Miss Dorothy Phillips, mia sposa 1

04.11.2026

Innamorarsi delle stelle

Il libro, come dichiarato in copertina, contiene quattro racconti di cinema. Il primo Miss Dorothy Phillips, mia sposa - da cui il titolo della raccolta - fu pubblicato nel 1919; seguono Lo spettro, 1924; Il puritano, 1926 e Il vampiro, 1927. Qui mi occuperò del primo.
Il cinema, all'epoca di questi scritti, è ormai una forma di intrattenimento molto popolare, nel duplice senso del termine; il pubblico fruisce con entusiasmo di questo "miracolo" della tecnica, che tuttavia conserva ancora una certa aura magica e inquietante, capace di far rivivere archetipi ancestrali, quali il doppio, l'ombra, lo spettro, ma anche la proiezione, non solo sullo schermo, della donna ideale, come dimostrato da questi racconti. Il primo, Miss Dorothy Phillips, mia sposa, vede lo spettatore-protagonista impegnato nel corteggiamento, a scopo nuziale, di una stella del cinema muto, accuratamente scelta da una rosa di fascinose colleghe. Questo il nostro eroe.

Appartengo al gruppo dei poveri diavoli che sera dopo sera escono dal cinema innamorati di una stella.
Mi chiamo Guillermo Grant, ho trentuno anni, sono alto, magro [...] Occupo una posizione normale e godo di buona salute. [...] per nulla scontento della sorte, soprattutto se posso fissare un paio di bellissimi occhi tutto il tempo che desidero.[...] Mai angoscia e ansia hanno turbato le mie ore come quando mi sento fissare da due magnifici occhi.
[...] Essendo fatto così, non è difficile capire come l'avvento del cinema abbia rappresentato per me l'inizio di una nuova era, dove conto le sere successive in cui sono uscito pallido e con le vertigini dal cinema, dopo aver lasciato il mio cuore, con tutte le sue pulsazioni, sullo schermo che ha assorbito per tre quarti d'ora l'incanto di Brownie Vernon.
[...] Perché non va dimenticato che sono davvero poche le volte nella vita in cui ci è concesso di vedere così da vicino una donna come nello schermo.
[...] vertigine continua, torturante, implacabile, [che] è avere tutta una sera a dieci centimetri gli occhi di Mildred Harris [?] A dieci, cinque centimetri! Pensateci. [...] quando una bellissima stella trattiene e apre il paradiso dei suoi occhi, di tutta la vasta sala, della guerra europea, e dell'etere siderale, non rimane che il profondo Eden di malinconia che illanguidisce negli occhi di Miriam Cooper. Fra le altre cose, il cinema è, oggi come oggi, un torneo di bellezze sommamente espressive. Ci sono uomini che si sono innamorati di un ritratto e altri che hanno perduto la ragione per questa o quella donna mai conosciuta. Per quanto mi riguarda, tutto ciò che potrei perdere - inclusa la vergogna - mi sembrerebbe un discreto buon affare se alla fine dell'avventura Marion Davies - mettiamo il caso - mi fosse data in sposa. Così, provvisto di questa sensibilità un po' anormale, non stupisce la mia assiduità al cinema, e che il più delle volte ne esca con le vertigini. In certi brutti momenti sono arrivato a vivere due vite parallele: una di giorno, nel mio ufficio e nell'ambiente consueto di Buenos Aires, e l'altra la sera, che si prolunga fino all'alba. Perché sogno, sogno sempre. [...]
A tanto sono giunto, da non sapere in quei casi chi sogno: Edith Roberts... Wanda Hawley... Dorothy Phillips... Miriam Cooper..
E questo quadruplo paradiso ideale, sognato, ingannevole quanto si vuole, è troppo magico, troppo vivo, troppo rosso per le notti bianche di un caporeparto ministeriale. Che fare? Ho già trentuno anni e chiaramente non sono più un bambino. Solo due soluzioni mi restano.
Una è smettere di andare al cinema.

