Quando noi morti ci risvegliamo

08.06.2026

IL RITRATTO DELL'AMANTE (20)

Il gioco delle parti: questo titolo pirandelliano, non a caso come si è visto, ben si presta ad esemplificare l'alternarsi dei ruoli che, all'interno della triade Amante/ Amato-a/ Ritratto, danno luogo a tante storie e temi diversi. Abbiamo visto gli attori esibirsi sul palcoscenico, ma a chi appartiene la regia di queste rappresentazioni? Ormai non dovrebbero esserci più dubbi: colei che tutto move è la Morte.

È per scongiurare il suo potere, per colmare l'assenza da essa generata, che nasce l'arte, in tutte le sue realizzazioni. Il Ritratto si estenderà successivamente ben oltre il significato originario di effigie, divenendo non più soltanto il prodotto e lo strumento per l'evocazione di una persona amata assente ma, dalla prospettiva dell'artista che lo realizza, il mezzo per sfidare l'oblio di sé, per ottenere l'immortalità della fama.
L'originale in questo caso perde importanza, non è più l'oggetto d'amore perduto e desiderato ma, grazie alla sua bellezza e alle sue virtù, diventa modello e fonte di ispirazione per l'artista.

Laura, Beatrice, la moglie del pittore del racconto di Poe, la Tuda, modella dello scultore pirandelliano, e in genere tutte le donne dei poeti, sono solo il "pretesto" della creazione artistica che prenderà vita assorbendo la loro.

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È ciò che accade, anche in Quando noi morti ci risvegliamo, ultimo dramma di Henrik Ibsen scritto nel 1899 più di vent'anni prima dell'analoga opera pirandelliana Diana e la Tuda. Pirandello conosceva molto bene l'opera del drammaturgo norvegese la cui influenza fu determinante per la sua formazione, e con il quale condivideva molte delle tematiche trattate.

Entrambi i lavori hanno come protagonisti degli scultori; quello di Ibsen, Arnold Rubek, è un uomo maturo, e ormai affermato grazie alla notorietà mondiale della sua scultura significativamente intitolata Il giorno della Resurrezione, per la quale si è servito della bellissima modella Irene. Identico il tema tragico: la rinuncia alla vita reale, il sacrificio dell'amore e della vita stessa della donna che gli ha offerto la sua bellezza, a vantaggio della ideale forma artistica.
Nel dramma pirandelliano è l'anziano scultore Giuncano a "risvegliarsi", a prendere coscienza del potere mortifero dell'arte, senza tuttavia  poter convincere il giovane Sirio Dossi ad abbandonare la sua impresa.
In quello di Ibsen, Irene, la modella fuggita dopo la realizzazione dell'opera, dopo molti anni si presenta a Rubek accusandolo di averla uccisa, ma anche lui è morto dentro e solo in quel momento se ne rende conto: troppo tardi però, la resurrezione non può avvenire.
Il rapporto modella/artista in questi drammi, ma anche nella realtà, non si risolve in una semplice prestazione lavorativa, è una relazione ben più complessa e sfaccettata, molti gli artisti innamorati della modella, amante o moglie; in questi casi si usa il termine più appropriato di Musa in quanto ispiratrice: i ritratti, quando ciò accade, non sono sostitutivi, la donna è viva in senso letterale e metaforico e, se pur talvolta sacrificata al prodotto artistico, in qualche modo ne è coartefice. È ciò che prova Irene nei confronti della scultura di Rubek che chiama il nostro bambino; lei si è offerta all'artista affinché lui possa creare, sa di essere indispensabile, l'effige avrà le sue fattezze; ma, come la Tuda pirandelliana, è una donna di carne e vorrebbe che la sua offerta venisse accettata interamente: Rubek rifiuta in nome della purezza della sua creazione. Per lo scultore di Pirandello, come per quello di Ibsen la modella è solo materia da trasfigurare in opera d'arte, per il conseguimento della gloria.

