Otto

Dopo il sonnellino ristoratore il vicequestore Luca Montessoro, visto che c'era ancora tempo per preparare la cena, era rimasto a letto con l'intenzione di leggere comodamente i giornali e il rapporto del medico legale che aveva portato dall'ufficio. Cominciò da questo perché prima il dovere e poi il piacere – come diceva sempre sua nonna (che talvolta era un po' noiosa) – era un precetto al quale non mancava mai di ottemperare. Si ricordò che il meticoloso dottor Storti aveva espresso qualche perplessità sulla dinamica del colpo che era stato inferto alla vittima; gli aveva chiesto anche di esaminare le fotografie per poterne discutere insieme. Non lo aveva fatto, gliene era mancato il tempo. Si sarebbe scusato con il paziente Ettore.
Il medico procedeva come era solito fare, per ipotesi ed esclusioni, rendendo palesi le tappe del suo ragionamento: un metodo che il vicequestore apprezzava molto. I resoconti, puntuali e dettagliati, erano due. Il primo confidenziale, ad usum delphini, per il sollazzo del vicequestore che apprezzava il suo umorismo macabro. Il secondo, ufficiale, del quale il primo era la brutta copia, riportava gli stessi argomenti privi delle ciniche annotazioni dell'estensore ed era redatto in perfetto gergo medico – legalese. Innanzitutto venivano elencati i fatti accertati: morte istantanea per sfondamento della scatola cranica, colpo sferrato frontalmente con la statua di bronzo, ferita compatibile con l'arma del delitto, caduta del corpo all'indietro. Seguivano le ipotesi sulle modalità di esecuzione:
1) La maniera più semplice e più logica per ottenere questo risultato sarebbe quella di piazzarsi di fronte, tenere la statua a faccia in avanti, con le due mani, e colpire facendola calare come una mannaia.
2) Per tenere sollevata una statua di quel peso ed abbatterla come una clava, ci vorrebbe una persona dotata di una forza straordinaria, cosa non impossibile e che avrebbe il vantaggio di semplificare le indagini escludendo sospettati di corporatura più debole, per esempio le tue suore.
3) Non risulta verosimile però che l'assassino si sia posto frontalmente rispetto alla vittima, perché non avrebbe avuto lo spazio necessario per farlo. Questa, al momento dell'aggressione, stava in piedi o genuflessa, con la faccia rivolta all'inginocchiatoio, a sua volta appoggiato al muro e sovrastato da una mensola, collocata piuttosto in alto, al centro della quale era posata la ferale Madonna.
4) Alla statua si poteva accedere solo da una posizione laterale. L'assassino doveva essere dotato di una certa statura per arrivare ad afferrare quel pesante corpo contundente, la cui distanza era aumentata dall'impossibilità di stare di fronte alla mensola; tanto per intenderci, una persona alta un metro e ottanta avrebbe dovuto allungare di un bel po' le braccia e in quella scomoda posizione laterale lo sforzo necessario per reggerne il peso e colpire era considerevole. Anche questo tuttavia poteva essere possibile. In alternativa si poteva supporre che l'assassino, sempre in posizione laterale, avesse fatto scivolare la statua, dalla mensola lucidata a cera, con una mano o servendosi di un supporto, un bastone per esempio, compiendo anche in questo caso un certo sforzo sia pure minore. In entrambi i casi però, l'attacco non sarebbe stato fulmineo e avrebbe dato modo alla vittima di capire le intenzioni dell'aggressore e quindi di fuggire o di chiedere aiuto. A meno che la suora non fosse assorta in preghiera al punto di non avvertire la presenza dell'omicida o lo avesse volutamente ignorato, dandogli modo di agire. Cosa non del tutto impossibile.
5) Ipotesi cervellotica, da libro giallo: l'assassino preventivamente avrebbe legato un filo da pescatore, invisibile, alla statua fissandolo alla parete opposta: per colpire sarebbe stato sufficiente un piccolo strappo quando la monaca si fosse inginocchiata.
6) L'oggetto scelto per uccidere era il meno adatto: sullo scrittoio c'erano un grande cristallo di quarzo e un affilatissimo ed appuntito tagliacarte, entrambi atti alla bisogna e molto più maneggevoli.