 L'altra la vedremo.

Guillermo è una sorta di Pigmalione del '900; le galatee proiettate sul candido telo sono molteplici e non opera di sua mano ma egli, analogamente al suo desiderante prototipo, sogna la metamorfosi di una di quelle figure da diafana ombra a donna viva per amarla davvero. L'intervento divino tuttavia non è necessario, Afrodite non deve scomodarsi, siamo agli albori del Novecento, la tecnica cinematografica, già ben avviata, prevede la contemporaneità dell'effige e dell'originale, ciascuna dalla vita indipendente; la prima addirittura in forma multipla, data l'epoca della riproducibilità tecnica dell'arte.
Il nostro eroe, che si autodefinisce un americano del Sud, dopo aver messo a punto un'accurata strategia, parte da Buenos Aires per Hollywood alla conquista di Dorothy Phillips, per farla sua sposa, come da titolo. Per irretire la bella attrice, che sta per divorziare, finge di essere un uomo molto ricco, proprietario fra l'altro di una prestigiosa rivista di cinema, un falso che si fa costruire in tipografia con materiale fotografico raccolto da più parti.

Dorothy Phillips

Comincia a frequentare personaggi legati a vario titolo col mondo del cinema, fino a farsi presentare alla stella desiderata e a frequentarla.
Guillermo coronerà il suo sogno? Non posso rivelarlo naturalmente.
Questa parte della storia, oltre a raccontare le dinamiche amorose del protagonista e della bella attrice, rappresenta una sorta di dietro le quinte del cinema, l'equivalente officina del retro palco del teatro. Nel buio della sala i sogni, le effigi incorporee delle dive incantatrici dai magnifici occhi; nella città del cinema, in pieno sole - dove le stelle brillano poco ed hanno macchie e rughe - la realtà quotidiana di quella che è già una grande industria dell'intrattenimento, dove si muovono, azionisti delle case di produzione, direttori di scena, sceneggiatori, registi, attori dal talento più o meno autentico, più o meno celebri.
Non si deve mai sapere come si preparano le salsicce e la gloria, questo vale anche per il cinema, la Grande Finzione. Guillermo può constatare di persona la verità del motto.

Sfogliando il libro

Alle dieci in punto ero negli studi della Universal. La protezione del mio prepotente amico mi fece sedere vicino al direttore di scena, immediatamente sotto le macchine, cosicché potei seguire passo passo la ripresa di alcune scene.
Non credo esistano molte cose più finte e incongruenti delle scene d'interno di un film. E la cosa più sorprendente, naturalmente, è che gli attori riescano a esprimere con naturalezza un'emozione qualsiasi di fronte a un gruppo di persone piantate a un metro dagli occhi, che osservano il loro gioco.
Nel teatro, a quindici o trenta metri dal pubblico, capisco assai bene che un attore, la cui fidanzata del caso è accanto a lui sul palcoscenico, possa esprimere più o meno bene un amore finto. Ma nelle riprese lo scenario scompare totalmente nei piani stretti.
Lì l'attore rimane quieto e solo mentre la macchina gli si avvicina al volto, fin quasi a toccarlo. E il regista gli urla:
"Guarda qui... Lei se n'è andata, lo capisci? Tu senti che la stai perdendo. Guardala con malinconia. Di più! Questa non è malinconia! Bene, adesso, sì... Luce!"
E mentre i riflettori inondano fino ad accecare il viso dell'infelice, lui continua a guardare con aria da innamorato una scopa o un attrezzista, di fronte alla faccia annoiata del regista.
Senza alcun dubbio c'è bisogno di una notevole dose di disinvoltura per comunicare non importa cosa in simili condizioni. E questo perché Dio ha creato il pudore dell'anima per gli uomini e per alcune donne, ma non per gli attori.
Anche nell'era dei computer e degli effetti speciali le cose non sono cambiate di molto.

Gloria Swanson in Viale del tramonto

Gralli

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