Mozziconi

Uno sguardo da sotto il ponte
Non è quel che si dice un libro di massa, è roba da amatori, un po' snob: confesso che non mi dispiace.
E devo anche ammettere che non so da che parte cominciare ad analizzare questo bizzarro testo, come molti dell'autore del resto.
Sarà opportuno quindi partire dalla buccia, per arrivare poi alla polpa e al succo del frutto.
Il titolo. Subito ho pensato ad aforismi, motti, epigrammi; no, Mozziconi è il nome, l'unico, del protagonista: un barbone, uno straccione, un senza tetto, un clochard, un homeless, come se la definizione cambiasse la sostanza.
La struttura. Una serie di brevi episodi, ciascuno con un proprio titolo: avventure minime, riflessioni, meditazioni, desideri, progetti, per lo più strampalati, dialoghi improbabili, situazioni surreali, drammatiche, nonsensiche ai confini con la stupidità, indignazioni, ire funeste del protagonista. Un po' come nei romanzi picareschi; ma il Nostro non se ne va vagabondando per il vasto mondo, le sue imprese si compiono in riva al Tevere, dove vive, e i suoi spostamenti, al massimo, avvengono fra il ponte sotto il quale trova riparo e quello successivo.
L'ambiente. Come detto, Mozziconi vive sul greto del fiume romano, sotto un ponte, un "sotto" fisico rispetto alla città di Roma, che è il "sopra", ma i due sono soprattutto luoghi simbolici, metafisici, come vedremo.
Il protagonista. Mozziconi è un personaggio che ne riassume, un po' pirandellianamente, molti altri. È un nessuno, senza identità, perché non ha un nome, e senza nome non ci si può presentare e farsi degli amici, si è destinati alla solitudine. I suoi tentativi di accostarsi a creature diverse falliscono inevitabilmente. Comunica soltanto, stizzosamente, con un uccello e un pesce parlanti, come nelle fiabe; o lanciando messaggi nelle bottiglie che trova sul greto del fiume.E tuttavia si esprime attraverso numerose personalità. È un eremita che pratica un suo ascetismo meditativo; è una sorta di Diogene, pessimista, privo di oggetti di conforto, che filosofeggia sulla vanità delle cose del mondo; è un metafisico che si lancia in complicate astruserie; è un don Chisciotte che soffre per i mali della società; è un utopista-anarchista che progetta una rivoluzione che ponga fine alla corruzione, alle ruberie e alle ingiustizie perpetrate dal potere. Quel potere che sta lassù, nella città, in quella capitale, che sta "sopra", che incombe, cupa e opprimente, come in un romanzo distopico; guasta e marcescente dove conta solo l'accumulo del denaro. Se nella gran parte degli episodi il tono è leggero, surreale, assurdo, paradossale, grottescamente umoristico, in quelli dove è la città ad essere messa sotto accusa, affiorano sottotraccia allusioni a fatti reali, che potrebbero sfuggire ai più giovani (la prima edizione è del 1975).
Ma è nel finale, come nei fuochi d'artificio, che esplode il botto. Dal "sotto" della miseria, del degrado, anche ecologico, del fiume inquinato, dal suo greto colmo di rifiuti, si leva la beffa: semplice, volgare e sublime al tempo stesso. Sale verso il "sopra" della città a ridicolizzare i corrotti, impotenti ad arginarla, ad impedire che varchi i confini e si spanda nel mondo a denunciare i soprusi di sempre, che in fondo sono gli stessi ovunque.
Concludendo, per apprezzare questo libro sono necessari una certa predisposizione al surreale e a scavare fra le righe degli apparenti nonsense. Chi cerca un'esposizione logica, lineare, inequivoca, resterebbe deluso.

