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04.03.2026

Il vicequestore Montessoro si era svegliato di buonumore, caffè amaro e forte, crostini, confettura di albicocche di suor Giuseppina, e via ad affrontare la giornata. Aveva ormai in pugno la soluzione del mistero della morte violenta di suor Ildegarda, un caso che aveva messo alla prova le sue capacità investigative: nessun movente e l'impossibilità di ricostruire con precisione la dinamica del ferimento letale.

Casi difficili, che avevano sfidato la logica, ne aveva visti tanti nei lunghi anni della sua carriera, ma questo era diverso da tutti gli altri. Nel corso delle indagini era precipitato in un labirinto di storie e memorie, in un romanzo affollato di personaggi provenienti da un mondo – di volta in volta reale, immaginato, desiderato – molto lontano nel tempo rispetto all'evento da indagare. Suo malgrado, inavvertitamente, si era trovato intrappolato in questo groviglio. Indotto, per una sorta di contagio, a ripercorrere le strade dei suoi ricordi, il viale delle rimembranze e dei rimpianti, aveva rievocato una parte della propria storia – la più dolorosa – e, rappresentandola insieme alle altre, era entrato in quel composito romanzo annullando la distanza che separa l'osservatore dalle persone e dai fatti.

Seduto alla scrivania, mentre aspettava l'arrivo dei suoi collaboratori e delle altre persone che aveva convocato, vedeva passare davanti a sé, in una sfilata spettrale, personaggi principali e figure di contorno, vivi e morti, di quelle intricate vicende: la sedotta Ernestine, la méistra Lìzin che ne aveva rievocato il dramma, il turpe conte Tommaso Maria con la sua burbera governante Luigina Rossi, la malevola suor Ildegarda e i suoi tormenti, il vanesio e corrotto notaio Ricci con le sue figétte , la vedova Poggi Parodi speranzosa di sposarlo, l'ingenua profittatrice Luisa con le sue grottesche dame di compagnia, il fantasioso guardiano notturno Orlando col cane Diablo , il gruppo spaventato delle suore della Villa Del Pilastro, la meticolosa archivista della Congregazione della Madonna del Gelo e tutti gli altri che insieme rappresentavano un vasto campionario di drammi e farse. Li guardava, senza pronunciare sentenze né concedere perdoni, semplicemente riconoscendoli fratelli di una comune patria: l'umana condizione. Homo sum, humani nihil a me alienum puto.

Le sue meditazioni furono interrotte dall'arrivo di un fax, da parte dei Carabinieri, che riportava una nuova e definitiva testimonianza: era davvero il suo giorno fortunato! Chiamò immediatamente il maresciallo e prese accordi sulle misure da adottare alla luce di questa importante novità. I primi ad arrivare furono Stefano ed Alberico, questi mise al corrente  il vicequestore delle cause della propria amnesia e gli raccontò la storia delle mazze da cricket. Subito dopo entrò il dottor Christian Quattrocchi, accolto dal vicequestore con enfasi velatamente ironica. Per ultimi fecero il loro ingresso nell'ufficio gli ispettori Sara Andreoli e Ivan Pezzopane altrimenti detto Carognone o Ivan il Terribile. Quando tutti furono a posto, Montessoro prese la parola.

«La notte del 30 maggio, mentre erano in corso i festeggiamenti per la vittoria della nostra squadra di calcio – della tua pensò Stefano – si sono verificati, a poca distanza di tempo e di spazio, tre diversi eventi delittuosi che parevano non avere alcun collegamento fra loro. L'incendio della Suite delle due Marchese – a proposito, poi qualcuno di voi mi dirà perché si chiama così – dicevo: l'incendio della suite , l'irruzione vandalica nell'appartamento dell'ex notaio Ricci, la morte di Brigitte Müller, alias suor Ildegarda, colpita alla testa da una statua di bronzo collocata su una mensola, nel suo studio. Le indagini sulla vita e sul passato della vittima, come di prassi in questi casi, hanno messo in luce l'esistenza di un filo che, benché esile, collegava in qualche modo questi crimini. Nella suite, al momento dell'incendio, risiedeva Luisa Bisso, sedicente vedova Perego, cliente abituale dell'albergo, amica di vecchia, anzi vecchissima data della suora morta. Il dottor Oreste Ricci aveva redatto l'atto di donazione della Villa Del Pilastro che, trasformata in una scuola, era stata diretta fino al momento della sua morte da suor Ildegarda. Detto questo vorrei ora dare la parola al dottor Quattrocchi che, in qualità di perito della Società di Sicurtà Vita Serena, ci illustrerà i risultati ai quali è pervenuto relativamente alle cause dell'incendio. Ma prima vorrei ringraziarlo per la preziosa collaborazione: le sue informazioni sono state di fondamentale importanza per le indagini, soprattutto quelle fornite a sua insaputa.»
Allo sguardo interrogativo e perplesso di costui rispose con un cenno della mano a significare un po' di pazienza!

