Nove

Poco prima che si scatenasse la Grande Tempesta don Gianni sistemò gli affari di famiglia. Il vecchio marchese, prevedendo tempi bui, aveva ammucchiato una vera fortuna e perfino quello scialacquatore di Adriano era riuscito a mettere insieme un ragguardevole gruzzolo. Dalla vendita del lussuoso appartamento che il Partito aveva donato al padre, da diversi conti in banca, titoli, obbligazioni e oggetti di valore ricavò una somma enorme. Dotò la sorella Adelaide e il di lei figlio di una buona rendita e depositò, nella banca di un Paese specializzato in queste operazioni, un cospicuo capitale a loro nome che avrebbero potuto utilizzare al ristabilirsi della normalità. Molti anni dopo Giacomo, l'ultimo rampollo della famiglia, con pretese di grandezza e nobiltà, ma privo del senso pratico del nonno, sarebbe riuscito a sperperarlo in brevissimo tempo. Il sacerdote riservò per sé solo il denaro che ritenne necessario a pagare il ricovero in una casa di riposo, quando fosse venuto il momento, per il resto il suo emolumento di parroco gli bastava. La somma che rimase, di notevole entità comunque, venne destinata ad un fondo dal quale avrebbe attinto per opere di bene.
Anche Andrea sistemò i suoi affari. Poco tempo dopo aver dato le dimissioni dalla sua carica pubblica vendette la ditta - che realizzava elevati profitti con le forniture militari – ad un ottimo prezzo. Non avendo nessun erede destinò per sé e la moglie una somma tale da consentir loro una vita comoda e agiata anche nella vecchiaia, tutto il resto lo distribuì in beneficenza, soprattutto ad ospedali e case di cura. Una bella fetta di questa donazione toccò anche a Villa Lieta San Gaudenzio. Un giorno, passeggiando in collina con Francesco bambino, aveva visto la vecchia dimora decaduta ed era rimasto incantato sia da questa che dal luogo in cui sorgeva. Da lì si poteva vedere tutta la città acciambellata intorno al porto, e nelle giornate limpide il mare che si perdeva all'orizzonte disfacendosi nel cielo. In quel momento aveva pensato al modo di potersi impossessare di quella residenza. Opportuni restauri l'avrebbero restituita agli antichi fasti ed egli ne avrebbe fatto un regale dono di nozze per il suo unico figlio il cui futuro, che immaginava radioso, era sempre nei suoi pensieri. Al ritorno in città se ne era dimenticato, le occupazioni e gli impegni quotidiani della politica e le cure della ditta avevano scacciato quello che gli era sembrato un bel sogno ad occhi aperti, ma non del tutto irrealizzabile. Allora non avrebbe potuto immaginare quali tragiche contingenze lo avrebbero ricondotto, da lì ad una dozzina d'anni, in quel luogo. La villa fu veramente restaurata grazie alla sua generosa donazione ed egli si fece riservare un piccolissimo appartamento, con un terrazzino da cui guardare il mare, per sé e la moglie con l'intenzione di abitarvi fino alla morte. La rendita destinata alla casa di ricovero permise agli ospiti e alle suore di vivere confortevolmente, almeno fino a che durò la pace. Clelia e Andrea si trasferirono dunque nella nuova modesta abitazione, la loro grande bella casa venne donata alla città con la sola clausola di essere adibita ad attività di interesse pubblico.