Luigi Malerba
Sfogliando il libro
Una mattina appena sveglio Mozziconi fece friggere una bella padellata di pescetti lattarini e li mangiò insieme a due cespi di insalata mista, scarola e cappuccina.
- Prendiamo duecentocinquanta e moltiplichiamolo per zero. Fa zero.
Se si tratta di duecentocinquanta granelli di sabbia la cosa ha poca importanza. Se si tratta di duecentocinquanta lattarini è già un fatto più noioso perché con duecentocinquanta lattarini uno ci mangia per una giornata intera. Se poi si tratta di duecentocinquanta palazzi che valgono un miliardo l'uno come quelli di via Fleming, è un disastro.
Quei poveri miliardari restano senza i loro miliardi e gli inquilini finiscono in mezzo alla strada. Per colpa di uno zero, un quartiere di Roma può finire raso a terra, ridotto a niente.
Ma come è possibile che uno zero sia capace di distruggere in un colpo solo duecentocinquanta palazzi, cioè duecentocinquanta miliardi? Da dove gli viene allo zero tutta questa forza di distruzione?
- Questo zero è peggio di una bomba al tritolo!
Allora bisogna stare molto attenti a non moltiplicare mai niente per zero, sopratutto la roba da mangiare come i lattarini perché in fondo in fondo dei palazzi di via Fleming a Mozziconi non
gli importava proprio niente, ma dei lattarini si. Certe volte la matematica fa dei brutti scherzi e uno può anche morire di fame per colpa di uno zero, se non sta attento.
- La cosa da fare è di abolire subito lo zero!
I romani antichi non avevano lo zero e vivevano benissimo senza, e sono anche riusciti a costruire il Colosseo e a conquistare mezzo mondo.
- A che cosa serve lo zero? Chi lo ha inventato?
Pare che sia una invenzione molto antica inventata dagli Arabi che erano furbissimi e anche un po' imbroglioni come tutti i popoli mercanti. È chiaro che si servivano dello zero per imbrogliare la gente nei mercati. Ancora oggi bisogna stare attenti ai mercanti levantini, sono molto spesso quasi tutti degli imbroglioni e si servono dello zero per i loro imbrogli.
- Lo zero è molto pericoloso!!!
Mozziconi scrisse il suo messaggio con tre punti esclamativi sul solito pezzo di carta, lo infilò nella solita bottiglia e lo gettò nella corrente del Tevere.
Era così arrabbiato con lo zero che prese il cappello e gettò in acqua.

Mozziconi raccolse da terra un giornale. Guardò la data e si accorse che era fresco di giornata. Secondo lui, cioè secondo il giornale, la crosta terrestre era tutta inquinata, le nazioni non facevano altro che litigare e in qualche posto si sparavano anche le cannonate. In Italia c'erano tanti disoccupati e scoppiavano le bombe nelle piazze e sui treni, ma gli assassini non li acchiappavano o non li volevano acchiappare. Invece avevano arrestata una ragazza che si era tuffata nuda nella Fontana di Trevi e un ragazzo che aveva rubato una mela.
-Qui ci sarebbe da piangere dalla mattina alla sera, - disse Mozziconi.
Però sapeva che piangere non migliora la situazione e allora era meglio chiudere in prigione quelli che stavano sulle poltrone a comandare, e mettere fuori la ragazza che si era tuffata nella fontana e il ragazzo che aveva rubato la mela.
Mozziconi cercava qualche notizia che gli tirasse su il morale. Sfogliando le pagine del giornale, finalmente trovò la fotografia di due tali che ridevano e si davano la mano.
Meno male!
Guardò meglio si accorse che erano due ministri ruboni e peculoni, e sotto la foto c'erano scritti stampati i miliardi che avevano rubato.

Ogni tanto Mozziconi rinunciava a spedire i suoi messaggi dentro la bottiglia più che altro perché già si figurava davanti agli occhi, come al cinematografo, quelli che li avrebbero raccolti
Certe volte erano delle donnette ignoranti che non sapevano leggere, ma più spesso vedeva un tale che prendeva la bottiglia e la guardava contro la luce per vedere se era vino rosso o vino bianco. Non è vino, ma l'uomo apre lo stesso la bottiglia e legge il foglietto, lo rigira un po' fra le mani, poi dà un'occhiata intorno per essere sicuro che nessuno lo sta a guardare e finalmente lo straccia in tanti pezzetti e lo butta via.
Questo uomo che stracciava il suo messaggio, Mozziconi ce l'aveva sempre davanti agli occhi e avrebbe voluto pestarlo a sangue, ma appena faceva il gesto di dargli un pugno, questo scompariva e diventava aria trasparente. Purtroppo gli succedeva sempre così quando voleva prendere a pugni qualcuno, prendeva a pugni l'aria. Si vede che tutti avevano così paura dei suoi pugni che al momento giusto si trovavano da un'altra parte.
Allora Mozziconi per sfogare la sua rabbia si metteva a sputare sulla sabbia.

Gralli