Il perito, detergendosi la fronte perennemente sudata, comunicò che c'erano fondati sospetti di dolo – l'albergo versava in cattive condizioni e il premio dell'assicurazione avrebbe risolto molti problemi al proprietario – ma gli erano mancate adeguate prove a sostegno. Sui cornicioni, un po' ovunque, erano stati trovati resti di fuochi d'artificio di vario genere, razzi, bengala, candele romane e simili, che in quella notte di festeggiamenti erano stati sparati in gran quantità. L'ipotesi che il fuoco fosse stato appiccato da uno di questi ordigni, entrato dalle finestre aperte, come sosteneva il Direttore proprietario, non poteva essere scartata del tutto. Un caso del genere, d'altra parte, non era neppure espressamente escluso dalla polizza e quindi bisognava pagare.
L'astuto Quattrocchi, tuttavia, era riuscito ad ottenere un vantaggioso patteggiamento per la Società che rappresentava, e di questo doveva dir grazie ad un'informazione ottenuta dalla polizia: gli arredi d'epoca dell'elegante suite, che avevano un valore storico e antiquario, non erano ignifughi e quindi non rispondenti alle vigenti norme di sicurezza, per cui la somma da pagare, comunque notevole, si sarebbe ridotta di circa la metà.

Il vicequestore con aria sorniona chiese: «Nessuno dunque ha visto niente, non ci sono stati testimoni?»
«Ahimé, no!» fu la sconsolata risposta.
Era chiaro che la furba Luisa era riuscita ancora una volta a farsi pagare bene il proprio silenzio: il suo soggiorno sarebbe continuato fino al termine consueto per l'anno in corso ed era certamente garantito per il prossimo.
Il vicequestore riprese la parola per comunicare le novità relative al caso Ricci, anch'esso ormai praticamente risolto, ma prima lo riepilogò per sommi capi.

«Innanzitutto non si è trattato di un furto – non sono stati asportati né denaro né oggetti di valore – ma sicuramente di una vendetta. Tuttavia, il notaio non esercitava più da diversi anni e, anche se il suo passato non era proprio immacolato, era poco verosimile pensare, dopo tanto tempo, al gesto di una persona danneggiata da qualche sua non corretta operazione. Una testimone ha dichiarato di aver visto quella sera il professor Del Pilastro, qui presente, nei pressi dell'appartamento: stava scendendo le scale recando con sé un pesante borsone sportivo nel quale, come si è saputo in seguito, erano contenute diverse mazze da cricket.»
A questo punto Montessoro chiese il permesso ad Alberico di raccontare al suo posto le vicende che lo riguardavano e al suo assenso riprese la relazione.

«Alberico Maria Del Pilastro quella sera aveva assunto degli psicofarmaci che gli avevano provocato un forte stato confusionale ed una amnesia, al momento non ancora del tutto superata. Si era presentato a casa del professor Stefano Mantero, qui presente, in preda al delirio confessando un non precisato atto illecito. Dobbiamo qui anticipare che il Professor Del Pilastro era stato visto anche: nell'albergo, in stato di apparente ubriachezza; nella villa, dove un testimone lo aveva sentito litigare con la vittima e minacciarla di morte. Egli avrebbe avuto validi motivi di risentimento sia verso il Ricci che verso suor Ildegarda perché era stato defraudato, da una donazione illecita, della dimora di famiglia che gli sarebbe spettata di diritto. Ma perché vendicarsi solo ora? Professore, per cortesia, spieghi lei ora il motivo per cui, quella sera, se ne andava in giro con un borsone pieno di mazze da cricket.»

Alberico raccontò la storia del suo studente, al quale doveva consegnare le mazze e che, a causa del suo stato delirante, non era riuscito ad incontrare. Raccontò anche del suo incontro con Luisa Bisso che aveva rievocato tutti i dettagli della maledetta donazione, e confessò i suoi timori: era possibile che il farmaco avesse risvegliato un risentimento latente e sciolto ogni inibizione, le mazze da cricket a portata di mano avrebbero fatto il resto. Se le cose stavano così, era pronto a prendersi tutte le responsabilità. Montessoro obiettò che la porta non era stata sfondata: qualcuno aveva manomesso la serratura con degli arnesi da scasso, attrezzi di cui lui non disponeva. E qui tirò fuori il suo asso nella manica: la comunicazione fornita dai Carabinieri pochi minuti prima, un vero dono della sorte.

Quella sera un vicino di casa, tale Piana Alberto, uscito per recarsi alla stazione, aveva visto un uomo armeggiare davanti alla porta dell'ex notaio. Costui vedendolo arrivare si era messo a guardare le targhe dei campanelli, come se stesse cercando qualcuno. Il testimone aveva una certa fretta e, pur avendo avuto dei sospetti, non aveva potuto fermarsi. Era rimasto fuori città qualche giorno per lavoro e si era dimenticato dell'episodio. Al suo ritorno, saputo quanto era accaduto, si era presentato ai Carabinieri per riferire ciò che aveva visto; non era riuscito a dire se la serratura in quel momento fosse già stata forzata perché l'uomo vi era davanti, era stato però in grado di riconoscerlo da una serie di foto segnaletiche che gli erano state mostrate. Trattavasi di Rocca Egidio, un pregiudicato che aveva commesso piccoli reati e da tempo non aveva più avuto problemi con la giustizia. Attualmente era autista in una ditta di autotrasporti. Al momento non era in città, ma era già stato avvisato, tramite il suo datore di lavoro, che al rientro avrebbe dovuto presentarsi per chiarimenti. Certo, non era da escludersi che quell'uomo avesse già aperto la porta e che, vistosi scoperto, fosse fuggito lasciando il lavoro incompiuto e quindi via libera al professor Del Pilastro di compiere la distruzione. Se le cose fossero andate così, la tesi dell'azione violenta per vendetta tardiva, sotto l'azione degli psicofarmaci, poteva essere plausibile...
E qui l'ispettore fece una lunga pausa ad effetto come un consumato guitto: «Ma signori, le cose non sono andate così!» E Alberico tirò un sospiro di sollievo.

