Mormora più il Piave o la bambina?
Forse non tutti sanno che l'autore della Leggenda del Piave, quella dove il fiume mormora il 24
maggio, è lo stesso di Balocchi e profumi, dove a mormorare è la bambina.
Il suo nome d'arte era E.A. Mario ed è curioso che ci sia incertezza su quale fosse il vero nome
anagrafico. Si chiamava Giovanni Ermete Gaeta, come a erma il cinquantunesimo volume del
Dizionario Biografico degli Italiani, oppure, più mitologicamente, Gioviano Ermete come si
legge su Wikipedia e su altre fonti?

Sappiamo che nacque a Napoli il 5 maggio 1884, da una modesta famiglia originaria di
Pellezzano, in provincia di Salerno. Il padre, Michele, era barbiere; il suo negozio si trovava in un
basso di Vico Tutti i Santi, nel popolare Borgo Sant'Antonio Abate ('O Buvero).
Le precarie condizioni economiche della famiglia lo costrinsero ad interrompere gli studi
all'Istituto nautico, dove inseguiva il sogno di diventare capitano di marina. Ancora fanciullo fu
garzone nella bottega del padre ed è qui che avvenne un fatto che gli cambiò la vita. Quando
aveva dieci anni, un posteggiatore, ossia un suonatore girovago, dimenticò nel negozio un
mandolino e il bambino cominciò a strimpellare e poi a comporre le prime melodie.
Imparò a leggere la musica da autodidatta grazie a una pubblicazione settimanale della Casa
Editrice Sonzogno, La musica senza maestro. Per tutta la vita si fece aiutare da musicisti esperti
per trascrivere le melodie che componeva.
Scrisse più tardi: "Quando per comodità di vocativo mi si dà pubblicamente del maestro, io
ritengo indispensabile una premessa: se per maestro si intende chi sa e può insegnare agli altri
qualche disciplina o arte, io dichiaro di non poter insegnare nulla di quella che è, per
definizione, l'arte dei suoni. Io sento la musica dentro di me, e se si sente lo scalpitar dei cavalli
nella notazione de La leggenda del Piave o il fruscio delle foglie in quella di Funtana all'ombra,
lo devo ai maestri Cunzo, Magliani, Giannini, diplomati, ai quali è piaciuto segnare quegli e etti
che sono stati da me intuiti, suggeriti ed esemplati con la viva voce, che era ed è la mia tastiera
preferita."

E.A. Mario con Elvira Donnarumma nel 1925 Giovanni (o Gioviano) Gaeta fece le sue prime esperienze di scrittore nel 1902, a soli diciott'anni, collaborando con un giornale socialista di Genova, Il Lavoro, diretto da Alessandro Sacheri. Firmava come Hermes e i suoi elzeviri in terza pagina spaziavano sui più vari argomenti. Il giovane scrittore era di sentimenti mazziniani e violentemente anticlericali; nel 1916 sarà iniziato alla massoneria.
In attesa del successo come scrittore, Gaeta trovò impiego presso le Regie Poste Italiane. Fu
dapprima destinato a Bergamo, dove conobbe una giornalista d'origine polacca, Marie
Clinazovitz, che si firmava con lo pseudonimo di Mario Clarvy. Questa era direttrice della rivista
letteraria Il Ventesimo e lo chiamò a collaborare con brevi articoli, poesie e saggi critici.
Nel 1903 ottenne il trasferimento a Napoli, nell'U icio Postale di Palazzo Gravina, lo stesso
dove, dal 1874 al 1877, Matilde Serao aveva lavorato come telegrafista.
Gaeta fu assegnato allo sportello delle raccomandate e dei vaglia e ancora una volta il destino
gli offrì un'occasione fortunata.
Un giorno riconobbe davanti a lui Raffaello Segrè, un noto compositore di canzoni napoletane.