Sua Eccellenza però aveva ancora degli affari da sistemare, sia in ditta per il passaggio di proprietà, che nell'ufficio per il disbrigo di molte pratiche rimaste in sospeso. Una mattina, mentre era intento a redigere alcuni rapporti per il suo successore, la dattilografa entrò come di consueto con la corrispondenza. Egli la pregò di aprire solo le lettere riguardanti l'ufficio, di ordinarle per urgenza e importanza e di sistemarle nella solita cartella, quelle private poteva gettarle nel cestino ancora chiuse, tanto ne conosceva perfettamente il contenuto, le solite ipocrite condoglianze. Andreina tornò alla sua scrivania per eseguire quanto le era stato ordinato, ma mentre si accingeva a buttare le numerose missive listate di nero, una completamente diversa attrasse la sua attenzione. Non era propriamente una busta, ma un foglio di carta finissima, di un delicato color avorio, ripiegato in tre e sigillato con una miniatura raffigurante un fiore bianco su sfondo rosso. Era indirizzata semplicemente ad Andrea Mancuso ed era stata consegnata a mano. La segnalò al suo superiore che le rispose di gettarla pure con le altre, lei obbedì e continuò il suo lavoro senza pensarci più. Prima di uscire per la pausa pranzo però ebbe un ripensamento, poiché il Mancuso era già andato via ripescò la lettera dal cestino e l'aprì facendo attenzione a non sciupare la graziosa miniatura che fungeva da sigillo e che ad uno sguardo più attento si rivelò essere una magnolia. Per una rapida associazione di idee il cuore le fece un balzo nel petto. Aveva letto i giornali e sapeva delle magnolie trovate sul luogo del delitto, quel fiore non era lì per caso. Le mani le tremavano mentre spiegava il foglio e la vista le si annebbiò, dovette sedersi, pulire più volte gli occhiali, ma non era colpa delle lenti. Ciò che lesse era a dir poco sconvolgente. Il messaggio, poche righe vergate in una calligrafia nervosa ma elegante, annunciava, come se fosse un evento mondano, la morte di un Oloferne Innocente per mano di Giuditta Magnol che ha avuto l'onore di privare del figlio colui che l'aveva privata del padre. La poveretta aveva capito perfettamente che quella era la lettera dell'assassina, ma non era in grado di cogliere i riferimenti biblici, la coppia di nomi Giuditta e Oloferne esisteva in qualche angolo della sua memoria ma senza un riferimento preciso. Restò a lungo a tormentarsi su quel che doveva fare. Di mostrare la lettera ad Andrea non era il caso poiché l'aveva indebitamente aperta. Di distruggerla non se la sentiva, poteva essere importante per catturare l'assassina. Il suo dovere sarebbe stato quello di andare alla polizia. Quel povero Francesco era stato ucciso per colpe non sue, meritava giustizia, ma aveva troppa paura di quella gente. Doveva rivolgersi a qualcuno più saggio di lei. Subito pensò a don Gianni, ma poi scartò l'idea considerando che la persona più adatta a raccogliere quel tremendo segreto era suor Ignazia.
Mentre percorreva la strada che portava a Villa Lieta continuava a rimuginare. Questa volta a tormentarla era quell'insolito cognome Magnol, poteva essere falso, sembrava straniero, ma dove lo aveva sentito? Poi improvvisamente una luce: Magnoli, Paolo Magnoli, lo vide chiaramente scritto a grandi lettere su uno dei dossier del famigerato armadio di Adriano e poi del Mancuso. Non era fra coloro che lei conosceva, ma ormai ne era certa, era lì che lo aveva visto, la sua memoria non poteva tradirla. Suor Ignazia confermò, Paolo Magnol divenuto poi Magnoli era un medico di remota origine francese, forse un lontano discendente di quel Pierre Magnol botanico che aveva dato il nome alla pianta. I Magnol in questione, italiani da molte generazioni, erano stati costretti da una legge ottusa a cambiare il proprio cognome. Paolo Magnol illustre chirurgo, conosciuto e stimato anche all'estero, dopo il lavoro all'ospedale si occupava assieme ad altri colleghi, come lui di idee democratiche e progressiste, di un ambulatorio che aveva aperto nella zona dell'angiporto nel quale curava i derelitti della città. Si era opposto da subito al Regime del Condottiero Maccherone e per questo era stato privato di tutti gli incarichi, ottenuti per merito, a favore di qualche medicastro ignorante ma fedele al Partito. Tuttavia aveva continuato a fare tranquillamente e con coscienza il proprio lavoro. Clandestinamente teneva i contatti con diversi oppositori politici anche fuori del Paese e diffondeva pubblicazioni cosiddette sovversive, per questo era stato fra i protetti di don Gianni fino all'entrata in scena della Iena Mancuso.
