Otto

Il tempo passava e i ragazzi Strazzera crescevano. I due maggiori, ormai considerati adulti, procedevano decisi lungo la strada che avevano scelto. Giovanni stava risparmiando per metter su un'officina tutta sua, Arcangelo studiava con profitto ricevendo come di consueto grandi lodi. I compagni, per la finezza dimostrata nelle dispute teologiche, gli avevano conferito, fra il serio e il faceto, il titolo di Doctor Arcangelicus. Pietro e Paolo lavoravano come apprendisti: uno nella rinomata sartoria di Egidio che vestiva le signore del bel mondo; l'altro dal fornaio Giobatta Farina, nomen omen , che faceva la focaccia più buona della città. Nel tempo libero i due gemelli, che possedevano spiccate attitudini musicali, cantavano nel coro della chiesa e imparavano a suonare l'organo. Mario seguiva un corso per contabili e sognava di viaggiare o almeno questo era ciò che tutti pensavano. Andava e veniva dalla Biblioteca Comunale per rifornirsi di libri che descrivevano terre lontane, preferibilmente esotiche, o che narravano la vita di grandi esploratori. Leggeva fino a notte inoltrata suscitando le proteste dei gemelli che dividevano la stanza con lui, fino a che Maria Pia, per preservare la pace notturna, non gli approntò un letto pieghevole in cucina. Parlava poco, anche in famiglia, e non aveva amici. Quando qualcuno lo interrogava sui suoi studi o sulle sue letture rispondeva in modo vago e con un tono lievemente infastidito, sufficiente a far desistere il suo interlocutore: dava sempre l'impressione di volersi nascondere, di voler stare da solo. Anche il suo aspetto fisico era tale da farlo passare inosservato, un viso comune né bello né brutto, corporatura media, nessun segno particolare nel corpo o nel comportamento a parte il suo carattere introverso e taciturno. Mario è sempre stato un enigma per tutti noi aveva annotato una volta Arcangelo nel suo diario.
I due piccoli, Léontine e Settimio, nati nello stesso anno, lei all'inizio lui alla fine, si apprestavano a cominciare la scuola elementare. Settimio era un bambino bellissimo, aveva grandi occhi azzurri e capelli neri, un sorriso dolce e accattivante; sempre allegro, ciarliero e disponibile ovunque andasse si conquistava la simpatia di tutti. Léontine invece, dobbiamo dirlo, non era molto bella. Molto più alta dei bambini della sua età, magra e spigolosa, aveva una gran massa di capelli stopposi e rossicci, sul viso lentigginoso le brillavano due occhi grandi e di un verde intenso con i quali fissava tutti con uno sguardo torvo e diffidente. Non aveva parlato fino ai tre anni, comunicava a gesti, anche se molto eloquentemente a dire il vero. Chiamava solo mamma, papà e Minio, il suo quasi gemello, con il quale discorreva in una lingua bizzarra fatta di schiocchi, squittii e sbuffi che lui solo comprendeva e traduceva. Arcangelo, che aveva una autentica vocazione pedagogica, come già con Mario e i gemelli, aveva cominciato prestissimo a far loro da maestro: raccontava fiabe e mostrava ai piccoli il mondo attraverso libri illustrati o dal vero portandoli a passeggio nelle belle giornate. Svelò loro anche i segreti dei numeri e delle lettere dell'alfabeto cosicché i due bambini impararono assai precocemente a contare, a leggere e a scrivere. Léontine sviluppò da subito, quando ancora non era in grado di decifrarli, un attaccamento esagerato per i libri, se ne portava sempre uno a letto e lo stringeva prima di dormire come gli altri bambini fanno col pupazzo preferito. Non era sempre lo stesso, qualche volta volta una fiaba, altre volte un libro di scuola dei fratelli. Una sera Maria Pia la trovò addormentata con la Bibbia di Arcangelo sul cuscino.
