Notte in treno

Se una notte di fine estate alcuni viaggiatori...
UNA PREMESSA. Mi sono guastata il fegato ad inveire contro un brutto libro, commerciale, volgare, esaltato da una pubblicità ipocrita e subdola; la bruttezza spacciata per capolavoro; un raggiro vergognoso per di più compiuto da una casa editrice dagli onorevolissimi trascorsi. Come un'inutile Cassandra ho sofferto al pensiero dell'ennesimo imbonimento, da parte dicommentatori prezzolati, ai danni del senso estetico dei lettori il cui gusto letterario si va sempre più corrompendo. Un amico saggiamente mi ha confortata dicendomi: "ma che t'importa, ci sono tanti libri da leggere per chi apprezza la vera letteratura". Allora ho cominciato a leggere questo libriccino, come balsamo sulle ferite.
Non proprio un libro, un fascicolo di poco più di trenta pagine graffettate, privo di dorso, della collana Ocra Gialla che raccoglie Testi inediti e rari del Novecento, casa editrice Via del vento.
La veste tipografica è austera. Copertina del colore che dà nome alla collana, delicatamente ruvida, un leggero brivido tattile; in alto il nome dell'autrice, in corpo ridotto; sotto, in rosso, in stampatello, il titolo; al centro in formato francobollo, la riproduzione di un quadro di Seurat, poco chiara in verità; assente la presentazione della quarta di copertina dedicata invece ai riferimenti dell'editrice. Pagine in carta vergatina avorio, stampa nitida ad alta leggibilità, tiratura limitata, all'interno qualche foto della scrittrice. Postfazione del traduttore (Antonio Castronuovo) e biografia in fondo. Una delizia da snob per soli 4 euro.

L'incipit:
Era la prima notte di guerra. Nelle guerre e nelle rivoluzioni niente di più singolare di quei primi istanti in cui si viene proiettati da una vita all'altra, senza fiato, come se si cadesse dall'alto di un ponte, tutti vestiti, in un fiume profondo, senza capire cosa sta succedendo, serbando nel cuore un'insensata speranza.
Commentare è quasi una profanazione. Poche righe: l'annuncio della tragedia, l'incredulo sgomento delle persone, la storia che si ripete. Se fosse un film questa sarebbe la frase di apertura dopo i titoli di testa, quale musica per accompagnarla?
Il treno si dirigeva verso Parigi; trasportava dei mobilitati, e donne che giungevano in tutta fretta per abbracciare colui che domani sarebbe partito, per cercare bambini e anziani e condurli in luogo sicuro, per lavorare, per aiutare.
Erano tutti lividi e benevoli; si scambiavano parole molto ragionevoli, ma che agitazione nel profondo! Ognuno di loro si sentiva spezzato, frantumato, abitato da due diverse anime: quella di ieri e quella dell'incerto avvenire, che non si riconoscevano più tra loro, che facevano uno sforzo vano e tormentoso per fondersi, ma era impossibile. La donna che aveva appena detto: - Mio marito è partito la settimana scorsa. Non ho notizie di lui. So che è all'est, ma…
La stessa donna, seduta in un angolo del vagone, levava gli occhi, mirava il cielo pieno di stelle e fantasticava: «Ah! fa bello. Finalmente, settembre è bello. Per fortuna, giacché mio marito comincia le vacanze domani». Non si era ancora pienamente capacitata di quel che stava succedendo.
Una sceneggiatura dal forte potere evocativo: poche righe, il lettore osserva la scena iniziale sullo schermo della sua immaginazione, e già è trasportato fra questa gente comune, che da lì a poco sarà travolta dall'epica assassina della guerra, che in ogni epoca mai la riguarda, se non per lo strazio che comporta.
E quindi il miracolo, i dialoghi: banali, ordinari, di gente diversa e modesta; uomini e donne, che in altra occasione non si sarebbero rivolta la parola, si girano verso i vicini e parlano di sé, e chiedono, in frasi semplici, dalle quali sgorga un'inconsapevole solidarietà, istintiva nell'imminenza di una catastrofe annunciata, ma della quale non possono ancora sapere la portata. E l'ansia confusa, che serpeggia nei discorsi, contrasta con la maestosità del paesaggio.
Sì, era l'inizio della guerra. Sembrava lontana, ora.
Il treno correva in una campagna oscura. Le città, i casolari, le stazioni avevano spento o coperto i fanali. Nel vagone, una piccola lampada blu dondolava sul soffitto; a seconda dei movimenti del treno, quasi si confondeva a tratti con le tenebre, oppure faceva lampeggiare un bagliore d'azzurro. Ma su tutta questa oscurità regnava un cielo incantevole, gremito di stelle stipate l'una contro l'altra; un cielo immenso che sembrava però troppo angusto per contenerle tutte; se ne scoprivano di continuo delle nuove, bianche e scintillanti e, nel loro raggio di luce, si scorgevano distintamente le fattorie nelle valli, i campanili sui monti e le onde del mare.
La prima notte di guerra: quante le volte in cui ce l'eravamo immaginata! «I civili si accalcano nei treni, mentre gli aerei tedeschi bombardano le stazioni, le automobili si tamponano sulle strade, la gente fugge sconvolta dalle città per rifugiarsi nei boschi, come ai tempi delle grandi invasioni». Eppure tutto sembrava tranquillo, normale. Nessuna lacrima, nessuno strepito, nessuna folla urlante. Parecchia gente nel treno, ma non più che alla vigilia del rientro di ottobre o delle vacanze di ferragosto. È vero che si andava verso Parigi e l'agitazione doveva essere in senso contrario.
La quiete prima della tempesta, il presentimento ancora indistinto della tragedia collettiva.
Ecco questa è la letteratura, l'arte, che sa elevare in forme nobili e universali anche le piccole cose, come i discorsi qualunque della gente semplice: ovvi, prevedibili, scontati, anodini. I nostri discorsi nei quali ci riconosciamo nell'umanità condivisa grazie alla vera, grande scrittura.
Gralli