Quando quella protezione venne meno il parroco non riuscì ad avvisarlo subito perché il medico si trovava a Nizza, città natale della moglie la quale, molto malata, era lì ricoverata in una casa di cura. Il suo trasferimento era stato dettato da ovvi motivi di prudenza oltre che dalla presenza di parenti che potevano assisterla. Lì era nata la figlia Giuditta, medico chirurgo anche lei, da poco laureata, ma già con una buona esperienza maturata a fianco del padre. Quando il dottor Magnol fece ritorno dalla periodica visita che faceva alla moglie cominciò ad essere pedinato, ogni suo movimento era controllato giorno e notte poiché, dati il suo prestigio e la sua intelligenza, era considerato dal Regime un nemico molto pericoloso. Egli era ben consapevole dei rischi che correva ma non gli sembrava giusto abbandonare la propria città e i malati che dipendevano da lui. Una sera venne chiamato dall'ospedale per un paziente che si era improvvisamente aggravato, nonostante le esortazioni alla prudenza da parte di Giuditta volle andare ugualmente e riuscì con un intervento di emergenza a salvargli la vita. Rifiutando gli inviti a fermarsi per il resto della notte, insistette per tornare a casa perché non voleva lasciare sola la figlia. Venne aggredito da un gruppo di uomini che lo malmenarono brutalmente, nessuna finestra si aprì alle sue invocazioni d'aiuto, l'uomo che aveva salvato tante vite fu lasciato in strada, di notte, a perdere lentamente la propria. Poco dopo anche la moglie morì e Giuditta, rimasta sola, fu libera di mettere in atto la sua vendetta. La Iena avrebbe pagato non con la propria vita, ma con quella della persona che più gli era cara al mondo, occhio per occhio dente per dente, secondo il dettato biblico.
Suor Ignazia riteneva che Andrea dovesse sapere la verità, ma si prese un po' di tempo, voleva riflettere. Innanzi tutto per trovare il modo giusto di dare una simile notizia ad un uomo che stava già pagando così duramente per le sue malefatte, ma anche per trovare la maniera di compiere il suo dovere di cittadina consegnando alla giustizia quel documento. Ciò che sicuramente la suora non fece fu pregare, né per l'anima innocente di Francesco né per quella colpevole di Giuditta, semplicemente perché lei non credeva in nessun dio. Il precipitare degli avvenimenti e un caso fortuito decisero per lei.
Ormai la parola che nessuno osava pronunciare era sulla bocca di tutti: guerra. Cominciarono le paure, il coprifuoco, le privazioni, le notizie dei primi morti sui diversi fronti, le navi affondate, le città bombardate. La lettera venne dimenticata e rimase nello studio di suor Ignazia fra le pagine di un libro. A Villa Lieta - a parte la paura delle bombe che costringevano a rifugiarsi nelle cantine, e le privazioni alimentari - la vita procedeva quasi regolarmente. I vecchi, tutti ben oltre gli ottant'anni, non sempre si rendevano conto della situazione, nei loro discorsi facevano riferimento a guerre del passato citando luoghi di carneficine precedenti e ricordando strategie di generali che sicuramente non erano più in servizio. Andrea traeva l'unica consolazione della sua vita spezzata per sempre nel vedere la moglie serena, quasi allegra, mentre raccoglieva fiori nel giardino o lavorava con le suore nell'orto o preparava dolci in cucina con le povere risorse a disposizione. Raccontava a tutti, anche ai vecchi sordi e obnubilati, le prodezze di Francesco quando era bambino e fiduciosa, nella pietosa follia che l'aveva accolta, ne aspettava il ritorno. Un pomeriggio mentre riordinava un cassetto le capitò fra le mani una lettera dell'anno precedente nella quale Francesco annunciava il suo ritorno precisando giorno ed ora del suo arrivo in stazione: venerdì 14, ore 20 e 45. Clelia sapeva che quel giorno era venerdì, perché lei stessa aveva aiutato a preparare il pranzo di magro. Tanto le bastò, si vestì di tutto punto, prese un po' di denaro e uscì. Nessuno la vide perché gli ospiti stavano facendo il riposino pomeridiano e le suore erano occupate nelle loro faccende. Andrea era in cantina a controllare le provviste sotto lo sguardo malevolo di Alfredo Timossi che, nonostante tutto, diffidava sempre di lui. Era ormai buio quando ci si accorse che Clelia era scomparsa. La cercarono dappertutto temendo una disgrazia fino a che il contadino che portava il latte non disse di averla vista, un paio d'ore prima, lungo la strada principale. Lo aveva salutato con un allegro cenno della mano annunciando che andava a prendere il figlio in stazione. Il poveretto, che non era troppo sveglio, pur conoscendo la situazione non aveva ritenuto opportuno avvertire nessuno.
