Libri. Non danno la felicità

Un volume piacevolmente maneggevole, di modestissime dimensioni, 28 pagine utili, ma ad alto tasso concettuale. Veste tipografica sobria. Copertina: cartoncino avorio, nome dell'autore, titolo (un richiamo sottovoce a chi lo sa intendere), piccolo logo dell'editrice; nessuna immagine a strillare dallo scaffale della libreria, fisica o virtuale; solo, in quarta - la vera eleganza non si mette in mostra - la marca di Manuzio. Unica stonatura, in questo insieme raffinato, i commenti di due colleghi dell'autore, due osti che elogiano il vino dell'amico, peccato. Il risvolto è invece impeccabile nel dare sintetica, esauriente descrizione del contenuto. Bella carta, stampa nitida.
Amare i libri non significa idolatrarli.
I libri non ci rendono moralmente migliori.
Non tutti i libri sono degni di essere letti.
Scegliere i libri è un'arte.
Leggere è un lusso faticoso.
Dall'explicit: I libri non sono la vita, e non la cambiano in meglio o in peggio. La rendono soltanto più sopportabile. Che comunque, è tantissimo.
In realtà questo libro è un atto d'amore per i libri, come prodotti umani, che non vanno idealizzati, perché si rischia l'assolutismo, il dogma.
Non viene negato il valore dei libri, ma con grande amarezza, si sottolinea la grande invasione di libri vacui, inutili, stupidi.
Si ribadiscono: il grande ruolo della lettura nella formazione; la fatica che questa richiede; la necessità di rifuggire dai libri facili che intorpidiscono la mente. Vedere le citazioni.
Di solito evito di consigliare, segnalo libri che mi sembrano di valore, ma questo lo raccomanderei, perché è un gran suscitatore di riflessioni per noi che amiamo la lettura.
Sfogliando il libro
I libri e la lettura non rendono migliori. [...] come la Storia insegna, e non solo quella antica, che gli uomini più pericolosi per la civiltà del libro non sono gli ignoranti, gli analfabeti e gli oscurantisti, ma gli uomini di cultura. Furono uomini colti e intelligenti, ancorché fanatici, a ordinare i roghi di libri e le peggiori censure che hanno costellato i secoli più lontani così come i più recenti. Nell'antica Roma furono bruciati libri su ordine del Senato, cioè l'élite politica e culturale di quel mondo. Gli inquisitori, che sceglievano i libri da mettere all'Indice, erano le menti più raffinate e sottili della Chiesa. A ordinare il rogo del patrimonio scritto dei Maya e degli Aztechi, nel Messico del 1562, fu il vescovo cattolico Diego de Landa, raffinato studioso di tale civiltà. Adolf Hitler, le cui squadre di SA appiccarono i roghi più tristemente famosi del Novecento, leggeva un libro a notte, adorava i libri, li collezionava e portò una biblioteca di sedicimila volumi persino nel bunker della disfatta. I più fedeli censori che lavoravano per Iosif Stalin, accusando scrittori scomodi e purgando libri sgraditi, erano a loro volta scrittori, critici, direttori di teatri, editori, poeti...

Il critico Filippo La Porta - solo un esempio - sostiene una rilevante differenza tra lettore ossessivo (che legge per rafforzare le proprie idee, segue la corrente e per accumulo) e lettore riflessivo (che è consapevole, non segue le mode ed è mosso dalla curiosità). «Il lettore ossessivo legge per autoconferma, per rafforzare le proprie idee ma non riceve nulla dai libri, non viene trasformato dalla lettura. Il lettore riflessivo invece riceve da ogni libro un senso di spaesamento, perché leggere vuol dire mettere a rischio la propria identità». Insomma: la lettura trasforma il buon lettore, non tutti i lettori. Leggere non basta. Occorre leggere bene. L'idea di un automatismo che renderebbe sempre e comunque virtuoso l'atto di leggere non solo è errata, ma pericolosa.

E non è neppure vero che qualsiasi libro valga la fatica di essere letto. Chi lo ha detto? Perché? Semmai è vero il contrario. I libri non sono affatto tutti ugualmente utili e degni di essere letti. E non tutti i libri sono intoccabili per il solo fatto di esserlo. Mai sacralizzare il libro in quanto libro (soprattutto abbiamo di fronte l'attuale livello della produzione editoriale). Stiamo lontani dai patetismi e dall'idea romantica che ha avvolto fino a oscurarlo l'oggetto libro, venerato e sopravvalutato da una certa generazione, quella peraltro che ha tempo da leggere e continua solo a citare e a citarsi. La sacralità del libro non è assoluta, deriva solamente da ciò che la singola opera sa comunicare e sa meritarsi nel corso del tempo. Ecco perché un classico non è paragonabile al bestseller di una stagione: il primo si conserva, dei secondi si può benissimo fare a meno, senza rimpianti.

Il fatto è che ci sono libri e libri. Anzi veri scrittori e scrittori «alieni», come denunciò anni fa Raffaele La Capria in uno splendido articolo sul Corriere della sera». Libri-non-libri, libri scritti da alieni della letteratura, pseudolibri, surrogati, libri- Vip: cioè libroidi che di solito occupano posizioni invidiabili nelle classifiche di vendita, le vetrine delle librerie e le aperture delle pagine di cultura dei giornali, che trattano argomenti vari (sono perlopiù raccolte di barzellette, ricettari, consigli di vita, para- narrativa, autobiografie), firmati da personaggi celebri in mille altri campi tranne quello delle Lettere: calciatori e sportivi vari, chef, cantanti, attori, presentatori, comici, politici, pornostar, vallette, showgirl, influencer, imprenditori, personaggi della cronaca (anche nera...) e giornalisti. Soprattutto giornalisti. Insomma, il vasto popolo delle celebrities. Che strano. A un certo punto della loro traballante carriera, tutti improvvisamente vogliono diventare scrittori, pubblicare il libro della vita (quasi sempre grazie a un ghost) e invadere così le megalibrerie - con un circolo mediatico vizioso che privilegia i volti noti - le trasmissioni televisive, radiofoniche, le pagine dei giornali e quindi le classifiche. Di solito con grande successo. «Ma che cosa hanno a che fare questi scrittori alieni con la letteratura?» è la vexata quaestio posta da Raffaele La Capria. Risposta: «Niente, non fanno che confondere le acque e la testa dei lettori che non sanno più trovare la letteratura dove è». Gli alieni, tranne qualche eccezione, «sono lontani ed estranei da quel tipo di invenzione e di immaginazione che sono propri della letteratura - » ma - ecco l'aspetto più grave - «c'è, in chi li accoglie e li fa passare per scrittori, un conformismo che è a sua volta mancanza di cultura».
Una riflessione sconsolata che è una tremenda staffilata a coloro che promuovono senza ragione gli : i librai autolesionisti che li espongono sui banchi più in vista, i conduttori televisivi compiacenti che li chiamano nelle loro trasmissioni e li trattano come veri scrittori a scapito magari di ottimi esordienti sconosciuti, i direttori dei festival letterari e dei saloni del libro che li invitano come star per alzare il numero degli ingressi, le giurie dei premi letterari che li mettono in cinquina.

Gralli
