo so. Lo so».
[...] Cominciavo a perdere la pazienza. Pareva che mi avesse scomodato solo per osservare i muri, i soffitti, i pavimenti, per guardarci tutti con l'aria di fare un inventario.
Insomma, dell'incontro con il signor Sim serbai un ricordo banale - banale come il tempo che faceva quel giorno. Se non mi diedi da fare per abbreviare la visita, fu innanzitutto per via della raccomandazione del Grande Capo, e poi perché in fondo non avevo niente di importante da fare e in quel modo riuscivo ad ammazzare un po'di tempo.

Gino Cervi nei panni di Maigret

Questo è, più o meno, tutto ciò che ricordo di quell'incontro. Gli parlai anche, per sommi capi, di un caso che qualche mese prima mi aveva impegnato parecchio, proprio perché non si trattava di professionisti, ma tutto girava attorno a una ragazzina e a una collana di perle.
«La ringrazio, signor commissario. Spero che avrò il piacere di incontrarla di nuovo».
Tra me e me risposi: «Spero proprio di no».
Passarono settimane, mesi. Una sola volta, in pieno inverno, ebbi l'impressione di riconoscere il signor Sim in un tale che andava avanti e indietro per il lungo corridoio della Polizia giudiziaria.
Una mattina trovai sulla mia scrivania, accanto alla posta, un libriccino con una pessima illustrazione di copertina, come se ne vedono nelle edicole o tra le mani delle giovani impiegate. Si intitolava La ragazza delle perle , e il nome dell'autore era Georges Sim.
Non mi venne la curiosità di leggerlo. Io leggo poco, e mai romanzetti. Non so neanche dove lo misi, quel libretto stampato su carta economica, probabilmente nel cestino, e per qualche giorno non ci pensai più.
Finché, un'altra mattina, trovai sulla scrivania, nella stessa posizione, un libro identico al primo e da quel momento, ogni giorno, accanto alla mia corrispondenza faceva bella mostra di sé un nuovo volume.
Ci misi un po' ad accorgermi che i miei ispettori, in particolare Lucas, mi lanciavano di tanto in tanto occhiate divertite. Dopo aver menato il can per l'aia per un bel pezzo, fu lui a dirmi, una volta che andavamo a prendere l'aperitivo alla brasserie Dauphine:«Ormai è un personaggio da romanzo, eh capo?».
E tirò fuori il libro da una tasca:
«Ha letto?».
Mi rivelò che era stato Janvier, all'epoca il più giovane della squadra, a piazzare ogni mattina una copia sulla mia scrivania.
«In certe cose le somiglia, vedrà».
Aveva ragione. Mi somigliava come può somigliare a una persona in carne e ossa la caricatura che ne fa un disegnatore dilettante scarabocchiandola sul marmo del tavolino di un caffè.
Ero diventato più grosso, più pesante di quanto non fossi in realtà, di una pesantezza, se posso dirlo, spropositata.
La storia, poi, era irriconoscibile e per di più, nel racconto, mi venivano attribuiti metodi di indagine quanto meno sorprendenti.
Quella sera stessa trovai mia moglie con il libro fra le mani.
«Me l'ha dato la lattaia. Pare che parli di te. Non ho avuto ancora il tempo di leggerlo».
Che cosa potevo fare? Come il nostro Sim aveva promesso, non si trattava di un giornale. Non si trattava nemmeno di un libro serio, ma di una pubblicazione a buon mercato alla quale sarebbe stato ridicolo dare troppa importanza.

Jean Gabin nei panni di Maigret

Gralli


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