Pare che il giovane gli disse: «Maestro, le vostre musiche sono bellissime, ma i testi sono tante
papucchielle!». Il musicista, risentito, stava per rispondergli in malo modo, ma alcune persone
presenti gli fecero capire che il ragazzo era dotato di un certo talento: «Professò, chisto è uno
ca 'e poesia se ne intende!». Segrè allora, preso da un'istintiva simpatia, gli lanciò una sfida:
«Facimme 'na cosa, scrivetemi voi un testo, una poesia, e io, se sarà bella, ve la musicherò!».
Fu così che nacque la prima canzone in lingua napoletana di Gaeta, Cara mammà, che ebbe
il privilegio di essere pubblicata dalla Casa Editrice Ricordi ed ebbe subito un lusinghiero
successo. Il tema della canzone erano tre lettere, che un soldato inviava alla madre, con la
richiesta di un po' di danaro, perché, oltre a dover rendere dei soldi a un caporale, si era
innamorato di una ragazza e non poteva sfigurare:
Cara mammà,
faciteme 'o favore,
mannàteme nu vaglia 'e vinte lire:
ce sta nu caporale traditore,
ca, s'io nun votte 'e llire,
mme po' fa' perder 'a libertà…
[«Cara mamma, fatemi il favore, mandatemi un vaglia di venti lire: c'è un caporale traditore che
se non gli rendo i soldi può farmi i perdere la libertà».]
Fu proprio il successo ottenuto con questa prima canzone e di altre che presto seguirono, sempre in collaborazione con Ra aello Segrè (Sincerità, A Margellina), a convincere Gaeta a adottare uno pseudonimo: Sognavo allora di diventare un grande poeta, perciò, quando composi la prima canzone mi riparai dietro un nome di fantasia: la lettera E è l'iniziale di Ermes, presi la seconda ad Alessandro Sacheri, redattore capo del Lavoro, Mario a Marie Clarvy, direttrice di una rivista letteraria, alla quale collaboravo con poemi e poesie in lingua".
Questa illusoria ambizione di diventare un grande poeta rimase il cruccio di tutta la sua vita.
Nel 1905 scrisse la Canzone di Mazzini, un poemetto di 999 novenari, d'ispirazione
carducciana. L'ansia di riconoscimento poetico lo spinse a richiederne la prefazione a Vittoria
Aganoor Pompilj, una poetessa di origine armena, nata a Padova nel 1855. Oggi è dimenticata
ma nel 1900 aveva pubblicato con successo una raccolta di versi intitolata Leggenda eterna.
La poveretta gli rispose, evidentemente incalzata dalle sue preghiere:
Venezia, Ponte dei Greci, 31 maggio 1905. Gentilissimo Signore, Ella vede di dove Le scrivo.
Sono qui, al letto d'una sorella gravemente malata, e questo Le dica perché non ho testa a nulla
che non sia il mio dolore. Grazie d'ogni cortesia. Le sue bozze respintemi da Perugia mi
giungono ora, e mi a retto a rimandargliele; non senza aver scorso i bellissimi versi che non
posso ora apprezzare con calma. Pubblichi pure, e coraggio, e non si lasci cogliere dalla
sfiducia nell'avvenire. Sursum corda! Mi scusi dunque. Vittoria Aganoor Pompilj.
Il ventunenne Gaeta non esitò a far stampare questo frettoloso biglietto, presentandolo come Prefazione della poetessa alla Canzone di Mazzini. Poi, in segno di devozione, portò la prima copia del suo lavoro sulla tomba del patriota, nel cimitero di Staglieno, a Genova.

Le numerose raccolte di poesie, sia in italiano che in dialetto, che Gaeta pubblicò in seguito
sono giustamente dimenticate. L'amarezza per non essere riconosciuto come scrittore, lo
spinse a deplorare con sarcasmo, nella Prefazione alle Poesie sul sesto rigo (1950):
Capita spesso, purtroppo, che un poeta che fa canzoni venga giudicato alla stregua del
mediocre autore di tiritere, le quali tuttavia interessarono l'infimo popolino - c'è di erenza tra
popolino e popolo - per certe musichette banali - come la celeberrima Cammesella - adattatevi
col sistema dello scrittore Stevenson, il quale asseriva per burla di trarre certi suoi motivi dando
fiato a un fischietto di due soldi.