Andrea si precipitò a cercarla correndo a rotta di collo con l'auto fino in città. Girò come un pazzo all'interno della stazione guardando ovunque: nelle sale d'aspetto, sui marciapiedi, nella toilette. Finalmente al buffet gli dissero di aver notato una signora che con aria svagata, si guardava intorno chiedendo a tutti del figlio. Erano le nove passate da un pezzo e Clelia, non avendo visto Francesco scendere da nessun treno, si era allontanata con l'intenzione nella sua mente ottenebrata di tornare a casa, in quella dove aveva abitato da ragazza che si trovava poco distante dalla stazione. Una signora, con due bambini per mano, l'aveva vista e aveva capito che quella donna aveva qualche problema. L'ora del coprifuoco era passata da un po', era pericoloso stare per strada, le propose di andare con lei al sicuro. All'improvviso il suono lacerante dell'allarme si levò nell'aria, le poche persone che erano per via, prese dal panico, si allontanarono correndo, la madre con i bambini la perse di vista e corse al riparo, un attimo prima della caduta di una bomba a poca distanza. Una scheggia colpì Clelia in pieno petto.
La donna che avrebbe voluto aiutarla qualche giorno dopo lesse sul giornale della sua morte e la riconobbe dalla foto del necrologio. Sapeva chi era lei, e chi era il marito: il noto uomo politico che, in seguito alla tragica morte del figlio, aveva lasciato ricchezze e incarichi per rifugiarsi in un ospizio per vecchi. Pensò di recarsi da lui per fargli sapere quali erano stati gli ultimi istanti di vita della moglie e per porgergli qualche parola di conforto. Dalla Madre Superiora che la ricevette apprese che questo pietoso ufficio non era più necessario. Andrea che non aveva più una casa in città era stato ospitato da una famiglia di amici per tutto il tempo necessario per organizzare il funerale. Quando tornò alla Villa trovò sul suo tavolo la lettera di Giuditta. Era scivolata dal libro che la conteneva, suor Ignazia l'aveva persa nel corridoio che dallo studio portava alla sua camera da letto, una suora l'aveva trovata ripiegata e l'aveva recapitata al destinatario. Il mattino dopo Alfredo, andato in cantina a prendere della farina, trovò Sua Eccellenza Andrea Mancuso che penzolava da una trave.
