Le tre parole che cambiarono il mondo

19.05.2026

Cosa succederebbe se…
È il titolo di un capitolo di La grammatica della fantasia di Gianni Rodari, nel quale si mostra come, dati un soggetto e un predicato improbabile, si possa creare una storia nella quale gli avvenimenti narrativi si moltiplicano spontaneamente all'infinito, in una concatenazione necessitante di causa ed effetto.

Una tecnica semplice, ma estremamente efficace e fertile per creare storie.

Cosa succederebbe se…

…il governo di un paese ordinasse il rogo di tutti i libri esistenti?

…gli animali di una fattoria si ribellassero all'uomo?

…un uomo una mattina si svegliasse trasformato in un repellente insetto?

… improvvisamente agli esseri umani spuntassero le ali?

… il naso di un tronfio e solerte funzionario abbandonasse la sua collocazione naturale e cominciasse a scorrazzare per la città?

L' ipotesi fantastica, come la chiama Rodari, è alla base di molte opere letterarie; per Saramago è quasi una costante: cosa succederebbe se la Penisola Iberica si staccasse e cominciasse a navigare nell'oceano? (La zattera di pietra); se tutti diventassero ciechi? (Cecità); se non morisse più nessuno? (Le intermittenze della morte); se tutti votassero scheda bianca? (Saggio sulla lucidità).

E' facile vedere come l'ipotesi fantastica sia alla base dei romanzi distopici e delle storie surreali, formidabili armi satiriche, per sbeffeggiare il potere o castigare i costumi.

Questo racconto, un gioco del grande antropologo Marc Augé, rientra in questo schema narrativo: cosa succederebbe se il Papa annunciasse, nel giorno di Pasqua, urbi et orbi, l'inesistenza di Dio?
Non dico altro per non guastare il piacere della lettura a chi fosse interessato, mi limiterò ad alcune osservazioni di carattere generale.

Intanto la brevità della storia, il suo carattere ludico, si potrebbe dire; l'autore non aveva nessuna intenzione di esporre un romanzo a tesi, quale La fattoria degli animali o Fahrenheit 451; si tratta di un'incursione ironica in un territorio, quello narrativo, che non gli è consueto, sicuramente opera di un ateo, ma privo di intento didascalico, almeno in senso forte. Possiamo definirla una distopia speranzosa, o meglio un'utopia, perché le conseguenze immaginate non sono catastrofiche, tutt'altro.
In pochi tratti, non privi di ironia, viene descritto lo scompiglio planetario conseguente al clamoroso annuncio; non meno divertito, e divertente, è lo svelamento, che non svelerò, della causa scientifica, che ha provocato nel Pontefice questa sconversione, e delle diverse modalità di scatechizzazione di altri eminenti personaggi pubblici e, soprattutto di intere popolazioni.

Se è difficile impedire l'offerta religiosa – dal momento che essa dipende da strategie di potere che spesso hanno poco o nulla a che vedere con la fede – allora eliminiamo la domanda.

È il coming out papale a stupire la voce narrante più che la sua mancanza di fede, dato che è sempre stato convinto che un gran numero di sacerdoti non credono in Dio, soprattutto quelli che appartengono alle più alte sfere gerarchiche. E qui non può non venire in mente l'esilarante Don Pizzarro, il prete disincantato e cinico interpretato da Corrado Guzzanti.

Ma, il lettore avvertito non può non richiamare alla mente, mutatis mutandis, anche lo storico Testamento di Meslier il cui titolo completo recita

Memoria dei pensieri e delle opinioni di Jean Meslier, prete, curato di Étrépigny e di Balaives, su una parte degli errori e degli abusi del comportamento e del governo degli uomini da cui si dimostrano in modo chiaro ed evidente le vanità e le falsità di tutte le divinità e di tutte le religioni del mondo, affinché sia diretto ai suoi parrocchiani dopo la sua morte e per essere usata da loro e da tutti i loro simili quale testimonianza di verità.

Il curato Jean Meslier* (1664-1729) uscì allo scoperto dopo la morte lasciando un ponderoso testamento, qualcosina di più che tre parole, 1200 pagine, nelle quali non si limita a denunciare le falsità superstiziose della religione, ma anche le ingiustizie sociali, mettendo in discussione il potere dei regnanti, al punto di essere considerato proto-anarco-comunista. Come si vede un libello di lieve entità provocatoria, un pamphlet garbato, come ho letto in una recensione, può diventare il veicolo di ben più profonde associazioni.

https://it.wikipedia.org/wiki/Jean_Meslier

E per finire una preziosa trouvaille: una canzone sul ribelle (post mortem) curato, cantata da Virgilio Savona, uno dei compondenti del Quartetto Cetra; ben lontana dal repertorio che rese popolare questo gruppo, ricorda infatti una canzone di Fabrizio De André