Ma è il momento di lasciare Gaeta e tornare a E.A. Mario, come cominciò a firmarsi dal 1907, scrivendo il testo per un brano composto da Salvatore Gambardella, Chitarrata 'e primmavera. Nel 1910, una casa editrice di Lipsia, la Poliphon Musikwerke, legò con importanti contratti tutti i migliori parolieri e musicisti napoletani, dando un duro colpo all'industria editoriale napoletana. Non si sa con certezza se fu E.A. Mario a rifiutare sdegnosamente di essere assunto dalla casa editrice tedesca o se fu escluso dalla rosa dei prescelti in quanto considerato anomalo per la sua lacunosa preparazione musicale. Un fortuito incontro con l'editore Ferdinando Bideri, danneggiato dall'iniziativa della potente casa discografica tedesca, segnò l'inizio della fortuna di E.A. Mario che, scritturato dall'editore napoletano, conobbe un immediato e insperato successo con Comme se canta a Napule (1911): interpretata da Gennaro Pasquariello, fu la prima canzone di cui compose anche la musica. Nel 1912 Elvira Donnarumma fu la brillante interprete di Canzone napulitana, cui fecero seguito Funtana all'ombra, Io 'na chitarra e 'a luna (1913) e la Canzone 'e Santa Lucia, tutte pubblicate da Bideri. Con l'entrata in guerra dell'Italia, gli autori di canzonette napoletane che avevano ceduto alle allettanti lusinghe della Poliphon Musikwerke non poterono far altro che rompere i loro contratti e rientrare con la coda tra le gambe nei ranghi del vecchio don Ferdinando Bideri. E.A. Mario, al contrario, ne uscì gloriosamente, fondando una propria casa editrice. Il brano più celebre scritto in quel periodo è Ladra (1916): Ho visto tanti ladri condannare… Ho visto dar condanne aspre e inumane… La legge, a volte, non sa perdonare neppure a quelli che han rubato il pane. E tu… e tu, che pei capricci tuoi - morir mi fai, mi rubi il cor per farne quel che vuoi e il tuo peccato non lo sconti mai! Il musicista fu un convinto interventista. Pur essendo stato esonerato dal servizio militare per motivi di famiglia, volle ugualmente dare il suo contributo allo sforzo bellico e ottenne dalla direzione delle Poste l'autorizzazione a viaggiare nelle unità ambulanti postali addette al trasporto della posta in prima linea. Il suo patriottismo si manifestò soprattutto nelle sue composizioni musicali; come spiegò più tardi: Il mio estro era stato messo a seme patriottico con mentalità propagandistica: o rivo canzoni invece di discorsi e opuscoli. E nel maggio fatidico scrissi la prima nel mio dialetto, perché anche il dialetto, checché si dica, ha combattuto per la più grande Italia: di dialetti era cementata la prima linea, e il credo patriottico di Nazario Sauro trovò la più schietta espressione nella sua parlata istriana. A partire dal 1914 compose: Stornellino tricolore, Verso la frontiera, Canzone di trincea e, tanti altri pezzi, tra cui spicca la Serenata all'Imperatore, diretta contro Francesco Giuseppe. Scrisse anche patetici brani forse inconsapevolmente antimilitaristi come: Priggiuniero 'e guerra, Le rose rosse e Rumanzetta militare. Quest'ultima canzone racconta la storia d'un ragazzo che si o re volontario non per motivi patriottici ma per una delusione d'amore. In guerra cerca la morte, comportandosi temerariamente, ma si salva; vede invece morire un suo commilitone appena ventenne, "ca fuje tirato a sorte" e che progettava di sposarsi se fosse tornato. «Chi vo' partì?» dicette 'o capitano. Io mme facette nnanze p' 'o primmo, pe' partì… Screvette a te: «Vaco a muri luntano pecchè senza speranze, mm'he fatto assai su irì…» Quanno dicette 'o capitano: «Bravo! Tutt' 'e suldate fosseno