La testimonianza resa ai Carabinieri dal Piana era della sera precedente e la relativa comunicazione alla polizia era avvenuta nella prima mattinata; un paio d'ore dopo che questa era partita, era avvenuto un altro fatto: quello che, grazie al favore degli dei come disse il vicequestore, ci offriva su un piatto d'argento la soluzione del caso. Una certa Rocca Jessica, sedicenne, in lacrime, si era presentata poco meno di un'ora prima ai Carabinieri.

La ragazza – chioma crestata di un rosso improbabile, piercing al naso e sul labbro inferiore, diversi anellini ad un orecchio, maglietta nera con teschio e didascalia oscena in inglese, jeans artatamente strappati – si era qualificata come sorella di Egidio, l'uomo che era stato visto trafficare attorno alla serratura del notaio Ricci. Era venuta ad intercedere per il fratello, che aveva fatto una belinata per colpa sua, ed essendo schedato rischiava di finire di nuovo in galera, proprio ora che aveva messo la testa a posto e trovato un lavoro onesto. Il maresciallo Scognamiglio Vincenzo, un brav'uomo, padre di famiglia con figli adolescenti, non si era fatto impressionare dall'aggressiva mise di Jessica, aveva ascoltato la sua storia e vedendola piangere si era impietosito. Aveva ritenuto opportuno che fosse ascoltata anche dal vicequestore – per decidere insieme un modo per aiutarla – e che venisse messa a confronto, per il momento in maniera informale, col danneggiato, quel porco, a rilevare il quale dal proprio domicilio era andato il Carognone mugugnando: tutti a me, i vecchi, li dovete rifilare. La Jessica e il Ricci furono fatti attendere in un'altra stanza, che permetteva ad un agente di tener d'occhio, non visto, il loro comportamento: la ragazza, in un angolo, piangeva in silenzio mentre il notaio camminava nervosamente per la stanza voltandosi verso di lei di tanto in tanto per sibilarle un insulto a denti stretti.

Jessica, in compagnia di alcune cosiddette amiche, frequentava il Cat in love, un locale dove non ci si faceva troppi scrupoli nell'accertare l'età dei clienti – lo stesso degli incontri galanti del Ricci – e proprio con costui si era accompagnata più volte. Il fratello, in mancanza dei genitori, le faceva come poteva da padre ma, essendo spesso fuori per lavoro, poteva esercitare una sorveglianza molto limitata. Venuto a sapere della cosa aveva riempito di botte la sorella, ma giustamente riteneva che il vecchio sporcaccione fosse il maggior responsabile, e aveva pensato ad una punizione esemplare. Il suo intento primitivo era stato quello di gonfiarlo di pugni , ma non avendolo trovato in casa, come temeva, aveva fatto ricorso ad un piano alternativo: per questo si era munito preventivamente di attrezzi da scasso – cimeli di gioventù – e gli aveva sfasciato la casa.

La povera Jessica, approfittando della sua assenza, aveva compiuto un disperato tentativo per salvare il fratello, unico affetto che aveva al mondo. Il maresciallo e il vicequestore si erano trovati subito d'accordo: confronto immediato Jessica e Ricci e una bella panciata di paura per quest'ultimo, senza pietà, quello che gli era capitato era anche poco. Certo, come tutori della legge non avrebbero dovuto incoraggiare la vendetta privata, ma quello era un caso in cui si poteva compiere, senza rimorsi di coscienza, un'eccezione.

Il vicequestore pregò gli intervenuti di pazientare qualche minuto e si spostò nella stanza dove, nervosissimi, erano in attesa la Rocca Jessica e il Ricci Oreste, per dirla come il maresciallo Scognamiglio Vincenzo, il quale sopraggiunse dopo pochissimi minuti. I due si comportarono, di concerto, come il gatto e la volpe. Ascoltarono per primo il danneggiato, che si esibì in una lunga geremiade, lamentando i gravi danni materiali e morali subiti, la distruzione del suo archivio, di suppellettili di valore, lo choc e lo spavento al ritorno a casa nel trovare quello sfascio, lui un povero vecchio – quando gli faceva comodo inoffensivo, onesto e onorato, rispettoso delle leggi, un membro stimato della società .