Una domenica mentre la famiglia era riunita attorno al tavolo rotondo che ospitava i pranzi delle feste Léontine, all'età di tre anni, improvvisamente parlò. La mamma aveva portato in tavola una gran fondina di verdure bollite e un vassoio di patate al forno per accompagnare l'arrosto, lei li guardò attentamente entrambi poi indicando la verdura disse molto chiaramente: « Questo non va bene! » quindi rivolta alle patate le approvò con un deciso: « Questo va bene! » dopodiché, come se niente fosse, cominciò a chiacchierare con i fratelli e con i genitori, beninteso dopo essersi servita una porzione abbondante di patate. Era come se, per tutto quel tempo, avesse immagazzinato parole, frasi e discorsi per tirarli fuori al momento giusto, quando aveva avuto qualcosa di veramente importante da dire. Questa concezione manichea accompagnò in seguito tutte le sue scelte e le sue decisioni, Léontine non conosceva sfumature, le cose andavano bene o non andavano bene, tertium non datur.
Il primo giorno di scuola, alla Giuseppe Garibaldi, Settimio e Léontine vennero separati perché non esistevano classi miste, e per la bambina questo non andava bene. Quindi si alzò e avviandosi verso la porta annunciò che andava a cercare suo fratello. La maestra, signorina Elvira Cappetti, bruscamente la prese per un braccio e la ricondusse al banco, al suo tu devi stare qui la bambina replicò seccamente che neanche quello andava bene. Prese poi il quaderno e cominciò a scrivere le sue impressioni, certo aveva fatto qualche errore di ortografia e l'ordine sintattico non era proprio perfetto, ma il ritratto che aveva tracciato dell'arcigna maestra lo era eccome! Al punto che fuori di sé dalla rabbia questa sensibile educatrice la spedì dietro alla lavagna e ce la lasciò tutta la mattina. Arrivata a casa comunicò che lei non sarebbe più andata a scuola perché non andava proprio bene e quando Léontine aggiungeva proprio al suo giudizio negativo o positivo che fosse, voleva dire che di più in un senso o nell'altro non si poteva fare per cui fine della discussione.
La maestra Anna la Rossa - che a suo tempo si era salvata dalle grinfie del Mancuso - sua madrina al battesimo laico, quando la vide uscire capì dalla sua espressione corrucciata che era successo qualcosa, tanto più che il fratello aveva invece un'aria tranquilla e beata. Léontine senza dire una parola in risposta alle sue domande prese il quaderno con la composizione incriminata e glielo mostrò dicendo soltanto: «Quella lì mi ha messo dietro la lavagna! » sulla quale, detto per inciso, aveva vergato altre osservazioni non proprio benevole sull'istituzione scolastica corredandole con disegni molto esplicativi. Anna trattenne a stento una risata, perché conosceva bene la collega e non poté fare a meno dentro di sé di concordare con il giudizio della bambina. Informò rapidamente Maria Pia che nel frattempo era sopraggiunta e si precipitò dalla collega che stava per varcare il portone. La spinse in un'aula vuota e poco mancò che dalle parole passasse ai fatti. Dovette intervenire il bidello che, conoscendo Anna e condividendone in segreto le idee, la pregò di non mettersi nei guai. Solo quando fu ad una distanza di sicurezza la signorina Elvira Cappetti, sibilò velenosa contro la collega: « Sovversiva! Comunista! » ma lei era già fuori. Fu così che, nel suo primo giorno di scuola, Léontine aggiunse al suo carnet la quarta zuffa da lei indirettamente provocata
Inutile dire che a Settimio le cose erano andate molto meglio, sia perché Guido Marchi era davvero un bravo e buon maestro, sia perché anche in questa occasione il bambino aveva esercitato il suo inconsapevole fascino. Léontine dopo quella prima volta non andò più a scuola, le insistenze dell'intera famiglia non valsero a smuoverla dal suo proposito, la sua istruzione continuò ad essere curata a casa da Arcangelo e da Daniele per tutto il tempo che questi rimase con gli Strazzera. Nel pomeriggio eseguiva i compiti insieme al fratello e, non di rado, era lei a fornirgli spiegazioni supplementari su qualche argomento trattato in classe che lui non aveva capito. Conseguì la licenza elementare da adulta quando le fu necessaria per lavorare. lavorare. L'istituzione scolastica non si curò di quell'inadempienza, in quel periodo ben altre preoccupazioni turbavano le menti, le fiamme del Grande Rogo erano sempre più vicine.