7) Conclusione: la Madonna stanca di apparire a pastorelli analfabeti, di piangere inutilmente per l'umanità, di mandare messaggi quotidiani e inascoltati da un paese bosniaco, aveva deciso di farla finita per sempre buttandosi dalla mensola. La suora si era trovata nel posto sbagliato al momento sbagliato. Va da sé che questa conclusione non compariva nel rapporto ufficiale.
Il vicequestore, dopo la lettura che gli aveva strappato qualche acido sorriso, si prese la testa fra le mani in preda allo sconforto: il rapporto del medico legale non forniva nessun elemento utile alle indagini, ma quel che era peggio sollevava tutta una serie di dubbi sull'esecuzione del delitto che ne infittivano il mistero. A questo andava aggiunta l'assenza di un movente. Non rimaneva davvero che il soprannaturale. Accantonò per il momento il problema rimandandone la discussione al giorno dopo, nella seduta plenaria con i suoi collaboratori
Per rinfrancarsi cominciò a leggere gli articoli che commentavano la partita nella quale la sua squadra aveva ottenuto una strepitosa vittoria, e la promozione. La passione per il calcio era l'argomento sul quale lui e Stefano si erano sempre accapigliati, non perché tifosi di squadre diverse, ma proprio sul fenomeno in quanto tale. Luca, che da giovane aveva praticato questo sport, ne esaltava il carattere popolare, la spettacolarità, la capacità di suscitare aggregazione e senso di appartenenza. Di queste, che l'amico riteneva qualità positive, Stefano presentava il rovescio della medaglia: il panem et circenses come massima aspirazione del popolo, l'ipnosi di massa esercitata nello stadio, l'esclusione del diverso da sé e la violenza, inevitabile corollario, che ne scaturiva, esattamente come nella fede religiosa. Non per nulla, sosteneva Stefano, per indicare l'adesione ad una tifoseria si parlava di fede: verde – blu o giallo – nera o quale che fosse il colore o la combinazione di colori che rappresentavano la squadra.
Quelle logomachie si protraevano per ore ed ore, come le dispute medievali. Ciascuno sosteneva la propria tesi facendo appello alle più dotte argomentazioni provenienti dalle più disparate discipline: filosofia, psicologia, storia, antropologia e chi più ne ha più ne metta. Nessuno dei due, ovviamente, era mai riuscito a convincere l'altro, come del resto capita nelle migliori dispute teologiche. Luca ripensò con grande nostalgia a quelle discussioni appassionate, delle quali solo i giovani della loro generazione erano capaci; ma poi allontanò da sé quel pensiero da persona ormai anziana e forse ingiusto. Prima di riporre i giornali diede una rapida scorsa agli altri titoli. Un breve trafiletto nella cronaca locale del quotidiano cittadino attirò la sua attenzione e dovette leggerlo almeno tre volte per credere ai suoi occhi.
«Bravo Poseidon!» esclamò, dopo di che scoppiò in un'irrefrenabile, omerica risata.
Rideva ancora quando cominciò ad armeggiare intorno ai fornelli per preparare la cena.
Stefano, prima di andare da Luca, era passato dall'alloggio di Tògnin per prendere accordi per la giornata di mercato dell'indomani e per controllare le liste delle ordinazioni. Visto che occorrevano dei cesti in più, lo incaricò di prenderli nel ripostiglio e di sistemarli già accanto al furgone, pronti per il carico del giorno dopo. Stava per andarsene quando un urlo belluino seguito da una raffica di imprecazioni lo fece sobbalzare e scattare immediatamente all'indietro. Quando arrivò, due secondi dopo, Tògnin ancora bestemmiava davanti alle mensole vuote del ripostiglio in mezzo ad un ammasso confuso di oggetti disparati che ne erano precipitati.
Stefano in un primo momento pensò ad un gesto avventato del suo aiutante, ma riflettendo si rese conto che ciò non era possibile. I cesti, che venivano presi e riposti in continuazione, stavano sui ripiani più bassi: un movimento maldestro avrebbe potuto farli cadere anche tutti, certamente, ma non avrebbe potuto provocare il precipitare degli oggetti collocati sui ripiani più alti. Tògnin poi si muoveva sempre con cautela e precisione, ponendo la massima attenzione in ogni cosa che faceva.Comunque fossero andate le cose, a parte qualche vecchia bottiglia, non c'era nulla che si potesse rompere; l'unica seccatura era dover rimettere tutto in ordine.