Lo lasciarono parlare per almeno un quarto d'ora, più parlava più si imbaldanziva, finendo per convincersi lui stesso di quel che diceva. Jessica se ne stava buona e zitta con gli occhi abbassati, persino la sua cresta rossa, tenuta su col gel, sembrava essersi ammosciata. Montessoro lo lasciò sfogare facendogli credere che i due custodi della legge fossero dalla sua parte, ma quando vide che le nocche del maresciallo cominciavano a sbiancarsi nei pugni stretti, capì che era il momento di fermarlo, e diede la parola alla ragazza. Il dottor Ricci non si trattenne e cominciò a gridare, non avrebbero mica dato retta a quella puttanella che voleva screditare una persona perbene come lui, o a quell'avanzo di galera del fratello d'accordo con lei per derubarlo, ma il vicequestore gli pose una mano sulla spalla ed esercitando una certa pressione con voce gelida sibilò: «Dottor notaio Oreste Ricci, non mi costringerà a mettere in cella un povero vecchio, vero? Magari insieme ad Egidio Rocca che la sta aspettando con impazienza.»

A quelle parole l'attempato galletto si calmò immediatamente insaccandosi sulla sedia. Jessica, sbigottita e terrorizzata, che credeva il fratello ancora in viaggio, guardò tremando prima il vicequestore e poi il maresciallo, ma quest'ultimo la tranquillizzò con un gesto dietro le spalle del Ricci per farle capire che era stato solo un colpo sparato a salve. Le portarono un bicchiere d'acqua e appena si fu calmata raccontò tutta la storia. Il notaio frequentava regolarmente il locale in cerca di ragazze giovani: pagava bene ed essendo il lavoro veloce e non faticoso, tutte cercavano di accaparrarselo. Questa frase, per il povero Ricci, fu peggio che una stilettata al cuore. Si era lasciata convincere dalle amiche. Lei lavorava come commessa a mezza giornata, soldi in casa ce n'erano pochi e un guadagno extra – e facile – le faceva comodo. Quando il fratello lo aveva scoperto era scoppiato un casino, botte a me e martellate in casa di questo qui.

Il maresciallo Scognamiglio Vincenzo rivolto al Ricci domandò se voleva sporgere denuncia e questi ovviamente annuì. Un agente raccolse la sua deposizione, gliela fece firmare e la consegnò al suo superiore, il quale si rivolse a Jessica, sempre più tremebonda, per farle la stessa domanda. Il maresciallo si sbracciava da dietro il Ricci per farle intendere di accettare. Venne fuori una denuncia, abilmente pilotata dal vicequestore, per corruzione di minorenne e istigamento alla prostituzione: il Ricci capì di essere perduto. Il maresciallo gli piazzò davanti la sua denuncia ed egli, senza dire una parola, la strappò in mille pezzi. Quando l'agente lo ebbe accompagnato fuori, Scognamiglio e Montessoro strapazzarono per bene la ragazza e se non le diedero qualche scapaccione era perché, nonostante quel dannato mestiere, non credevano nella violenza. La congedarono, raccomandandole vivamente di tenersi lontana da certi posti e di aver più rispetto per quel povero cristo del fratello che, a questo punto, non era più necessario convocare.

Montessoro tornando nel suo ufficio, accompagnato dal maresciallo Scognamiglio, raccontò tutta la scena con grande soddisfazione e dovizia di particolari, concludendo con un compiaciuto: «E due!» riferendosi alla conclusione del secondo caso. Dopo di che espresse calorosamente la sua gratitudine al maresciallo Scognamiglio Vincenzo e ai suoi uomini per la collaborazione, vergognandosi dentro di sé di aver mal pensato di loro. Il pubblico presente, dopo aver tributato un caloroso applauso a scena aperta ad entrambi, si preparò a godere del pezzo forte della rappresentazione: la soluzione del caso suor Ildegarda.

Il vicequestore illustrò, con grande efficacia narrativa, tutte le ricerche svolte e le testimonianze raccolte, che avevano consentito di tracciare un ritratto, esauriente e dettagliato, della complessa personalità di suor Ildegarda. Passò poi a descrivere le difficoltà che quel caso insolito aveva presentato. Lesse il minuzioso rapporto, quello ufficiale, del medico legale dottor Ettore Storti, che esprimeva gravi dubbi sulla dinamica di esecuzione del ferimento mortale, ma soprattutto sottolineò che il problema più grande era costituito dalla mancanza di un movente. Nonostante il passato e la condotta della vittima avessero fatto pensare ad un omicidio per vendetta, il tempo trascorso dalle offese arrecate era tale da rendere poco credibile questa ipotesi, così come era da escludere, per motivi tecnici, che una delle suore della villa avesse ucciso la dispotica Superiora.

Dopodiché proseguì: «Devo ora complimentarmi con l'ispettrice Andreoli per il paziente lavoro svolto nell'archivio della Congregazione delle Sorelle della Madonna del Gelo, che ci ha consentito di conoscere le origini e le attività di Brigitte Müller. Per la preziosa testimonianza raccolta presso lo zio, signor Luciano Devoto – al quale inviamo i nostri sentiti ringraziamenti – barelliere dell'ospedale in cui la monaca aveva lavorato. Senza dimenticare l'abile intervista, per così dire, all'ex notaio Ricci che ci ha permesso di aggiungere altre tessere a questo complesso mosaico. Un ringraziamento particolare va al Professor Mantero e alla signora Marietta per aver scoperto, grazie alle rivelazioni della maestra Lìzin Baghino – alla quale faremo pervenire i segni della nostra gratitudine – l'identità del padre della vittima nella persona del conte Tommaso Maria Del Pilastro. Devo altresì lodare l'ispettore Pezzopane, anch'egli capace intervistatore, che è riuscito ad ottenere dalla signora Luisa Bisso, amica della defunta monaca, ulteriori elementi molto utili alle indagini.»