Una domenica mattina Paolo, già pronto per andare in chiesa, accusò un leggero mal di gola e un po' di febbre, tornò a letto e Pietro rimase con lui a leggere lo spartito di un nuovo inno che avrebbero dovuto cantare per la Pasqua ormai imminente. Il mattino dopo anche il gemello manifestò gli stessi sintomi. Bastarono pochi giorni perché la morte con le sembianze del Corynebacterium diphtheriae, acquattato nelle loro gole, se li portasse via a pochi minuti l'uno dall'altro. L'ultima cosa che videro fu la neve, evento raro per la nostra città ed ancor più quella volta perché si verificò a primavera inoltrata. Maria Pia spalancò la finestra perché potessero vedere i fiocchi candidi e fitti che volteggiavano nell'aria fredda: sorrisero e chiusero gli occhi per sempre.
La madre non pianse, non versò nemmeno una lacrima, ma neppure, per tutto il resto della sua vita, sorrise mai più. Lavò i suoi bambini, li vestì con gli abiti della festa e li pettinò con cura. Arcangelo si avvicinò e le porse due piccoli crocifissi, lei li afferrò e li scagliò dalla finestra: sprofondarono nella neve fresca che ricopriva il cortile. Mise fra le mani dei due ragazzi i loro album da musica, nessuno osò rivolgerle la parola. Poi uscì tornando qualche ora dopo con una grande scatola che conteneva un lungo nastro di fiori freschi, con questo legò le due bare bianche che furono portate via insieme Non andò al funerale e non mise mai più piede in chiesa, tranne una volta qualche anno dopo per un evento straordinario. A don Gianni, che era venuto per porgerle qualche parola di conforto, non disse nulla: gli sbatté con forza la porta in faccia. Neppure Libero, che senza alcuna cautela aveva lasciato il suo nascondiglio, pianse e nemmeno bestemmiò, stringendo i pugni verso l'alto esclamò soltanto: « Anche se tu esistessi non ti darei la soddisfazione di pregarti! » Nessuno invece si sarebbe mai aspettato la reazione di Mario: urlava, si batteva il capo con i pugni e si graffiava la faccia singhiozzando tanto forte da perdere il respiro, Giovanni dovette schiaffeggiarlo per farlo smettere. La famiglia poco tempo dopo dovette subire un'altra separazione.
Il rifugio dei tre clandestini ormai non era più sicuro, bisognava trovare un'altra soluzione. Don Gianni con l'aiuto di persone influenti, dentro e fuori della Chiesa, era riuscito ad organizzare un viaggio per condurre quelli come Daniele e Noemi in un Paese sicuro, che in un tempo lontano qualcuno aveva voluto rendere immune dal fuoco della guerra. Libero decise di partire con loro e volle portare con sé Giovanni perché non voleva che diventasse un assassino. Questi fino ad allora era riuscito ad evitare il servizio di leva in quanto unico sostegno della famiglia, ma visti gli sviluppi degli eventi la possibilità di essere richiamato si era fatta più minacciosa.