accussì!» [«Chi vuole partire?» disse il capitano. Io mi feci avanti per primo, per partire… Ti scrissi: «Vado a morire lontano perché (sono rimasto) senza speranze, mi hai fatto troppo so rire…» Quando il capitano mi disse: «Bravo! Tutti i soldati fossero così!»] Il 23 giugno 1918, sul vagone postale di un treno militare di ritorno dai campi di battaglia, l'impiegato Gaeta, ritornato per qualche ora E.A. Mario, scrisse i versi e abbozzò le note di una canzone che lo avrebbe reso famoso come poeta civile: La leggenda del Piave. A tutti è stata insegnata già nelle scuole elementari: Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio dei primi fanti il ventiquattro maggio: l'Esercito marciava per raggiunger la frontiera, per far contro il nemico una barriera. Occorre sorvolare sul fatto che il fronte si trovasse sull'Isonzo, dove da tempo stazionavano le truppe italiane, e che a "difender la frontiera" fossero gli austriaci, in quanto era stato il Regno d'Italia a dichiarare guerra. Come tutti ormai sappiamo una delle prime regole della propaganda bellica è "noi vogliamo la pace! e il responsabile della guerra è sempre il nemico". La canzone fu eseguita per la prima volta il 20 agosto 1918 nel minuscolo teatro Rossini di Napoli, durante uno spettacolo di varietà. Ad eseguirla fu Gina De Chamery, una cantante all'epoca abbastanza nota, e il successo fu immediato: Su quella platea di bravi popolani e borghesi, venuti in teatro per ascoltare e giudicare le canzoni, passò come un brivido, un tremito di febbre e di gioia, per traboccare in entusiasmo. La canzone fu dovuta bissare, trissare. La cantante, dal temperamento magnifico, dalla voce calda e maliosa, aveva detto i versi con superbo impeto, cantato e interpretato egregiamente. Ma il pubblico volle l'autore; e questi, evocato al proscenio, acclamato, dové unirsi nel canto alla a ascinante interprete, per una quarta esecuzione. Tutti in piedi nella sala. Era nato l'inno della Nazione, l'inno della vittoria grigioverde. [Federico Petriccione, "Piccola storia della canzone napoletana"] Tra il 4 e l'11 novembre 1918, l'autore aggiunse una quarta strofa alle prime tre; la "strofa della vittoria", che, in un primo tempo, fu pubblicata in caratteri corsivi per evidenziarne l'importanza e la di erente data di composizione. La leggenda del Piave fu da allora eseguita in ogni cerimonia commemorativa dedicata alla Grande Guerra, dalla tumulazione della salma del milite ignoto nel 1921, ai funerali di Armando Diaz nel 1928, alle celebrazioni in onore di Luigi Cadorna nel 1930. Si può dire che fu l'unica "canzonetta" ammessa a tali commemorazioni, tanto da diventare, a poco a poco, un "inno" e ad entrare nel novero dei canti u iciali della patria. Alcuni versi della seconda strofa non potevano però essere graditi ai censori del regime fascista. Un inno u iciale non doveva contenere versi in cui si faceva riferimento alla tragica ritirata del 1917 con parole come "tradimento" e "onta". Se prima della marcia su Roma si poteva avanzare il dubbio, più che legittimo, che i principali responsabili della sconfitta fossero stati gli alti comandi del nostro esercito o le truppe demoralizzate, avvilite, stanche e spinte alla resa dai "nemici interni", negli anni dell'Italia "forte" perfino Caporetto doveva servire adeguatamente alla causa. Mussolini, in un discorso tenuto a Cremona il 25 settembre 1922 pose a sé stesso la domanda: "Cos'è quel brivido sottile che percorre le membra quando si sentono le note de La leggenda del Piave?", e si rispose: "È che il Piave non segna una fine; segna un principio. E dal Piave, è