Montessoro si fermò un attimo, in attesa di un applauso che non ci fu. L'uditorio cominciava ad innervosirsi, tutti si chiedevano quando l'avrebbe fatta finita per rivelare finalmente la soluzione del caso, come aveva annunciato. Dovettero pazientare ancora perché passò a parlare della vittoria della squadra cittadina, la sua squadra del cuore, e dei festeggiamenti che si erano svolti la sera dopo la partita. Stefano e Alberico, che sapevano dove sarebbe andato a parare, si tranquillizzarono perché ormai la rivelazione era vicina, ma i due ispettori si chiedevano se il loro capo fosse impazzito; un'idea analoga se l'era fatta anche il dottor Quattrocchi.
Il vicequestore, che aveva letto nel loro pensiero, se la ridacchiava fra sé.

«Come sostenitore della squadra, non mi piace il termine tifoso; leggo abitualmente i resoconti delle partite sui giornali specializzati e soprattutto su quello cittadino, che ritengo più coinvolto emotivamente. Purtroppo, il lunedì successivo alla vittoria ero impegnato in attività molto meno gratificanti e non avevo avuto, non solo il tempo di leggere, ma neppure di comprare i giornali. Il gentile, qui presente, dottor Quattrocchi – e tutti si voltarono verso di lui pensando, sia pure in altri termini, quello che pensò l'Andreoli: che cazzo c'entra 'sto qua? – nel corso di un colloquio nel quale aveva fornito importanti rivelazioni per tutti i casi in questione, mi aveva gentilmente offerto i suoi giornali perché potessi godere, anche se con un po' di ritardo, degli entusiastici commenti dei cronisti sportivi.»
A questo punto, però, dovette ridurre la pausa ad effetto che aveva programmato perché si accorse di aver tirato troppo la corda.
«Non immaginava, il caro dottor Quattrocchi che mi stava offrendo la soluzione del caso!»

«Obbelin!» Tutti lo pensarono, ma nessuno lo disse, naturalmente, neppure la Sara Andreoli. Chiaramente il più stupito di tutti era proprio il Quattrocchi. Finalmente il vicequestore con studiata lentezza aprì il giornale e cominciò a leggere, scandendo bene le parole.

«La sera di domenica 30 alle ore 23:27 i sismografi hanno registrato una leggera scossa di magnitudo 2,6 con epicentro nella zona fra Santa Rita e Portovecchio, alla profondità di 11,5 Km, che ha interessato prevalentemente la parte occidentale della nostra città. In quel momento molte persone erano fuori a festeggiare la vittoria del Proteo, la locale squadra di calcio, e non si sono accorte di nulla. In qualche abitazione, più vicina all'epicentro, sono state segnalate cadute di suppellettili da mobili e scaffali. I casi più "gravi" la caduta di un migliaio di libri nella biblioteca Giuseppe Mazzini e il leggero ferimento, ad una spalla, di un ragazzo colpito da una coppa sportiva collocata su una mensola al di sopra della sua scrivania.»

Vedendo le facce stranite degli ispettori e del perito, Montessoro ritenne opportuna una seconda lettura; d'altra parte lui stesso aveva letto per ben tre volte il breve, apparentemente insignificante, trafiletto. Passato il primo sbalordimento, la reazione fu quella che era stata già dello stesso vicequestore, di Stefano e di Alberico alla prima lettura: una lunga irrefrenabile risata. La rivelazione era sconvolgente, non si poteva negare, ed anche bizzarra, come lo sono spesso i casi della vita: non c'era stato nessun omicidio. Suor Ildegarda davvero si era trovata nel posto sbagliato al momento sbagliato: la scossa sismica aveva fatto scivolare la pesante statua dalla mensola, lucidata a cera, secondo le sue stesse disposizioni che imponevano pavimenti e mobili scintillanti. Anche questa volta non c'era stato bisogno di ricorrere al soprannaturale – a meno di voler incolpare Poseidon dio del mare e dei terremoti – la scienza e l'esperienza avevano svelato il mistero, come già accaduto in passato per fatti considerati inspiegabili e come, certamente, accadrà ancora.

Il vicequestore Luca Montessoro ringraziò ancora una volta tutti coloro che a vario titolo avevano collaborato per la felice, e rapida, conclusione di questi casi e la riunione si sciolse con gran soddisfazione di tutti. Ciascuno riprese le sue occupazioni: il perito tornò al suo ufficio soddisfatto della missione compiuta; il vicequestore e gli ispettori Andreoli e Pezzopane ai loro, in attesa di altri casi da risolvere, che non sarebbero mancati; la stessa cosa fece il buon maresciallo Scognamiglio. Stefano e Alberico si diressero verso il mercato dove avevano lasciato Tògnin al banco, questa volta in compagnia della Marietta. Lungo la strada Alberico fu in grado di ricostruire la sequenza dei suoi movimenti di quella notte, segno che i ricordi si facevano strada fra le nebbie farmacologiche.