Le urla avevano fatto accorrere anche Marietta, che prendeva il fresco sulla sdraio davanti a casa sua: «O terremòtto! » esclamò, appena ebbe visto quel disastro.
«Marietta non esagerare! Dai una mano a Tògnin per favore, che io devo andare e sono già in ritardo.»
«Ma Stêa...»
« Ma sì, domani naturalmente, ora è tardi.» E se ne andò.
Appena arrivò a casa di Luca questi lo avvisò: «Adesso ci sediamo a tavola, mangiamo i manicaretti che ho preparato, rievochiamo i vecchi tempi, gli amici vivi e morti, ma non quelli ammazzati. Non voglio sentir parlare di suore, di madonne assassine, di eredità, di donazioni, di notai puttanieri e imbroglioni, di incendi dolosi e roba simile. Domani mi toccheranno di nuovo, ma stasera rilassiamoci e parliamo d'altro. Tu devi finire di raccontare la storia della tua vita e dei tuoi amori. Alla fine della cena però ti farò una sorpresa.»
«Perché però?»
«Se te lo dico che sorpresa è?»
E lo condusse sul terrazzino dove aveva apparecchiato. Da lì, all'ultimo piano di un palazzo del centro storico, si vedeva tutta la città immersa nel buio e brulicante di mille piccole luci. Ripercorsero il viale delle rimembranze e dei rimpianti e Stefano riprese a raccontare.
«Avevo sofferto molto per la partenza di Alberico, siamo quasi gemelli, ci dividono pochi giorni di differenza. Diversissimi per carattere – non c'era giornata che non facessimo a botte – ma inseparabili l'uno non poteva fare a meno dell'altro. Avevamo poco più di un anno quando ci siamo conosciuti : sapevamo a malapena camminare e nessuno dei due parlava ancora ma la mia prima parola dopo mamma e papà è stata Bebbìco, Alberico; per lui io ero Féffano. Facevamo tutto insieme: la nanna, la pappa, le sedute sul vasino, ho delle foto che lo provano. No, non te le farò vedere, non insistere! Sheila, la mamma di Alberico, era la nostra bambinaia; per un certo periodo ho passato più tempo con lei che con mia madre. La mia è stata un'infanzia meravigliosa, scorribande e avventure nel grande parco della villa, giochi sulla spiaggia; in giro per le fasce da soli e con mio padre, a dar da mangiare agli animali, a mungere le vacche, a fare il vino, a cantare canzonacce, a ingozzarci dei dolci e delle focacce che preparava mia madre. Poi ancora a suonare il flauto, malissimo: mio padre ci diceva di star lontani dal pollaio perché le galline, quando ci ascoltavano, smettevano di fare le uova. In realtà era lui, intonatissimo, a non sopportare quei suoni strazianti. Ma la cosa più bella era ascoltare le storie fantastiche di Sheila. Prima che la scuola ci intristisse – te la ricordi, no, la scuola dei nostri tempi? – siamo stati contagiati dal mal del libro, morbo inguaribile per fortuna, e da tutti i suoi effetti collaterali, non ultimi la curiosità e il rifiuto di accontentarsi della prima risposta. Nessuno dei due aveva altri amici e forse il nostro rapporto così esclusivo aveva un che di snobistico, se questo termine ha un senso per dei bambini: certo noi non condividevamo i divertimenti dei nostri coetanei e loro disprezzavano i nostri. Ripensandoci, devo ammettere che eravamo proprio antipatici, anzi refiôzi. Botte – quante ne abbiamo prese! – e brutti scherzi ce li siamo cercati. Anche a scuola, fino a che siamo rimasti insieme, eravamo considerati dei secchioni perché passavamo più tempo a leggere – sapevamo sempre tutto – che in piazza a giocare al pallone. Aggiungi il fatto che fra di noi, quando volevamo escludere gli altri, parlavamo inglese. La passione per Shakespeare risale a quell'epoca. Prima che sapessimo leggere, Sheila ci raccontava, come se fossero fiabe, le storie di Macbeth, del Sogno di una notte di mezza estate, della Tempesta, poi appena ne siamo stati in grado, abbiamo letto da soli le riduzioni dei fratelli Lamb, in lingua originale, così come tutte le grandi storie, L'isola del tesoro, Robinson Crusoe, La freccia nera. Sono stato davvero molto fortunato: all'epoca un figlio di contadini come me difficilmente avrebbe avuto le opportunità che mi sono state offerte. Al momento della partenza, Sheila mi aveva promesso solennemente che lei e Alberico sarebbero stati via solo pochi mesi e poi sarebbero tornati. Lei prestava sempre fede alla parola data: per la stagione dei bagni erano di nuovo qui. Dopo un mese avrebbero dovuto rientrare, ma c'era per me una fantastica sorpresa: sarei andato con loro per una vacanza – studio da trascorrere con Alberico, la prima di una lunga serie. Da allora e per tutto il periodo dell'università ho sempre passato almeno un mese in Inghilterra per studiare e dopo la laurea ho frequentato diversi corsi di specializzazione. Alberico aveva scelto un'altra strada: fin da piccolo maneggiava i numeri come giocattoli, la matematica era il suo destino.»