da Vittorio Veneto, è dalla Vittoria gloriosissima, anche se mutilata dalla diplomazia imbelle, che si dipartono i nostri gagliardetti. E dalle rive del Piave che noi abbiamo iniziata la marcia che non potrà fermarsi se non quando avremo raggiunto la meta sublime: Roma!" Il 21 dicembre 1928, il Ministro della Pubblica Istruzione Giuseppe Belluzzo scrisse a Gaeta: È stato rilevato che nella "Leggenda del Piave", inclusa nel Canzoniere per le scuole elementari, la seconda strofa contiene alcune espressioni che = senza entrare nel merito artistico della bella canzone, che è fuori causa = suonerebbero forse poco opportune sulle labbra dei fanciulli d'Italia, e precisamente quelle che parlano di "tradimento" e "dell'onta consumata a Caporetto." Sarei d'avviso che senza alterare sensibilmente il testo della strofa, Vossignoria potrebbe introdurvi le piccole varianti necessarie a sostituire con altre le espressioni suindicate. Ad un nobile ed eletto poeta quale è la S.V. non riuscirà certamente di icile apportare tale modifica, che nulla toglierebbe al pregio della Sua celebre composizione. E.A. Mario fu costretto ad accettare le modifiche: il verso "si parlò di tradimento" divenne "si parlò di un fosco evento", e "per l'onta consumata a Caporetto" fu mutato in "poiché il nemico irruppe a Caporetto". Dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, il governo italiano adottò provvisoriamente La leggenda del Piave come inno nazionale, in sostituzione della Marcia reale. Il 21 luglio del 2008 Umberto Bossi propose di adottarlo nuovamente. Il 1919 segnò un'ulteriore tappa importante nella carriera di E.A. Mario, con nuovi successi, quali Le rose rosse, 'A legge, Vipera, Tarantellona e Santa Lucia luntana. L'amico Eduardo Scarpetta gli presentò Adelina Gaglianone, che sposò il 21 novembre 1919, dopo un brevissimo fidanzamento. Dal loro matrimonio nacquero poi tre figlie: Delia, Bruna e Italia Terza Desiderata (perché arrivando dopo altre due femmine il padre volle sancire, all'anagrafe, che era ugualmente contento). Nel 1921, per l'inaugurazione del monumento al milite ignoto, fu invitato al Quirinale e gli furono conferite le insegne di commendatore della Corona d'Italia. Nonostante i riconoscimenti e i successi ottenuti, Gaeta non raggiunse la tranquillità economica: Un po' per la esuberanza del temperamento, un po' per lo spirito polemico di lui, un po' per la scarsa avvedutezza negli a ari, un po' per imprevedibili disavventure, i nemici, gli avversari e i contendenti non gli sono mancati - e non gli mancano - è avvenuto che la ricchezza e il benessere non hanno mai preso stanza nella casa di viale Elena n. 30 di Napoli, e nemmeno nelle precedenti abitazioni. [Federico Petriccione, "Piccola storia della canzone napoletana"] Nel 1921, Gaeta fu licenziato dall'amministrazione delle Poste poiché la sua attività di musicista fu ritenuta incompatibile con l'u icio. Nel 1933 chiese di essere reintegrato, a causa delle sue precarie condizioni economiche e fu riassunto con la qualifica di avventizio postale che conservò fino alla morte. Uno dei motivi dei suoi problemi finanziari fu che la Leggenda del Piave non venne mai inserita nei bollettini della SIAE perché da questa considerata un inno nazionale e quindi proprietà dello Stato. Di ciò nacque una causa ventennale intentata senza successo da Gaeta alla SIAE. Dalle carte dell'epoca pare che ad essere in torto fosse proprio il compositore che, su un suo opuscolo di canzoni intitolato Strenna azzurra italica, trascrisse una comunicazione ricevuta dal Ministro della Pubblica Istruzione: "Le varianti a La