Dopo la telefonata e il colloquio con Luisa Bisso era rimasto per qualche minuto, stordito e solo, sulla panchina. Si era diretto verso l'albergo per cercarla e parlare ancora con lei, non capiva perché fosse sparita. Ora ricordava, sia pure confusamente, che qualcuno lo aveva condotto fuori e di aver percepito una sensazione di freddo.
«La doccia sotto la fontanella!», gli ricordò Stefano ridendo.

C'era ancora qualche buco nella sua ricostruzione, perché sapeva di essere stato a gridare fuori del cancello della villa, ma della lite con la suora non era in grado di dire nulla. Gli era invece tornato in mente l'appuntamento col suo ex allievo: era andato in cantina a prelevare le mazze, poi era sopraggiunto un altro vuoto, e col borsone si era diretto dal Ricci, forse per litigare anche con lui. Ricordava di aver suonato ripetutamente, e invano, il campanello e di essersene andato.

«Poi sicuramente l'ultima tappa è stata casa tua, Stefano. Quando ho messo il borsone nella legnaia forse credevo di essere nella mia cantina.»
«Dai Bebbìco , ancora qualche giorno e sarai come prima: scemo,  ma con una memoria di ferro.»
«Vaffanculo Féffano

Dopo aver controllato che al mercato non ci fossero problemi, Stefano, accompagnato da Alberico, si diresse verso Villa Del Pilastro : voleva essere lui a dare la grande notizia alle suore. Quelle povere donne fecero i salti di gioia, letteralmente, per quanto glielo consentiva l'età e la costituzione fisica. «Non c'è stato nessun delitto fra queste sante mura, ma la volontà del Signore, che si è manifestata attraverso la mano implacabile della natura! » disse suor Serafina in un improvviso impeto retorico, forse dovuto alla sua fresca nomina a Direttrice dell' Istituto Scolastico Villa Del Pilastro .
Al che Stefano, senza alcun rispetto per il suo nuovo ruolo: « Serafina, sorella mia, non dire belinate! » , ed esibì una bottiglia del suo famoso rosato frizzantino. Seguì un brindisi gioioso e liberatorio.

Ma le rivelazioni non erano finite; la nuova Direttrice invitò tutti a prender posto nello studio di suor Ildegarda, ritornato all'aspetto consueto, fatta eccezione per la mensola sopra l'inginocchiatoio, che era vuota. Si sedette impettita alla scrivania ed estrasse da un cassetto una busta logora che porse a Stefano. Dentro c'erano delle vecchie foto. Alcune erano state tagliuzzate e imbrattate con segni di pennarello, ma le immagini color seppia si vedevano ancora chiaramente: erano fotografie scattate al mare. Ragazze sorridenti – nei castigati costumi da bagno dei primi anni del secolo – sedute su una barca, che camminano sulla sabbia reggendo un ombrellino, che giocano con la palla; una signora elegante che si appresta a salire su una lussuosa automobile; due donne con un cappellino a cloche, forse madre e figlia, ritratte sulla spiaggia col vento che gonfia il loro abiti a vita bassa. Una colpì Stefano in modo particolare: il ritratto, da studio fotografico, di un'adolescente. Viso tondo e levigato – bellissimo –  espressione lievemente imbronciata, lunghi capelli ondulati sciolti sulle spalle, occhi lucidi, grandi e malinconici, rivolti verso l'osservatore in una muta implorazione. Sul retro un nome e una data: Ernestine Müller, 12 aprile 1919.

Ma ce n'era un'altra, molto più recente, che attrasse la sua attenzione. Un'istantanea, forse fatta con l'auto scatto, che raffigurava due ragazze dai capelli corti, in sottoveste, su un letto matrimoniale, un po' scomposte, mentre mangiano ciliege: Brigitte e Luisa, 16 maggio 1960, pochi giorni prima della morte di Tommaso Maria Del Pilastro. La busta, che suor Ildegarda aveva cercato disperatamente prima di morire – spiegò Suor Serafina – era stata ritrovata in un cesto pieno di cianfrusaglie che suor Margherita e suor Antonia avevano raccattato qua e là; si erano divertite a tagliuzzare e pasticciare col colore le immagini, proprio come fanno i bambini. Anche quel piccolo mistero era stato svelato e bisognava ricordarsi di dirlo a Luca. Si era fatto tardi: dovevano tornare al mercato per smontare il banco e portare a casa Tògnin e la Marietta.