Quasi nello stesso tempo un'altra famiglia venne colpita da un tragico lutto. Una mattina due carabinieri si presentarono nell'ufficio di sua Eccellenza Mancuso chiedendo di parlargli in privato. Rimasero nella sua stanza pochi minuti, quando ne uscirono Andrea - terreo sconvolto tremante - era in mezzo a loro, sostenuto per i gomiti. I tre se ne andarono senza dire una parola lasciando la sbigottita dattilografa incapace di muoversi per qualche minuto perché l'aspetto del suo superiore, di solito sempre controllato anche nelle situazioni più difficili, era davvero impressionante. L'auto che portava via Sua Eccellenza era appena partita e tutti, impiegati uscieri fattorini, si domandavano l'un altro che cosa mai potesse essere accaduto. C'era, visti i tempi, chi temeva una catastrofe pubblica e chi segretamente sperava che la Iena stesse finalmente per scontare tutte le sue malefatte. Nessuno comunque, anche immaginando la disgrazia peggiore che avrebbe potuto colpirlo, provava un moto di compassione o di pietà. Il mistero venne svelato il giorno dopo. Su tutti i giornali era riportata in prima pagina, a caratteri di scatola, la notizia del feroce omicidio - avvenuto nella capitale - del giovane Francesco Mancuso, figlio dell'importante esponente politico. Il ragazzo era stato trovato il mattino precedente da un compagno di studi venuto a prenderlo per andare all'università: era nel suo letto, completamente nudo e con la gola squarciata. Seguivano tutti i macabri dettagli che in casi simili tanto attraggono i lettori, vieppiù ghiotti a causa della posizione politica e sociale della vittima.
Francesco, figlio unico di Clelia e Andrea Mancuso era cresciuto nell'amore e negli agi. Bello, intelligente, di buon carattere era, come si suol dire, la luce degli occhi dei suoi genitori i quali, pur avendoli desiderati, non avevano avuto altri figli. Dopo un lodevole percorso scolastico, dalle elementari al liceo, nel prestigioso istituto dei gesuiti Alfonso Salmerón, era andato a studiare medicina nella capitale dove avrebbe avuto, secondo il padre, maggiori possibilità di carriera. Si era sistemato in un piccolo e confortevole appartamento vicino alla Facoltà. Il generoso appannaggio che ogni mese veniva versato sul suo conto gli consentiva di godere di tutto ciò che un giovane della sua età poteva desiderare: abiti eleganti, pranzi nei ristoranti più rinomati, una bella automobile, denaro da spendere in compagnia, soprattutto femminile. Grazie alle relazioni del padre frequentava i salotti più esclusivi della città dove riscuoteva grandi successi. Questi mezzi uniti alla sua naturale simpatia e generosità gli avevano procurato molte amicizie fra i compagni di studi e particolarmente fra le ragazze, da marito e non. Francesco si divertiva, ma con moderazione, senza trascurare gli studi. Non era un dissipatore, non si era lasciato attrarre dalle lusinghe del tavolo verde né da altre sirene che miravano al suo denaro, madri in cerca di marito per figlie non sempre attraenti, signore in cerca di un altro tipo di sistemazione. Sosteneva puntualmente gli esami riportando votazioni non eccelse, ma dignitosamente sopra la sufficienza. Il suo ingegno, in un ambiente meno provinciale della sua città di provenienza, in un contesto più elevato di studi e a contatto con menti più selezionate, era risultato meno brillante di quello che suscitava le lodi dei padri gesuiti, forse stimolati dalle generose offerte di Sua Eccellenza Mancuso. Quale figlio devoto e riconoscente scriveva regolarmente a casa: raccontava le sue giornate, descriveva le bellezze di Roma e le visite ai musei, riferiva aneddoti e pettegolezzi della buona società che frequentava assiduamente, parlava dei suoi amici, dei professori dei quali tratteggiava talvolta la caricatura. Non mancava mai di rassicurare la madre sulla propria salute promettendole ogni volta di seguire i suoi amorevoli consigli. Taceva delle sue avventure amorose essendo per lo più queste non adatte ad orecchie materne, si permetteva invece qualche confidenza da uomo a uomo durante le telefonate col padre anch'egli prodigo, su questi particolari argomenti, di saggi consigli. Per diverso tempo le sue lettere si susseguirono con immutata frequenza e analogo contenuto fino al giorno in cui si ridussero di numero, mutarono d'argomento e crebbero in lunghezza.