leggenda del Piave rispondono pienamente allo scopo e la ringrazio. Dò [sic!] disposizione a inché vengano introdotte nel testo. Ella ha fatto cessione allo Stato dei suoi diritti d'autore per l'inclusione de La leggenda del Piave nel Canzoniere Nazionale e la esecuzione da parte delle scolaresche." Nel 1922 Gaeta fu costretto recarsi a New York per tutelare i diritti di alcune sue canzoni che venivano presentate sotto falsa paternità. Un tru atore, che si faceva chiamare Mario, approfittando di essere amputato di un braccio, millantava di essere di essere stato ferito durante la Grande Guerra e sosteneva di essere l'autore della Leggenda del Piave. Pare che, in quella occasione, Gaeta dovette anche sventare un'aggressione da parte di a iliati alla Mano nera. Tornato a Napoli, riprese a comporre con una vena che sembrava inesauribile; dopo Canzone appassiunata (1922), portata al successo da Gennaro Pasquariello, compose una serie di piccoli capolavori come Vide Napule, Zingara nera (1924), L'Italia (1926), Dduje paravise, Pass'a bandiera, Senza nomme (1928), Balocchi e profumi (1929), 'O pate (1931), Canzone 'mbriaca (1932). Non sappiamo se l'infatuazione nazionalfascista che, durante il Ventennio, spinse E.A. Mario a comporre una miriade di canzonette (e canzonacce) di propaganda fosse sincera o solo dettata da ragioni d'interesse. Quello che è certo è, tra il 1926 e il 1940, dalla penna infaticabilmente torrentizia dell'antico mazziniano nacquero: l'Inno al grano, Natale di Roma, L'Italia che farebbe comodo, Antimalthusiana, La fede d'acciaio, Me ne frego. Sulla Strenna azzurra italica, pubblicato da E.A. Mario nel 1929, possiamo leggere questi versi dedicati a Benito Mussolini: La bianca stella dei destini italici or d'un sol Uomo illumina i pensier lo trova pronto assiduamente all'opera per ricondurci ai provvidı sentier È quella stella ché lo vuole incolume perché sorrida in faccia allo stranier. Confini inalterabili! Lavoro! Grano! Esercito! La disciplina ferrea! La sana libertà. Certo, è una Italia che non fa assai comodo niuna disfatta dei tristi dì! Oh, per fortuna nostra è un'altra Italia! Ma è così fatta! Resti così! Il delirio nazionalistico di E.A. Mario si sfrenò quando Mussolini decise di scatenare la guerra contro l'Etiopia. Il bersaglio preferito dal compositore fu l'imperatore Hailé Selassié, cui dedicò una sguaiata serenata in cui lo contrapponeva alla grandezza di Mussolini: L'Italia d'ogge canta Giovinezza Sellassié! E acciaro 'e tempra: spezza e nun se spezza Sellassié! Chi mo 'a guverna è n'Ommo ca s'apprezza Sellassié… E tu contro a chist'Ommo vuo' fa' o Rre? Vatté! [L'Italia d'oggi canta Giovinezza, Selassié! È acciaio temprato: spezza, e non si spezza, Selassié! Chi adesso la governa è un Uomo che si apprezza, Selassié… E tu contro quest'Uomo vuoi fare il re? Ma vattene!] E.A. Mario raggiunge il punto più basso della sua carriera musicando Testa di Moro di Edoardo Nicolardi: Tra i salottini dei nostri giorni lieti c'è il tuo fra' più completi e i più carini sui tavolini hai piccoli tappeti di vecchie scatolette di cerini. V'è il paralume di carta velina la ballerina sopra l'ottomana ed i fiaschetti di polvere d'oro solo vi manca la testa di moro Ebbene sì quand'è così si metterà! Andremo in Africa sicuri e allegri: andremo a vincere contro quei negri. Fra tante teste che mozzerò una di queste ti porterò. La canzone continuava enumerando altri oggetti e il ritornello ripeteva la stessa promessa di creare soprammobili mozzando teste di negri. E.A. Mario non mancò di esprimere la sua opinione sulle sanzioni comminate all'Italia