La famiglia Strazzera a ranghi ridotti tirava avanti, come tutti in quel periodo, alla bell'e meglio. I risparmi accumulati per i tempi duri si assottigliavano rapidamente e bisognava arrangiarsi in qualche maniera. Il laboratorio di Libero era chiuso e in ogni caso non ci sarebbero stati clienti; Arcangelo era riuscito a vendere per pochi soldi qualche manufatto non ritirato, un po' di materiale rimanente e qualche attrezzo di lavoro. Dopo l'ordinazione a sacerdote, in virtù delle sue doti e della sua cultura, era stato preso a servizio da un monsignore in qualità di segretario. Mario aveva trovato un impiego a mezza giornata in un magazzino all'ingrosso che ancora lavorava. Libero e Giovanni, dal luogo del loro esilio, mandavano un po' di denaro e generi alimentari per il tramite di don Gianni. Talvolta il parroco si recava in una città presso il confine per qualche incarico ecclesiastico, vero o presunto, qui lo raggiungevano dei confratelli, che avevano libertà di circolazione, per consegnargli messaggi, denaro, e generi di conforto destinati ai parenti degli esuli. Libero era fuggito per salvarsi la vita e per mantener fede alle sue convinzioni di umana fratellanza che gli imponevano di non uccidere i suoi simili di qualunque lingua e nazionalità fossero. Per la stessa ragione aveva voluto portare con sé il figlio. Le circostanze costrinsero entrambi a non mantenere, loro malgrado, quella solenne promessa. Una guerra che non avevano voluto, come tutti i milioni di soldati che l'avevano combattuta e che vi erano morti, li aveva costretti a prendere le armi contro uomini che altri aveva mandato ad invadere il loro Paese.
Anche Giuditta si era rifugiata in quel Paese sicuro oltre confine. Lavorava in un ospedale, onorava la memoria del padre esercitando la sua professione con competenza e abnegazione. Cercava di pagare il suo debito, ignoto a tutti, salvando vite umane a compenso di quella che aveva distrutto. Non sapeva che gli eventi successivi l'avrebbero costretta a uccidere ancora, ed ancora a salvare altre vite. Queste tre persone, che Andrea Mancuso aveva spinto nello stesso rifugio, si ritrovarono insieme a combattere sulle montagne, a dare la morte sia pure per una giusta causa: con orrore e riluttanza Libero e Giovanni, con calcolata freddezza Giuditta, la quale si ritrovò più volte con lo stesso impegno a compiere l'azione opposta, curando e salvando i compagni feriti e non di rado i nemici che quelli e lei stessa avevano colpito. Nessuno dei tre tornò a casa. Le tre salme, assieme a quelle di altri compagni caduti nella stessa azione, vennero sepolte nel piccolo cimitero del paese che erano riusciti a salvare dall'attacco nemico. Quando la pace tornò i parenti li riportarono nei rispettivi luoghi di provenienza. Anche Libero e Giovanni, con alcuni compagni di lotta della nostra città, tornarono a casa. La salma di Giuditta non venne reclamata da nessuno.
Una solenne cerimonia civile, seguita dalla messa nella cattedrale, accolse il ritorno degli eroici cittadini che avevano dato la vita per la libertà di tutti. Arcangelo, figlio e fratello di due di essi, era fra coloro che avrebbero dovuto pronunciare un discorso di commemorazione in chiesa. Il suo considerato l'abito che portava doveva essere quello conclusivo, il più importante. Le autorità religiose non volevano essere da meno di quelle civili in questa nuova era politica, dimenticando che non troppo tempo prima avevano benedetto i cannoni responsabili dei lutti che ora si trovavano a piangere. La sera prima Arcangelo aveva avuto un lungo colloquio a quattr'occhi con la madre la quale aveva deciso di prender parte alla cerimonia religiosa dopo molto tempo che non metteva piede in chiesa. Quello che accadde quella mattina nella sacra cornice del tempio fu uno scandalo senza precedenti. Arcangelo salì sul pulpito, qualcuno fra i fedeli delle prime panche che lo vide a piedi nudi pensò ad una forma di penitenza. Guardò per un lungo istante la folla che attendeva le sue parole in silenzio, poi lentamente, ad uno ad uno, cominciò a togliersi i paramenti sacri facendoli cadere dall'alto. Sbottonò il lungo abito nero e se lo sfilò di dosso dicendo semplicemente: « Restituisco l'abito della menzogna.». Completamente nudo scese dal pulpito, Maria Pia gli andò incontro e lo copri con un lenzuolo che aveva tirato fuori dalla sua sporta. Insieme si diressero verso l'uscita mentre i fedeli sbigottiti facevano ala al loro passaggio. Mario dentro un taxi li aspettava per tornare a casa.