Francesco aveva incontrato una ragazza, bellissima e misteriosa, della quale conosceva solo il nome: Giuditta. Si era seduta accanto a lui poco prima dell'inizio della lezione di farmacologia. Subito non aveva badato a lei, era sprofondato nella consultazione del calendario degli esami, neppure si era accorto che il suo vicino fosse una ragazza. Si era ormai alla fine dell'anno accademico, voleva dare farmacologia e poi tornarsene a casa per la stagione dei bagni nella sua città, ma temeva di non farcela a prepararsi, quella era una materia che gli era particolarmente ostica, cosa che non andava bene per un medico, se ne rendeva conto, da qui la sua assorta preoccupazione. Qualcosa di insolito però all'improvviso lo aveva distolto dai suoi pensieri e lo aveva costretto a voltare la testa verso sinistra, un profumo intenso al limite dello stordimento: proveniva da un grande fiore bianco appoggiato su una pila di libri in grembo ad una ragazza. «Magnolia - disse lei - il mio fiore preferito ».
Scambiarono poche parole prima che la lezione avesse inizio, il tempo di presentarsi, e di fare qualche commento sul professore: anziano, noioso e fra i più severi di tutta la Facoltà, erano famose le sue bocciature con cacciata ignominiosa dall'aula del malcapitato esaminando. Al termine della lezione lei scappò via di corsa perché, come disse con un'espressione enfatica, aveva un impegno ineluttabile e quando Francesco le urlò dietro se poteva rivederla senza neppure voltarsi rispose forse e scomparve. Alla successiva lezione non c'era, egli le tenne il posto accanto a sé in prima fila e si guardò intorno a lungo per vedere se si era seduta da un'altra parte, anche durante la lezione si voltò spesso cercandola con occhi ansiosi ma ottenne solo il risultato di farsi cacciare dall'aula dal professore infastidito.
Giuditta non si faceva vedere per giorni e giorni poi compariva all'improvviso quando lui non se lo aspettava, in compenso però rimaneva per molto tempo in sua compagnia. I due giovani andavano a pranzo assieme, gironzolavano per la città, parlavano di esami, ridevano delle manie di qualche docente poco amato dagli studenti, discorrevano di libri, di cinema, di arte, di musica. Era colta e brillante e spesso Francesco rimaneva un po' disorientato dai giudizi di lei perché le sue conoscenze erano scolastiche e superficiali. Parlava molto, ma di sé diceva assai poco, neppure il cognome gli aveva rivelato. « Il mio nome è più importante - gli disse un giorno - potrebbe esserci dentro il tuo destino. ». Lui più volte le aveva domandato di dove fosse, non era romana questo era certo, gli sembrava ogni tanto di cogliere in qualche sua frase un leggero accento della sua stessa città. Il giorno che glielo aveva detto lei aveva risposto: « Sarà perché anch'io sono nata vicino al mare.». Francesco, senza lasciare trasparire la sua ansia, aveva chiesto di lei ad amici e conoscenti, ma nessuno ne sapeva molto, l'avevano vista qualche volta alle lezioni, ma mai con regolarità; aveva detto di essere al terzo anno, ma senza sapere il cognome neppure in segreteria gli avrebbero potuto dare qualche indicazione. All'improvviso, così come si era presentata, scompariva e a Francesco, disperato senza un numero di telefono o un indirizzo, non restava che aspettare che lei si rifacesse viva col dubbio che non sarebbe tornata mai più.