dalla Società delle Nazioni, per l'invasione del paese africano. Riprendendo una frase pronunciata da Benito Mussolini dal balcone di piazza Venezia durante un discorso l'8 settembre 1935, scrisse Noi tireremo diritto. Secondo il musicista il popolo italiano avrebbe saputo rinunciare ai beni di prima necessità e, senza nascondere la propria misoginia, indicava tra le cose di cui si poteva fieramente fare a meno "sto e e belletti", di certo gli stessi in cima ai desideri della scellerata mamma di Balocchi e profumi: Giacché la "Lega delle Nazioni" vuol regalarci le sanzioni, giacché la Lega contro noi s'ostina, sopporteremo con disciplina, cantando allegramente una canzon: "Noi tireremo diritto; l'amor di Patria non fu mai delitto… Se il fante in guerra va senza paura, chi resta a casa stringa la cintura: anche il digiuno, in questo caso, è salutar!" Durissima vigilia pei ghiottoni saranno certo le sanzioni: le pance tonde più non le vedremo, ma noi, frugali, non moriremo per questa dieta di frugalità… "Noi tireremo diritto, né mai ci mostrerem col viso a litto. La carne manca? Poco ci rincresce! Abbiam tre mari, abbiamo tanto pesce che, a chi lo vuole, lo possiamo regalar!" Sono applicate ormai le sanzioni: sto e e belletti non più a vagoni: ci mostreremo in tutto nazionali, saremo in tutto più naturali, ci mostreremo insomma quel che siam! "Noi tireremo diritto, faremo quel che il Duce ha detto e scritto: serenamente rimarremo paria, figli di questa Italia proletaria, serena e forte contro tutte le viltà!" "Noi tireremo diritto, se pur la Lega ci taglieggia il vitto… Questa è l'Italia: un popolo poeta: crede e combatte, fisso alla sua meta, ed obbedisce, se obbedir non è viltà." Mario volle dire la sua anche sul tema demografico, cioè sul fatto che le donne dovessero far figli per dare carne da cannone alle guerre fasciste. Scrisse una canzone che descriveva il superamento di una crisi coniugale proprio per andare incontro ai categorici imperativi del momento. Gli ultimi versi della canzone esprimono al meglio il ruolo che sia il fascismo che il musicista assegnavano alle donne. La campagna demografica a rontarono ma in pien sette maschi nove femmine e si voglion sempre ben! Con la disastrosa conclusione della Seconda guerra mondiale, Mario tentò di far scendere un velo pietoso su tutta la fase fascista e nazionalista della sua produzione musicale. Nel 1944, nella Napoli occupata dalle forze alleate e descritta così vividamente nel romanzo La pelle di Curzio Malaparte, E.A. Mario scrisse la musica di Tammurriata nera, "canto popolare a suon di tamburello". I versi erano del suo amico e prossimo consuocero Edoardo Nicolardi, lo stesso cui si dovevano le parole razziste di Testa di Moro. Questi era dirigente amministrativo dell'ospedale napoletano Loreto Mare, e un giorno fu testimone di un particolare trambusto nel reparto maternità: una ragazza napoletana aveva partorito un bambino di colore. Il caso non era isolato e furono molte le ragazze che partorirono bambini frutto di relazioni mercenarie o di fidanzamenti pieni di aspettative illusorie con soldati afroamericani. Gli stessi che, come scrisse Malaparte, raccontavano alle donne italiane di essere neri per esigenze di mimetismo militare e che, appena fossero tornati negli Stati Uniti, avrebbero ripreso il loro chiaro colore originale. Tammurriata nera, nacque di getto, sull'onda della commozione per la mamma coraggiosa che aveva deciso di tenere il bambino ma il musicista James Senese. figlio della guerra e memore dell'ardua infanzia da "nero napoletano", accusò sempre quel testo di razzismo: 'O contano 'e ccummare chist'a are: "Sti fatte nun só' rare, se ne contano a migliare! 