Alberico aveva da poco finito l'università quando Sheila, che non aveva ancora cinquant'anni, morì colpita da una meningite fulminante. Il figlio non volle più restare in Inghilterra e tornò a vivere in quella casa che aveva definito bruttissima, quando aveva dovuto abbandonare la grande villa. Non aveva più nessuno al mondo, gli era rimasto solo Stefano. Ottenne una cattedra nella locale scuola media e in seguito al liceo; ebbe qualche breve relazione amorosa, finita sempre per colpa sua, per il suo carattere ombroso e contorto. Stefano fece una brillante carriera accademica e la buttò alle ortiche, come diceva Alberico, che tuttavia capiva il suo bisogno di libertà. Lui invece rimaneva attaccato al lavoro – che non gli serviva per sopravvivere – perché un uomo deve avere un'attività, ma soprattutto per non farsi divorare dalla melancolia.
« Nella melancolia si crogiolava con un piacere perverso, e questo attirava le donne, quelle del tipo io ti salverò, ma bisogna dire che era anche un bel ragazzo: delicato, sottile, occhi verdi sognanti, capelli castano chiari, si vede che è un nobile commentavano le ragazze del tipo sono-in-attesa-del-principe azzurro; in realtà il suo sembiante aristocratico era di provenienza materna: i conti Del Pilastro avevano tutti un aspetto piuttosto plebeo, se questi criteri estetici hanno un senso.»
Anche i genitori di Stefano morirono abbastanza giovani, a breve distanza l'uno dall'altro, e i due ragazzi, come veri fratelli, si sostennero a vicenda. Ciascuno aveva mantenuto la propria abitazione e la propria attività, ma condividevano ancora, come quando erano bambini, idee e passioni intellettuali. Il loro rapporto non era più così esclusivo: talvolta permettevano a qualche spirito eletto di accedere al loro sacrario, ma non tutti avevano forza e indipendenza di pensiero tali da poter resistere in quel ristretto mondo idiosincratico.
«Non siamo riusciti a sfuggire al nostro destino di diversi anzi, col passare del tempo, il divario fra noi e il mondo si ingrandiva: ci riconoscevamo sempre meno in quello che andava di moda, fossero libri, movimenti politici, arti varie, dal cinema alla musica. Abbiamo continuato ad arretrare perché gli stupidi proliferano e avanzano senza conoscere ostacoli, anzi favoriti dagli strumenti della modernità, e viviamo in uno stato di perenne assedio in spazi sempre più ristretti. Stultorum infinitus est numerus! Suona bene ma non è esatto dal punto di vista matematico, come giustamente sostiene Alberico: il numero dei cretini non può essere infinito perché non lo è quello degli esseri umani, ma sono comunque moltissimi e tendiamo a sottostimarne il numero. La stupidità convive, in uno stesso individuo, con altre qualità anche elevate, non ne sono immuni i semplici e gli ignoranti, gli studiosi e i dotti: è un flagello trasversale che non conosce barriere di genere, nazionalità, etnie. È stata la stupidità a farmi fuggire dall'università e a fare di me un Cincinnato. Alberico è più fortunato di me, la matematica è inattaccabile da questo male, e forse è la ragione per cui ha così poco successo. Lui conserva ancora qualche speranza di dialogo con i suoi allievi a scuola, non è la caricatura del professore dipinta da certi luoghi comuni: è un uomo colto e sensibile, la sua depressione costitutiva lo rende particolarmente adatto a comprendere i tormenti degli adolescenti. Ogni tanto riesce a trovare qualche bella testa che gli fa ben sperare per il futuro dell'umanità. Anch'io non ho del tutto perso le speranze: nella mia Accademia Agreste non mancano le intelligenze promettenti. Ora è tempo di esami, fra poco un bel gruppetto di studenti sciamerà in collina. Quando questo caso sarà finito vieni da me a conoscere questi ragazzi, ti farà bene!»
