Primitivo americano

01.09.2026

Mary Oliver Foto: Angel Valentin / New York Times

Genera lillà da terre morte

La poesia che segue può essere considerata l'epitome di tutta la raccolta: la vita e la morte, nella loro reciproca ineluttabilità, nel loro perenne trasmutarsi - le infinite cascate delle metamorfosi - nella crudele innocenza della natura, che non ha coscienza di sé quando genera lillà da terre morte né quando scatena la sua potenza distruttiva. Ma quanto siamo disposti ad accettare che sarà il sangue raffreddato e la forma dissolta, e la dolcezza di ciò che è morto ad alimentare la forza vitale?

Avvoltoi

Come grandi farfalle
scure
e pigre, sorvolano
le radure cercando
la morte
per mangiarla
per farla scomparire
per farne il miracolo:
la resurrezione. Nessuno
sa quanti siano
a officiare in questo modo,
quotidianamente,
per miglia d'erba, nessuno
conta quanti corpi
scoprono
e raggiungono, testimoniando
ogni volta l'appetito
della terra, le infinite
cascate della metamorfosi.
Nessuno,
inoltre,
vuole meditare
su come sarà
sentire il sangue raffreddarsi,
le forme dissolversi.
Avvolti
nella fiamma dei nostri corpi
li osserviamo
ruotare e andare con la corrente, li onoriamo e li
odiamo,
per quanto saggia sia la dottrina,
per quanto magnifici siano i cicli,
per quanto alla fine dolce
sia l'ammasso di morte che alimenta
quelle ali potenti.

Antoine Louis Barye Avvoltoi su un albero

Ci piace pensare alla natura come ad un paesaggio incantevole, creato per i nostri occhi, ma li chiudiamo per non vederne la furia cieca, che di nulla si cura, tanto meno di noi umani, come il fulmine. 

Fulmine

Le querce brillarono
scarne, d'oro
sul labbro
del temporale prima
che il vento si alzasse,
la bocca senza forma
si aprisse e iniziasse
l'urlo di cinque ore;
le luci
si spensero presto, rami
scorsero lungo
la falda del tetto, saltarono
nel giardino
che in pochi minuti
fu nero eccetto
per il lampo – il paesaggio
balzò in avanti come una lesta
lezione nella creazione, poi
sparí con un tonfo. Dentro,
come sempre,
era dura distinguere
la paura dall'eccitazione:
com'era sensuale
il colpo allungato
dal fulmine! eppure,
che fuoco e che rischio!
Come sempre, il corpo
vuole nascondersi,
vuole corrergli incontro – cerca
di bilanciarsi mentre
grida la paura,
grida l'eccitazione, avanti
e indietro – ogni
fulmine un fiume in fiamme
che lacera come una fuga il campo
oscuro dell'altro.

Tutte le poesie di questa raccolta sono espressione di una mistica naturalistica. Al centro non c'è l'esperienza umana, ma la stessa realtà naturale nella sua prorompente presenza ontologica, ancestrale. La parola poetica ha il compito di metterla in evidenza mostrandone tutta l'imperturbabile potenza e bellezza, nell'alternanza perenne di vita, morte, distruzione e rinascita, incurante del destino umano.
Un contro Eden nel quale siamo devastatori, ma non padroni.  

Nicholas Roerich, Chiamata del cielo, 1935

Il mare

Bracciata dopo
bracciata il mio
corpo ricorda quella vita e reclama
le parti perdute di sé –
pinne, branchie che
si aprono come fiori nella
carne – le gambe
vogliono serrarsi e diventare
un muscolo solo, giuro che
conosco
l'esatta sensazione
di essere coperta
di squame grigio blu!
il paradiso! Distesa
in quel grembo materno,
in quella casa dei sogni
di sale e movimento,
che versamento
di nostalgia implora
dalle ossa stesse! come
anelano a rinunciare alla lunga marcia
nell'entroterra, la fragile
bellezza dell'intelletto,
per tuffarsi
e semplicemente
tornare a essere un corpo fiammante
di sensibilità cieca
che scivola via
nel corpo di fibre di luce del mare,
svanito
come la vittoria dentro
quella genesi risucchiante, quel
fragore sgargiante, quei
nostri
perfetti
inizio e conclusione.


Questa è la lirica che meglio esemplifica il concetto di mistica naturalistica che permea tutta questa opera e nella quale, come amante del mare, mi riconosco appieno. Credo che solo una donna potesse scrivere parole simili; non è un caso che sono donne, di ogni età, a fare bagni lunghi, voluttuosi, orgasmici. Contrariamente alla maggior parte degli uomini che aggrediscono l'acqua a bracciate rabbiose, nel patetico tentativo di dominare un elemento sfuggente, che da una placidità apparente si trasforma in poco tempo in furia cieca.
Nel mare, dal quale è nata la vita, chi la vita è chiamata a perpetuare, si abbandona a quella genesi risucchiante, a quel fragore sgargiante, tornando ad essere un corpo primordiale, lasciandosi dietro la fragile bellezza dell'intelletto, per ritrovare quei nostri perfetti inizio e conclusione.

Maximilien Luce

Gralli

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