Appena varcato il cancello, Alberico si fermò improvvisamente: «Stêa, ora mi ricordo! Il giorno del trasloco, l'ultimo passato alla villa prima del trasferimento nella nuova casa. Gli adulti erano molto occupati, non badavano a me e mi avevano dato il permesso di girare ancora una volta per il parco. A me dispiaceva che tu non ci fossi, avrei voluto andare ancora una volta con te nei nostri posti segreti. Rivedo tutto in ogni particolare: dopo aver fatto un lungo giro, mi infilo in casa e qualcosa mi spinge ad entrare nella zona proibita, quella abitata dal nonno. Il vecchio non mi sopportava ed io ne avevo una gran paura, ma lo odiavo anche. Sapevo che tante volte aveva fatto piangere mia madre e gridare mio padre, lui che era sempre così gentile e allegro. Non mi piaceva vederlo arrabbiato, mi sembrava che soffrisse, e sicuramente era così perché era un uomo buono: era contro la sua natura urlare di collera. In punta di piedi entro nel salottino dove di solito Tommaso, non lo chiamavo mai nonno, fa il sonnellino pomeridiano in poltrona. È disteso con la testa piegata da un lato e russa come un orso; sul tavolino ci sono la sua pipa, la tazza dove ha bevuto il caffè del dopo pranzo e il portafogli. Non so cosa mi passa per la testa in quel momento, ma penso di rubarlo. Parlava sempre di soldi, accusava mio padre di essere un ladro, di lasciar morire di fame un vecchio; io non lo vedevo, ma gridava tanto forte che lo sentivamo chiaramente nella nostra zona della casa. Forse avrò pensato che rubando il suo portafogli lui sarebbe rimasto senza denaro e davvero sarebbe morto di fame. Allungo il braccio e lo prendo, ma urto la tazza che cade a terra in frantumi. Si sveglia, mi ruggisce qualcosa contro e fa per acchiapparmi, io scappo e lui dietro. Naturalmente sono più svelto di lui, mi salvo entrando nella nostra parte di casa, da lì esco dalla porta di servizio e sono di nuovo nel parco. Raggiungo la panchina di pietra, quella della storia di Orlando, della contessa strangolata. Sotto, fra il sedile e la colonnina di sinistra che lo regge, c'è un piccolo spazio: spingo il portafogli là dentro, in quella fessura ci sta perfettamente. Ma il vecchio non si è dato per vinto, sta girando per il parco e grida che sono bastardo e ladro. Ora sono terrorizzato: mi rendo conto di quello che ho fatto e decido di salire sull'albero, lassù sarò al sicuro. Ho avuto il rimorso per anni. Quando era arrivata la notizia della sua morte avevo chiesto alla mamma se era morto di fame; lei si era messa a ridere e aveva spiegato che qualcosa si era rotto nel suo cervello, almeno così avevo capito io»

«Ma certo! Ora si spiega tutto! Quella porcheria che hai ingurgitato ti ha sconvolto ben bene il cervello, ha riportato a galla tutti i tuoi dolori infantili, i tuoi rimorsi e i tuoi rimpianti. Era il bambino pentito che quella notte chiedeva di essere punito, non tu, e io che ho avuto tanta paura che tu l'avessi fatta davvero grossa! Però ti sta bene, così impari a ingoiar rumenta ! Ora andiamo!»
Il portafogli di Tommaso, dopo più di cinquant'anni, era ancora là dove Alberico bambino lo aveva nascosto, appena un po' ammuffito. Lo aprirono: era vuoto.

Rimasto solo nel suo ufficio, il vicequestore si ricordò di una cosa e chiamò il dottor Quattrocchi al cellulare.
«Caro Christian! Mi permette di chiamarla così, vero?»
«Ma certamente Luca, ne sono onorato!»
«Grazie, ma diamoci del tu!»
«Sicuro, siamo anche tifosi, pardon, sostenitori della stessa squadra!»
«Toglimi una curiosità, Christian, tu di sicuro lo saprai: nel tuo database non mancherà questa informazione: perché si chiama Suite delle due Marchese
Quattrocchi rise. Sì, lo sapeva, ma questa volta non era stato necessario pescare nel pozzo di San Patrizio elettronico: la storia gli era stata raccontata dal cuoco anziano del Mare che conosceva a menadito tutta la storia dell'albergo.

Nei primi giorni di luglio del 1912 o '13, in piena Belle Epoque , un marchese, forse uno Spigola o un Loria, non si sa, in fuga dal caldo eccezionale che aveva colpito il capoluogo, era sceso all'hotel con la consorte prendendo alloggio nella suite che allora si chiamava, per evidenti motivi, Del Belvedere. I due illustri ospiti, in verità, si facevano vedere poco, anzi per niente; consumavano i pasti in camera, non li si vedeva mai in spiaggia o sulla passeggiata, declinavano cortesemente gli inviti a feste o cene che altri ospiti di rango rivolgevano loro. La ragione di tanta riservatezza si venne a sapere una settimana dopo, quando una elegante signora si presentò alla reception dichiarando di essere la marchesa, Spigola o Loria che fosse, e di voler prendere alloggio nella Suite del Belvedere in attesa che il consorte, in viaggio per affari, la raggiungesse di lì a poco. Era un po' in anticipo, avrebbe dovuto arrivare la settimana dopo, ma il gran caldo della città l'aveva costretta a partire prima del tempo. Non si sa quale fu la risposta dell'imbarazzatissimo portiere, ma di sicuro non convinse la marchesa, che conosceva bene il marito. 

Con passo gagliardo, reso ancor più rapido dalla legittima ira, salì i tre piani di scale che portavano alla suite e colse in flagrante delitto il fedifrago. Di quel che accadde dopo che la moglie ingannata ebbe sbattuto la porta dietro di sé, non si hanno notizie certe, a parte le grida e le invettive, assai poco aristocratiche, che oltrepassavano porte e finestre chiuse. Dopo un'ora o poco più, nell'elegante alloggio scese il silenzio: i bagagli della seconda marchesa, in ordine di arrivo, vennero consegnati e, da quel momento, tutto riprese come di consueto. Con la sola differenza che i pasti serviti in camera erano per tre persone.