In questi periodi di abbandono e solitudine scriveva a casa. Lunghissime lettere, piuttosto ripetitive in verità, per parlare di lei ai genitori, per descriverne gli occhi castani e profondi, i capelli color del miele, il portamento elegante, il corpo morbido e sensuale, ma anche per lodare la sua intelligenza e la sua cultura. Mamma e papà non si erano preoccupati eccessivamente di questo amore che consideravano un'infatuazione normale per un ragazzo che aveva da poco passato i vent'anni. Clelia lo trovava molto romantico; Andrea, più cinicamente, riteneva che la salute del suo figliolo ci avrebbe guadagnato se egli avesse sfogato i suoi ardori con una ragazza di buona famiglia come sembrava essere questa. Francesco gli ardori li provava e intensamente anche, ma nei confronti di Giuditta aveva una sorta di soggezione rispettosa per cui non aveva mai osato neppure domandarle un bacio. Per questo quando lei si ripresentò dopo un' assenza più lunga del solito e gli chiese di passare la notte con lui ebbe quasi un mancamento per la sorpresa e per la gioia. Questo fu quanto scrisse trionfante al padre che lo canzonava per la sua mancanza di iniziativa con la ragazza.
Francesco sicuramente ebbe la sua notte d'amore, lo confermarono gli esami medici, e si può supporre che fosse stata una notte felice. Quando la lama affilata del rasoio - trovato fra le lenzuola - gli aveva squarciato la gola quasi a mozzargli il capo, dormiva ancora e sicuramente non aveva provato alcun dolore. La ferita era stata inferta con un movimento energico e preciso il che faceva pensare a qualcuno abituato a maneggiare strumenti da taglio. Che avesse ricevuto una donna quella notte era un'ipotesi verosimile, ma nessuno l'aveva vista entrare, né si poteva dire con certezza che fosse l'assassina. La portinaia testimoniò di aver visto Francesco poco prima di mezzanotte salire con un giovane, presumibilmente un compagno di studi, ma non poté essere più precisa perché questi le dava le spalle. Si indagò sui e fra i colleghi di università del ragazzo senza venire a capo di nulla. Francesco era stato assai reticente con gli amici, anche con quelli più intimi, sulla sua relazione con Giuditta: temeva che lo avrebbero deriso per il modo in cui lei lo teneva sulla corda. Nessun risultato si ottenne neppure dall'ambiente delle amicizie particolari. Tutte le frequentazioni del giovane erano più che onorevoli e per di più di persone che la prudenza politica consigliava di non disturbare. Gli inquirenti si arrovellavano sul movente dell'omicidio, escludevano la rapina perché denaro ed oggetti di valore erano al loro posto. Restavano la vendetta e il delitto passionale, ma la vita e il carattere del giovane, descritti da amici e conoscenti, non erano tali da suffragare queste ipotesi. Si pensò infine al gesto di uno squilibrato, uomo o donna che fosse, perché nella camera vennero trovati un biglietto con una frase enigmatica Povero innocente Oloferne, e fiori di magnolia sparsi ovunque, il profumo dei quali era tanto intenso e penetrante da indurre un senso di nausea. Si dovette aprire la finestra e ciò nonostante quell'aroma persistette per giorni. Andrea, venuto a ritirare gli oggetti appartenuti a Francesco, lo sentì ancora e da quel momento quel maledetto fiore non fece che ricordargli la morte del figlio. Tornato a casa, fece abbattere un magnifico albero di magnolia grandiflora i cui rami sfioravano la finestra della sua camera da letto.
Clelia, attonita e incredula, scivolò via dalla realtà trovando rifugio in una quieta pazzia. Scriveva ancora lettere al figlio, parlava con lui in salotto, saliva nella sua camera per dargli il bacio della buonanotte e, non trovandolo nel letto, si lamentava col marito che quel ragazzo faceva troppo tardi la sera. Durante il funerale aveva continuato a compiangere il povero giovane morto che era della stessa età del mio Francesco. Dio o la sorte erano stati benevoli con lei, pensava Andrea, le era stato risparmiato lo strazio che invece dilaniava lui ogni minuto del giorno. Diede le dimissioni dal suo incarico e per un certo periodo si dedicò solo alla conduzione della ditta, compito nel quale Clelia aveva acquisito nel tempo un ruolo importante, ma che ormai non era più in grado di sostenere. Il delitto venne archiviato come irrisolto, la verità venne alla luce qualche tempo dopo ma non fu mai resa pubblica.
Gralli
