Nella corrente

27.03.2026

Questo libro è una perfetta esemplificazione di quello che chiamo effetto ciliegia: se da un cesto ne spicchiamo una, ce ne ritroviamo fra le dita un grappoletto intrecciato per i piccioli. Così accade per questo testo: contiene una storia - se così si può dire, dato che vi succede poco più di nulla - ma da da questa, ne saltano fuori altre, a grappolo, e i "piccioli" che le trattengono sono le nostre associazioni, per somiglianza, contrasto, emozioni, reminiscenze. Il grappolo dipende dalle "ciliegie" mangiate in precedenza e dalla nostra memoria associativa. Questa è la condizione soggettiva, sufficiente perché l'effetto si manifesti, ma non necessaria: questa è data dalla natura letteraria del testo, dal suo spessore contenutistico; dalla sua capacità di rappresentare - attraverso il particolare, modesto, anche infimo - l'universalità di alcuni aspetti e problemi della condizione umana. Questo libro rientra perfettamente nella categoria, e già questo ne sancisce il valore.

Tiziano, Madonna delle ciliegie, particolare

Un testo letterario però, è fatto anche di forma, soprattutto di forma; l'arte consiste proprio nel dare forma a contenuti comuni, ordinari, ad elevarli a prodotto artistico e universale. Una mela attaccata al suo ramo o sulla nostra tavola, è diversa da quelle dipinte da Caravaggio, Cezanne, Magritte. La forma cambia secondo lo stile dell'artista. Per chiarezza espositiva e di analisi, ho separato i due aspetti testuali, forma e contenuto, ma in realtà essi costituiscono un unicum inscindibile.
L'argomento è il tedium vitae, lo spleen, il male di vivere, l'assurdo dell'esistenza, modi diversi di definire uno stato psicologico che in maniera più o meno accentuata, più o meno prolungata, innescato da contesti diversi, da sempre affligge gli umani, come da testimonianze antichissime quali papiri egizi e scritti dell'Antico Testamento, solo per fare alcuni esempi. Innumerevoli i letterati, poeti, filosofi, artisti, che attraverso i secoli, e fino ad oggi, ne hanno dato testimonianza.

Paul Cezanne

Alla deriva*

Jean Folantin, il protagonista di questa storia, è uno dei tanti poveretti, che calcano, e hanno calcato, le strade impervie della vita in ogni tempo della storia e del pianeta; persone che hanno ricevuto solo bastonate dalla sorte. Questa lo ha partorito in una delle più celebri città del mondo, per storia, arte e bellezza, ma il suo girovagare accompagna il lettore negli angoli, bui, sordidi, meno presentabili, che sono da sempre l'altra faccia di ogni città che viene definita grande, in ogni senso.
Folantin, quarantenne precocemente invecchiato, con i pochi mezzi di sussistenza che gli concede un lavoro monotono e alienante, ha rinunciato a tutte le gioie della vita, affettive e sensuali; di queste gli resta, soltanto, forse perché legato all'istinto di conservazione, il desiderio di un buon pasto, ad un prezzo accessibile. Aspirazione che lo porta ad un vano e frustrante pellegrinaggio fra trattorie, ristoranti, pasticcerie, tavole comuni. Una sorta di interminabile via crucis ad alto valore simbolico.

 È un sisifo metropolitano, che fa rotolare il suo masso lungo una pista circolare, che dopo inutili deviazioni, lo riconduce allo squallore della sua casa per la notte, in attesa di ricominciare il mattino seguente.
Consapevole del suo malessere, che attribuisce a cause fisiche, si imbottisce di medicamenti, senza ottenere risultati, ça va sans dire.
Nulla può dargli sollievo, né le illusorie ed effimere flânerie della bella stagione; né un paio di spettacoli teatrali squallidi e deludenti; né un fugace incontro carnale con una prostituta che, dopo avergli estorto la cena e un paio di monete, e avergli fatto balenare un lampo di giovinezza, lo lascia più solo e depresso di prima.
Insomma non resta che abbandonarsi alla corrente.