«Come al solito Stefano tu parli molto, ma della parte più intima di te dici poco. Non si può percorrere il viale delle rimembranze e dei rimpianti senza evocare gli amori felici, perduti, falliti o neppure cominciati che siano. Ancora un po' di cognac?»
«Ecco, bravo! Versami da bere. Togli pure il primo aggettivo dal tuo elenco: i miei amori, pochi, son tutti di quel genere lì. Sono solo e triste come il verme solitario, te lo ricordi? Quel matto di Ernesto Ragazzoni! Solo è Allah nel Paradiso/del Profeta Makometto/solo è il naso in mezzo al viso/solo è il celibe nel letto... Io sono un celibe che dorme solo nel lettone dove è stato concepito e poi venuto al mondo. Qui un bel manipolo di miei ascendenti hanno fatto la stessa cosa contribuendo, quando è stato il loro turno, alla continuità del lignaggio. Io invece, fra quelle lenzuola, non ho concepito nessuno se non un mucchio di pensieri e non sempre allegri. Sono destinato ad andarmene – fra un bel po' spero perché in fondo qui non ci sto tanto male – senza lasciare progenie, ma per il pianeta già così affollato non sarà un gran danno. Qualche occasione l'ho avuta anch'io: da giovane facevo la mia bella figura, le donne si avvicinavano, sembravano contente, ma dopo un po' venivano colte da una sorta di inquietudine, di disagio, e se ne andavano. In me c'era qualcosa che le faceva fuggire, si spaventavano, o forse io avevo aspettative troppo alte nei loro confronti. Tu almeno al matrimonio ci sei arrivato e per un po' di tempo sei stato felice. Io non ci sono riuscito. Di quelle donne, poche ripeto, che sono passate come meteore, ricordo a malapena i nomi e i visi, o forse li confondo chiamandone una col nome di un'altra.»
Stefano si interruppe un attimo, esitante se continuare o no, poi dopo un profondo sospiro proseguì: «Io non lo dicevo apertamente ma loro, le ragazze intendo, lo intuivano: sentivano in qualche maniera di essere costantemente messe a confronto con un modello irraggiungibile... e se ne andavano.»
Luca aprì la bocca, inspirò, ma non riuscì a proferir parola.
«No, non era la mamma. Donna straordinaria, generosa, intelligente, ma solo la pazienza di mio padre poteva tenerla a bada e nel modo più semplice: lasciandola comandare. Fosse stata mia moglie l'avrei strozzata o sarei scappato col circo.»
Dopo un'altra piccola, sofferta, pausa confessò: «Era Sheila. Lei per me incarnava tutte le virtù della donna ideale: bellezza delicata, sensibilità, cultura, dolcezza, personalità. Più che della mamma, mi ero innamorato della maestra. Capita a molti, no?»
Ancora una volta Luca tentò, senza riuscirci, di parlare.
«Non rompere le balle! Lo so, capita a molti, ma poi si cresce: ebbene io non sono cresciuto, Capito perché non ti volevo dir niente?»
«Ehi! Ma tu te la canti e te la suoni, non mi hai fatto dire una parola! Cosa ne sai di quello che avrei detto?»
«Scusami, ma di questo non ho mai parlato con nessuno. È stato uno sforzo enorme, ma sono contento di averlo fatto con te che puoi capire.»
Era meglio cambiare argomento.
Luca si alzò e con tono solenne annunciò: «Ed ora la sorpresa!» e mise fra le mani di Stefano il giornale cittadino.
Poiché era ancora piegato alla pagina sportiva questi sbottò: «Ancora col calcio? Anche tu non sei proprio cresciuto del tutto, eh?»
«Guarda nella cronaca cittadina, il trafiletto in basso a sinistra!»
Anche Stefano dovette leggere la notizia più di una volta, strabuzzò gli occhi, aprì e chiuse la bocca e scoppiò a ridere.