'E vvote basta sulo na guardata, e 'a femmena è restata, sott"a botta, 'mpressiunata…" Séh! na guardata, séh! Séh! na 'mpressione, séh! Va' truvanno mo chi è stato ch'ha cugliuto buono 'o tiro: chillo, 'o fatto, è niro, niro, niro, niro comm'a che! [Le donne parlano di quest'a are: "Questi fatti non sono rari, se ne contano a migliaia! A volte basta solo un'occhiata e la femmina ne resta impressionata per il colpo!" Sì, una guardata, sì un'impressione sì! vai a trovarlo adesso chi è stato che ha colto il segno: il fatto è che quello è nero, nero come non si sa che!] Nel 1946, E.A. Mario scrisse Surdato ca tuorne., sul ritorno di un militare italiano dopo la guerra: Nisciuno 'aspettava a' stazione surdato ca tuorne pecché l'Italia nun è chiù 'na nazione so' triste 'ste juorne pe' tte L'Italia nun è chella 'e l'ata vota mo' tuorne ma nessuno te saluta. […] E tuorne senza musica e bandiere esule, sbandate vai tu ma penze ch'a bandiera e cchiù e 'na vota ce sta' quaccuno che nun 'a saluta. [Nessuno ti aspettava alla stazione, soldato che torni, perché l'Italia non è più una nazione, son questi giorni son tristi per te. L'Italia non è quella dell'altra volta, ora torni ma nessuno ti saluta. […] E torni senza musica e bandiere, te ne vai esule e sbandato, ma pensa che la bandiera non è più quella di una volta, c'è qualcuno che nemmeno la saluta.] Leoncarlo Settimelli, su Patria Indipendente, il giornale dell'ANPI, giudicò severamente il brano: Come accoglie E.A. Mario questo soldato? Cantando in lacrime sul palco di Piedigrotta e dicendogli che l'Italia non è più una nazione. Come sarebbe? Non è l'Italia della Resistenza, che si è liberata dal nazifascismo? E ancora: l'Italia non è quella dell'«altra volta». Cioè quella della Prima guerra mondiale? Pensa, dice ancora E.A. Mario, che c'è qualcuno che non saluta più la sua bandiera. Ma non dice che quella è la bandiera che il fascismo ha gettato nel fango, ma in nome della quale a migliaia hanno combattuto e sono morti. Il soldato che torna merita rispetto, ovviamente: ha combattuto per volere di governanti che l'hanno mandato in Russia, in Grecia, in Africa, in Albania, in Spagna a morire. Ma ora torna in una nuova Italia dove quei governanti sono stati abbattuti. Tutto il tono della canzone è invece di risentimento per questa patria nuova, di nostalgia per quando «la bandiera era la bandiera», di strisciante rabbia per la caduta del fascismo. E.A. Mario tentò una sorta di recupero ideologico con un'ennesima canzoncina patriottica più consona ai tempi nuovi. Nel 1948 scrisse il Canto dell'unità italica, certamente il più retorico, e insincero dei suoi tanti testi, oggi giustamente dimenticato. Da quel momento E.A. Mario fu quasi del tutto dimenticato. Morì il 24 giugno 1961 nella casa che a ittava a Margellina, in viale Regina Elena. Ci restano, nel bene e nel male, le sue duemila canzoni… Le notizie sono state tratte da: Raoul Meloncelli, "GAETA, Giovanni Ermete", Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 51 (1998); Leoncarlo Settimelli, "E.A. Mario belle canzoni ma anche autocensura", "Patria Indipendente", 19 febbraio 2006; tototru a2002.it e da un Dossier pubblicato su Tempo Medico, una storica rivista italiana di informazione e attualità medica, fondata nel 1958 e chiusa nel 2009, nota per le sue copertine illustrate da Guido Crepax e per il suo approccio divulgativo. Per l testo completo di Tammurriata nera, con la sua traduzione: https://www.antiwarsongs.org/confronta.php?id=1308&ver=955&lang=it