* Questo è un altro titolo col quale il libro si trova in italiano

Sfogliando il libro

Il cameriere poggiò la mano sinistra sul fianco e la destra sullo schienale d'una sedia, dondolandosi su un piede e serrando le labbra. «Beh, dipende dai gusti» disse. «Io, al posto del signore, prenderei del Roquefort».
«Va bene, datemi un Roquefort». Seduto a un tavolo ingombro di piatti con avanzi di carne rappresa e bottiglie vuote che lasciavano col fondo impronte bluastre sulla tovaglia, Jean Folantin arricciò il naso: era sicuro che avrebbe mangiato del pessimo formaggio. E davvero la sua aspettativa non fu smentita: il cameriere gli servì una specie di mozzicone bianco con venature d'indaco marmoreo, chiaramente ricavato dagli avanzi d'un sapone di Marsiglia.

Vincent van Gogh

Folantin mordicchiò il formaggio, piegò il tovagliolo, s'alzò e la sua schiena s'ebbe i salamelecchi del cameriere che gli richiuse la porta alle spalle.
Appena fuori, aprì l'ombrello e affrettò il passo. Alle aguzze lame di freddo che gli forbivano le orecchie e il naso erano subentrati i filacci sottili d'una pioggia battente. Il glaciale, crudo inverno imperversante da tre giorni su Parigi stava sciogliendosi e le nevi allentate colavano flottando sotto un cielo tumefatto, come affogato nell'acqua.
Ora Folantin trotterellava verso casa, pensando al fuoco che aveva acceso prima d'andare a sfamarsi nel solito ristorante. [...] 
Saliti gli scalini quattro per volta, entrò e non scorse nessuna fiamma nel camino. [...] senza spogliarsi, cappello in testa, ribaltò la griglia, la riempì ancora, metodicamente, aprendo qualche presa d'aria. Abbassò la grata, utilizzò dei fiammiferi con un po' di carta e si svestì.
D'improvviso sospirò, sentendo la lampada emettere profondi risucchi. «Ah, è finito l'olio! Ci mancava solo questo». E, sconsolato, esaminò lo stoppino appena tolto, un pezzetto giallo con la cima carbonizzata e dentellata di nero. «Che vita impossibile» brontolò cercando delle forbici. Sistemò la lampada alla meglio, poi s'abbandonò su una poltrona immergendosi nei propri pensieri.La giornata era stata negativa e lui l'aveva vista nera fin dal mattino. Il direttore dell'ufficio dove lavorava da vent'anni gli aveva rimproverato sgarbatamente d'essere giunto in ritardo. Folantin era insorto e, togliendo di tasca il proprio cipollone, aveva seccamente eccepito: «Le undici esatte».
A sua volta, il capufficio aveva estratto un potente orologio a remontoir. «Le undici e venti,» replicò «esatte come la Borsa»; e, con atteggiamento sprezzante, s'era degnato di scusare il dipendente, compiangendolo per l'orologio antiquato che sfoggiava.
In simile modo beffardo di giustificarlo, Folantin rilevò un'allusione alla propria povertà e protestò vivacemente col superiore; ma questi rincarò la dose e, irrigidendosi, con parole intimidatorie gli rinfacciò ancora la mancanza di puntualità.
Iniziata male, la giornata lavorativa era continuata a essere insopportabile. Sotto una luce cupa che oscurava la carta, aveva dovuto copiare lettere interminabili, disporre grandi tabelle e sorbirsi pure le chiacchiere del collega, un vecchiuccio che, mani in tasca, parlava in continuazione.
                           

Ciliegie

Se il lettore interrogasse Folantin, gli chiedesse perché non reagisce, risponderebbe PREFERIREI DI SÌ. "Chiedete perché? Perché non ho scelta. Bisogna abbandonarsi alla corrente, andare Alla deriva".