La cena terminò ad un'ora ragionevole, non si poteva far nottata: per Stefano era giorno di mercato, Luca doveva convocare i suoi collaboratori perché le indagini avevano preso una piega inaspettata. Voleva sentire il dottor Christian Quattrocchi per ringraziarlo ancora e ridere anche con lui, una volta tanto che 'sto maledetto mestiere ti fa fare due risate, anche se di gusto macabro. C'era poi da chiarire la posizione del conte professore, insomma un bel po' di lavoro, ma anche di novità. Si diedero appuntamento per il mattino dopo nel suo ufficio; l'invito, per il momento informale, era esteso anche al professor Del Pilastro.
Al suo ritorno a casa Stefano trovò Alberico che lo stava aspettando nella stanzetta dei bambini: aveva lasciato l'alloggio di Tògnin, ormai non c'era più motivo di nascondersi, la polizia sapeva tutto. Dalla sua faccia si capiva che non vedeva l'ora di comunicargli una notizia importante: «Guarda cosa mi ha dato la Marietta!» e gli porse il giornale cittadino del lunedì aperto alla pagina ben nota.
Risero insieme, una lunga risata liberatoria.
Ma Alberico aveva anche un'altra notizia: «Pare proprio che il mio cervello si stia snebbiando: comincio a ricordare qualcosa di quella maledetta notte, ma prima… » e gli mostrò il tubetto degli psicofarmaci sul palmo della mano aperta.
Poi si alzò di scatto per scansare il pugno di Stefano, che riuscì tuttavia a prenderlo di striscio su una spalla. Quello che invece prese in pieno fu il torrente di insulti, variegati e coloriti, nelle tre lingue che questi padroneggiava meglio. Nell'ordine: dialetto, inglese, italiano.
Passata la bufera, un quarto d'ora abbondante durante il quale Alberico se ne era stato immobile e senza fiatare, Stefano gli fece un cenno con la mano come a dire racconta.
Era appena uscito dal portone, col suo bravo sacchetto della spazzatura, quando il telefonino aveva preso a squillare. L'orologio della farmacia dall'altra parte della strada faceva le ventuno e quaranta. La rumenta non l'aveva solo in mano: ne aveva ingurgitata una discreta quantità in pillole, una mezz'ora prima, in seguito ad un attacco d'ansia. Quella sera, dopo aver assunto il farmaco, avrebbe dovuto stendersi in poltrona, ascoltare un po' di musica, aspettare il sonno e poi a letto per una bella dormita senza sogni, come faceva di solito: ma le cose dovevano andare diversamente, purtroppo.
«Ero già intontito, mi tremavano le gambe, i suoni mi arrivavano ovattati e distorti, più che lo squillo era stata la vibrazione nella tasca a farmi capire che c'era una chiamata per me. La voce era quella di una donna, lontanissima. Non distinguevo le sue parole e non solo per il baccano dei festeggiamenti sportivi. Facevo anche una gran fatica a parlare. Finalmente, dopo alcuni minuti, ero riuscito a capire: mi aspettava sul Lungomare davanti all'albergo. Era una donna anziana, mi aveva detto che era stata l'infermiera di mio nonno, mi aveva parlato della donazione della villa alla suora, a sua figlia. Diceva che mi avevano imbrogliato con la complicità del notaio. Non capivo cosa volesse dire, parlava di una figlia di mio nonno. Una parte di me, ancora lucida, ricordava la storia del lascito alle suore, ma se pensavo a mio nonno mi tornava in mente l'ultimo giorno passato nel parco, quando mi ero nascosto sull'albero. Lei insisteva, continuava a ripetere che suor Ildegarda, la Preside dell'Istituto, e il notaio avevano approfittato di me perché ero un bambino e mia madre una straniera. Poi non so cosa sia successo: quella donna non c'era più, credo di essermi ritrovato nella villa e di essermene andato gridando, ma è una scena molto confusa. Non ricordo altro, né di aver preso le mazze e perché, neppure il motivo per cui sono andato al bar del Mare e dal notaio.»
«In tutto questo casino almeno una cosa è certa, cioè che la tua amnesia è stata provocata dalle porcherie che hai ingoiato. Ora che il loro effetto sta lentamente svanendo ti sta tornando la memoria. Faresti bene a tornare dal medico e dirglielo, perché naturalmente non lo hai detto neppure a lui; magari ti darà un altro intruglio per combattere il primo.»