SFOGLIANDO IL LIBRO

1° aprile, urbi et orbi

Tutto ha avuto inizio il primo aprile 2018 a Roma, in piazza San Pietro.
Quella domenica qualcosa mi aveva spinto a uscire, forse un effluvio di primavera o un certo non so che nell'aria frizzante. Per buona parte della mattinata avevo bighellonato sui q ua is ed ero rincasato prima di mezzogiorno. Ho stappato un Saint - Émilion, affettato un po' di salame e acceso il televisore.
Lo spettacolo era straordinario – da poco mi ero regalato un apparecchio con un grande schermo piatto, che cambia la visione delle cose. In quella soleggiata domenica di Pasqua, i cattolici erano giunti numerosi per ascoltare il papa, che stava per impartire la benedizione urbi et orbi , alla città e al mondo. Una folla di giovani provenienti da ogni dove aveva creato l'atmosfera, dando voce alla sua felicità e alla sua fede con entusiasmo. La regia televisiva alternava immagini a tutto campo della piazza, in cui si accalcavano curiosi e fedeli, a primi piani di figure in qualche modo emblematiche: il profilo mascolino ma ancora giovanile di un ragazzo biondo come il grano; il corpo slanciato di un'adolescente bruna che, con gesto rapido e istintivo, tentava di mantenere in ordine i capelli scompigliati dal vento; i tratti marcati di un anziano dagli occhi già colmi di emozione; un bimbo fra le braccia del padre sotto lo sguardo intenerito della madre; o, ancora, il volto dalla pelle levigata e pallida, incorniciato dal velo, di una giovane religiosa con occhiali dalla severa montatura in metallo.
La folla festante era in attesa; nessuno immaginava che una sorta di tsunami stava per abbattersi sull'umanità.
All'improvviso si levò un gran clamore e le braccia si tesero verso la figura fragile e bianca di Francesco, appena comparsa al balcone. Il papa rimase in silenzio per un buon momento, contemplando l'ondeggiare esultante della folla suscitato dalla sua presenza. Nonostante l'apparente serenità, sul suo volto si leggeva una sorta di sorpresa inquieta: che ancora non si fosse abituato al fervore che accompagnava ogni suo gesto e ogni sua semplice parola?
Dopo un respiro profondo, si schiarì la gola e si accostò di un passo alla balaustra. Quindi, afferrato con decisione il microfono davanti al quale avrebbe dovuto parlare, con grande sgomento del suo entourage, sconcertato da questa iniziativa, si espresse con voce chiara e forte: "Dio…". Il clamore riprese più forte che mai. "Dio non è morto!" Trascinata dall'idea che ancora una volta Francesco proponesse una novità improvvisando un dialogo con i fedeli radunati, la moltitudine dei giovani si esaltò gridando: "Non è morto!".
Il papa riprese: "No, non è morto, perché non è mai esistito". Sulla scia del loro stesso slancio, i cori dei giovani cristiani acclamarono la sua nuova affermazione, sebbene certe flessioni nell'intensità dell'entusiasmo esprimessero l'improvvisa perplessità dei più consapevoli e attenti.
Francesco fece un altro respiro profondo prima di concludere con voce ferma: "Dio non esiste". Un silenzio assoluto scese su piazza San Pietro. Numerosi furono quelli che trattennero il fiato in attesa di ciò che sarebbe seguito: le parole decisive che avrebbero incenerito l'affermazione sacrilega che il papa avrebbe ovviamente condannato, rivelandone pure gli autori. Ma Francesco volse le spalle e se ne andò, aiutato – a dire il vero sospinto, addirittura spintonato – dal nugolo indistinto di talari e pianete dei rappresentanti della Chiesa che si erano precipitati su di lui per evitare lo scandalo.
Nella piazza la folla era rimasta impietrita. Appena il pontefice fu fatto – quasi letteralmente – scomparire, un portavoce del Vaticano si affacciò al balcone per spiegare che un improvviso malore di origine ancora ignota lo aveva costretto a interrompersi e che sarebbe seguito un bollettino medico sulle sue condizioni di salute. Ma tutti, presenti e telespettatori, erano stati colpiti dalla chiarezza, dalla scioltezza dell'eloquio e dalla forza della voce del papa; quel malato sembrava godere di ottima salute.
Attraverso i media e i social network, la notizia della nuova stravaganza papale serpeggiò rapida come una fiamma lungo una scia di polvere esplosiva. Ovunque la figura, la voce del papa, ovunque le tre parole impossibili da credere: Dio non esiste . *
Ma che diamine era successo al pontefice? Era uscito di senno? Migliaia di telecamere erano puntate sulla sua figura e ne riprendevano i più piccoli dettagli da ogni angolazione; non era in alcun modo possibile fingere di avere frainteso ciò che aveva detto in modo così intelligibile e con voce chiara e ferma. Tutte le reti televisive avevano trasmesso, e ora continuavano a ritrasmettere, la cerimonia della benedizione in diretta: CBS, CNN, Fox News , Rai 1, Rai 3…, TF1, BFM, France 24…, Canal 13 argentino , Canal 13 cileno…
Premevo freneticamente i tasti del telecomando per passare in rassegna i diversi programmi. Tutti i canali di informazione riproponevano a ciclo continuo l'immagine del momento in cui, appoggiandosi con una mano alla balaustra e reggendo con l'altra il microfono, leggermente chinato verso le migliaia di teste levate nella sua direzione, con voce grave e staccando chiaramente l'una dall'altra le tre parole incendiarie, Francesco aveva dichiarato: D io non esiste . Parole che avrebbero immediatamente scatenato un sisma planetario. Non mi stancavo di vedere e rivedere la scena.
Il Vaticano fu subito preso d'assedio dai reporter, che sostavano in pianta stabile davanti al palazzo: in mancanza di informazioni attendibili, intervistavano qua e là i presenti, evidentemente sconvolti, i volti disfatti. Gli inviati delle grandi reti televisive esibivano l'espressione grave e costernata degli eventi luttuosi e parevano saperne più di tutti noi. L'enorme portata del cataclisma che si era abbattuto su Roma avrebbe dunque scosso e fatto vacillare la Terra intera?


Gralli

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