Altro titolo dello stesso libro

Sono un povero impiegato. Giorno dopo giorno, faccio rotolare il mio masso per le strade di Parigi, senza una meta, in un moto circolare: casa, ufficio, ricerca vana di un buon pasto, e ancora casa, per ricominciare il mattino dopo in perfetta solitudine. Colui che mi ha preceduto (1), nell'Ade lo spinge il suo, in eterno, fino al culmine della vetta, dal quale inesorabilmente ricade: il castigo per la sua tracotanza.
Il mio castigo? Nessuna colpa. Non c'è bene per chi non ha un soldo. E comunque la vita dell'uomo gravita come un pendolo tra dolore e noia. Perciò non serve provarsi ad accelerare o ritardare il moto del bilanciere…Ha un bel dire il filosofo.(2)

… un giorno, sorge il "perché" e [...] inaugura al tempo stesso il movimento della coscienza, lo desta… Per me nessun risveglio, o meglio la consapevolezza dell'inutilità d'ogni cambiamento, la sterilità d'ogni ardore o sforzo. Il mio filosofo è un altro.(3)

Ho sbagliato tentando di ritrovare il tempo perduto, di tornare a teatro, fumare un buon sigaro, ingerire ricostituenti e andare con una donna. Ho sbagliato a lasciare un cattivo ristorante per visitarne di peggiori… Quindi la risposta non può che essere, obtorto collo, preferirei di sì. Bisogna abbandonarsi alla corrente. A un mio collega d'oltreoceano, quello che ha detto preferirei di no,(4) non è andata troppo bene, anche se ha dato un bel po' di filo da torcere al suo datore di lavoro!
Poi ce n'è un altro, proprio qui, a Parigi, è a lui che hanno detto di no, lo hanno messo forzatamente a riposo. Incredibile la sua reazione: e patetica!(5)
C'è poi quel praghese, di lingua tedesca; si occupava di assicurazioni, ma di notte scriveva libri.(6) Pare che abbia detto:

I funzionari possono trasformare gli uomini vivi in corpi morti, ridurli a numeri buoni solo per un archivio. Io porto perennemente le sbarre in me e provo sempre il rimorso per il fatto che lascio naufragare la mia vita in un'esistenza da burocrate.

I suoi libri però hanno avuto un certo successo, mi hanno parlato di uno che racconta la fine terribile di un commesso viaggiatore. (7)
Quei due russi, invece, sono stati molto più sfortunati. Uno (8) è morto per il rimorso di aver sputacchiato con uno starnuto sul collo di un pezzo grosso; l'altro (9) di freddo, sapete il clima di quelle parti. Gli avevano rubato il suo bel cappotto nuovo, acquistato al prezzo di tante rinunce, ma il suo fantasma si era preso la rivincita.
Dimenticavo, quell'americano un po' snob, che lavorava in banca, lui invece era soddisfatto. (10)

«È il mestiere più interessante del mondo», asseriva [...] per lettera a un amico: «è tranquillo e mi permette di vivere a Londra, di proseguire i miei lavori e di vedermi con gli amici; la banca è accogliente e incoraggiante».

Ma chi proprio mi fa arrabbiare, chi non posso sopportare, è un altro mio concittadino; (11) lui sì che se la prende comoda, va in ufficio quando gli pare, inventa scuse inverosimili, fa morire i parenti, anche più volte, per avere un giorno libero. Passa il tempo a bighellonare, indugia ai tavolini dei caffè all'aperto.  
Io intanto, seguo la corrente.

 NOTE
1 Sisifo
2 Albert Camus, Il mito di Sisifo
3 Arthur Schopenhauer
4 Bartleby lo scrivano
5 https://www.bibliosalotto.it/l/il-pensionato-signor-bougran/
6 Franz Kafka
7 La metamorfosi
8 Červâkov in
La morte di un impiegato di Anton Cechov
Akakij Akakievič Bašmačkin, protagonista di Il cappotto Di Gogol' 
10 T.S.Eliot
11 Un personaggio di I mezzemaniche di Courteline

                                                                                                                                                                                        Gralli






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