In quel momento il cellulare di Alberico segnalò un messaggio: Professore l'ho aspettata domenica sera sotto casa sua, ma lei non è arrivato Poiché avevo l'apparecchio guasto non ho potuto inviare né ricevere messaggi, questo il motivo per cui mi faccio vivo solo ora. Mi procurerò le mazze in Inghilterra. Grazie comunque di tutto. Andrea Fasce.
Alberico rilesse più volte quella comunicazione e lentamente il suo significato divenne chiaro. Andrea Fasce era un suo ex alunno, ora all'università. Doveva andare in Inghilterra con una borsa di studio; fanatico ammiratore di tutto ciò che era british, voleva imparare a giocare a cricket. Il professore gli aveva dato qualche lezione teorica e aveva promesso di regalargli le sue mazze, inutilizzate da tanti anni. Dovevano vedersi quella maledetta sera perché il ragazzo avrebbe preso l'aereo il mattino dopo. L'intontimento dato dal farmaco e la telefonata di Luisa gli avevano fatto dimenticare l'appuntamento. In seguito però, in maniera confusa, doveva essergli tornato alla mente, anche se l'ora era passata, ed era andato a prendere il borsone con cui la Candida, vicina di casa del notaio, lo aveva visto per le scale.
La notizia, almeno in parte, era confortante: le mazze avevano una destinazione lecita ma certo non si poteva ancora escludere che in preda ad un raptus , sotto l'effetto degli antidepressivi e trovandosele a portata di mano, se ne fosse servito per sfasciare l'appartamento del notaio. Ora era Stefano a sentirsi un po' confuso, aveva bisogno di tirare le fila di quell'imbrogliata matassa insieme ad Alberico al quale, forse, non aveva raccontato tutti i particolari: dovevano avere le idee chiare per l'incontro del giorno dopo con il vicequestore. Per sommi capi ridisegnarono tutto il quadro così come si era venuto componendo attraverso testimonianze sparse e successive.
Evento centrale la morte violenta di suor Ildegarda: le indagini sul suo passato avevano portato alla rivelazione che era la figlia illegittima e non riconosciuta del nonno di Alberico, il conte Tommaso Maria Del Pilastro. Una serie di circostanze fortuite, dopo molti anni, l'avevano fatta incontrare col padre, gravemente malato e invalido. Era riuscita con l'inganno ad ottenere l'incarico dell'assistenza al suo domicilio coadiuvata da Luisa, sua vecchia amica. Lo aveva costretto, con la complicità del notaio Oreste Ricci, a sottoscrivere una falsa vendita a Luisa la quale, a sua volta, ne aveva fatto donazione all'Ordine monastico al quale suor Ildegarda apparteneva. Nel frattempo aveva inscenato, prendendosene tutti i meriti, la conversione del conte, notoriamente dissoluto, facendo credere che il lascito fosse avvenuto direttamente, per espiazione dei suoi peccati. Luisa – nel frattempo separata da Ildegarda a causa di pressioni da parte dell'Ordine – aveva ricevuto in cambio del suo silenzio continue donazioni in denaro e lunghi soggiorni pagati nella costosa suite dell'elegante Grand Hotel Mare Nostrum .
Quando il denaro della monaca – eredità materna trattenuta in violazione alla Regola dell'Ordine – era finito, Luisa infuriata aveva raccontato tutto ad Alberico il quale sapeva ovviamente della donazione, ma ne ignorava i retroscena e soprattutto che la suora fosse sua zia. Questi, la sera che era stata uccisa, aveva avuto con lei un furioso alterco. La stessa notte, a poca distanza di tempo, si erano verificati altri due fatti delittuosi. Un incendio, probabilmente doloso, che aveva distrutto proprio la suite che ospitava ogni anno Luisa, e la devastazione dell'appartamento – studio del notaio, ormai ex, Oreste Ricci. Alberico era stato visto nei pressi di entrambi i luoghi in cui erano avvenuti questi crimini: nel bar dell'albergo, in apparente stato di ebbrezza, e per le scale del palazzo in cui era situato l'appartamento devastato. Dopo essersi chiariti le idee i due se ne andarono a letto: il giorno dopo dovevano presentarsi in questura freschi e riposati.