Il soggiorno del terzetto si protrasse per qualche giorno, dopodiché la prima marchesa, in ordine di arrivo, partì nottetempo. La coppia rimasta allora, come se niente fosse, fece la sua apparizione al ristorante, sulla spiaggia, alle feste e alle cene, ricevendo e ricambiando graziosamente i gentili inviti dei loro pari. Sull'identità della prima marchesa arrivata correvano molte voci: che fosse una autentica aristocratica, nubile o maritata, una ricca borghese, una donna del popolo la cui bellezza aveva sedotto il gaudente marchese, Spigola o Loria che dir si voglia; non si escludeva neppure l'ipotesi che fosse una nota cortigiana soprannominata appunto La Marchesa. Sta di fatto che, arrivata coperta da una fitta veletta e partita col favore delle tenebre, riuscì efficacemente a conservare l'anonimato. Da allora la Suite del Belvedere divenne la Suite delle due Marchese .

Ma il vicequestore era un uomo curioso, non solo per mestiere, e c'era ancora qualcosa che avrebbe voluto sapere: perché la Madonna del Gelo portava questo nome. Madonne ne conosceva tante oltre a quelle delle località delle apparizioni: delle Rose, del Sasso, della Castagna, dell'Acqua, della Neve. Quella che gli piaceva di più era la Madonna del Riposo. Da bambino credeva che le madonne fossero tante. Suo nonno gli diceva sempre che sarebbe andato in chiesa solo per pregare la Madonna del Vino, ma non l'aveva ancora trovata. La nonna inorridita quando lo sentiva si segnava, al che lui, che non era del tutto digiuno di catechismo, ribatteva: «E le nozze di Cana allora? Aspetto solo che facciano la statua, ma non troppo lontano dall'osteria!» La nonna scappava in cucina.

La curiosità di Luca venne soddisfatta la sera stessa. Ancora una volta era stato invitato a cena: il pretesto era festeggiare la felice conclusione dei tre casi delittuosi. Ogni scusa è buona pensò, ma accettò con piacere, naturalmente. Attorno alla tavola riccamente imbandita c'erano anche Alberico, Tògnin e Marietta; fu quest'ultima che raccontò la storia della Madonna del Gelo. La conosceva a memoria così come gliel'avevano raccontata le suore omonime quando era bambina; faceva impressione sentire Marietta parlare in maniera così antiquata e forbita. Stefano ci si divertiva e quando c'erano ospiti gliela faceva sempre raccontare.

Correva l'anno 1827, si era in luglio, mese della mietitura, in quel di Cortana, ridente paese baciato dal sole e dalla grazia del Signore. Colà viveva Michele Stonfa, ricco proprietario terriero, miscredente, dissoluto, crudelissimo con i suoi servi. Un pomeriggio, nell'ora più calda, i contadini, dopo un parco desinare, si riposavano sparsi qua e là, stesi dove avevano trovato un po' d'ombra. Fra essi trovavasi la Ninetta, la più bella fanciulla del paese, che si era addormita all'ombra di un gelso fronzuto. Il bieco Stonfa, vedendola così bella e abbandonata sull'erba, venne assalito da turpe concupiscenza e tentò di assalirla: la ragazza, che era pia e devota, rivolse un'accorata prece alla Vergine. Improvvisamente il sole sparì, il cielo divenne bianco e l'aria fredda come in pieno inverno. Principiò a cadere la neve, ma solo attorno al perfido Michele che, in poco tempo, si ricopri di ghiaccio divenendo una statua. Poi, miracolosamente, il sole riprese il suo posto riscaldando nuovamente l'aria e il cielo tornò a splendere di un bel vivo turchino. La statua a poco a poco si liquefece e del perfido Michele Stonfa non rimase che una pozza di acqua sudicia. I parenti di lui, allora, fecero erigere una cappella in suffragio sperando ancora di salvargli l'anima. La sua figliuola maggiore si fece monaca e fondò la Congregazione delle Sorelle della Madonna del Gelo .

«La cappella non esiste più, o forse non è mai esistita» – specificò Stefano – «La terra in quei luoghi è arida e secca e per niente baciata dalla grazia del Signore, i campi sono stati abbandonati da tempo e invasi dalla boscaglia. Un Michele Stonfa pare essere davvero esistito, e non doveva essere uno stinco di santo perché, usurpando i diritti di una sorellastra, l'aveva spogliata di tutti i suoi beni e costretta a farsi suora. Qualche documento cita una certa Marcella Stonfa, che col nome di suor Adele fondò la suddetta Congregazione: le attuali suore, comunque, la celebrano come loro fondatrice.»

Terminata la cena, gli ospiti erano tornati alle loro case. Stefano, col cane Platone, si stese sotto l'ulivo a prendere il fresco, a meditare un po' guardando il mare dall'alto prima di andare a dormire.

(fine)                                                                                                                                                Gralli