Alberto Savinio Ibsen il costruttore dal libro Vita di Enrico Ibsen

Lo scultore e la modella

[...] esce dal padiglione la signora forestiera e si siede al tavolo. Ella sta per appressare alle labbra il bicchiere di latte, quando improvvisamente si ferma e fissa su Rubek uno sguardo vuoto, senza espressione).
RUBEK (resta seduto al suo posto e fissa la Signora con uno sguardo grave ed immobile. Alla fine si alza, fa alcuni passi verso di lei, poi si ferma e mormora con un filo di voce): Oh io ti riconosco, Irene!
IRENE (con voce sorda, mentre ripone il bicchiere sul tavolo). Puoi indovinarlo, Arnoldo?
RUBEK (evitando la risposta). Anche tu dunque mi hai riconosciuto
IRENE. Per te la cosa è ben diversa!
RUBEK. Per me... perchè?
IRENE. Perchè tu sei ancora vivo.
RUBEK (come se non riuscisse ad afferrare il senso delle parole di Irene). Ancora vivo...?
IRENE (quasi contemporaneamente). Chi era colei? Chi era quella donna che stava seduta al tavolo... vicino a te?
RUBEK (un po' esitante). Quella donna? Era mia… mia moglie.
IRENE (affermando lentamente col capo). Ah! Cosi! Sta bene, Arnoldo! Dunque una donna che non mi riguarda...?
RUBEK. No... si capisce....
IRENE. dunque una donna che ti sei presa appena dopo la mia morte.
RUBEK (fissandola improvvisamente). Dopo la tua morte? Irene, che cosa dici?!

IRENE (evitando la risposta). Ed il bambino? Oh egli sta bene! Il nostro bambino sopravvive a me... fra gli onori ed i fasti.
RUBEK (sorridendo come dinanzi ad un lontano ricordo). Il nostro bambino... è vero... così noi lo chiamavamo... in allora.
IRENE. Si... quando io ero ancora in vita.
RUBEK (tentando di assumere un tono più allegro). Sì sì. Irene! Ora il nostro bambino é divenuto celebre in tutto il mondo. Forse tu lo avrai letto sui giornali, non è vero...?
IRENE (affermando col capo). Ed il bambino ha reso celebre anche il nome di suo padre! Questo era il tuo sogno!
RUREK (commosso... mormora). Tutto questo io lo devo unicamente a te. Ed è perciò che io ti ringrazio!
IRENE (pensierosa). O Arnoldo, se in quella volta io avessi fatto uso del mio diritto...
RUBEK. Ebbene... che cosa avresti fatto?
IRENE....io avrei ucciso il bambino!
RULEK. Ucciso?
IRENE (mormorando). Sì; l'avrei ucciso... prima di lasciarti. Io l'avrei frantumato... ridotto in polvere!
RUBEK (scuotendo il capo con aria di rimprovero). Tu questo non l'avresti potuto fare, Irene! Tu non avresti avuto il cuore di farlo!
IRENE. Sì, è vero. In allora io non avevo il cuore di farlo!
RUBEK. Ma poi... più tardi...?
IRENE. Più tardi io l'ho ucciso... e ripetute volte. Nella luce del giorno e nelle tenebre della notte. Io l'ho ucciso nell'odio... nella vendetta... e nel dolore!


RUBEK (si avvicina al tavolo d'Irene e le chiede sottovoce). Irene, dimmi una buona volta ora.... ora che sono trascorsi tanti anni... perchè, allorquando tu mi abbandonasti, non lasciasti nessuna traccia di te, cosicché non mi fu più possibile di ritrovarti?....
IRENE (scuote lentamente il capo). Ah, Arnoldo... perché ho da spiegarti il motivo... ora che non sono più in vita?
RUBEK. Amavi forse un altro uomo?
IRENE. Uno solo, che non aveva più bisogno del mio amore... e della mia vita.
KUREK (mutando discorso). Hm... Stendiamo un velo sul passato...!
IRENE. Si, sì... stendiamo un velo su ciò che è già passato... su ciò che io chiamo il passato!
RUBEK. Dove ti sei tenuta nascosta durante tutto quel tempo, Irene? Tutte le mie ricerche riuscirono infruttuose... eri come scomparsa dal mondo.

IRENE. Io mi nascosi nelle tenebre... quando il bambino entrò nell'aureola della gloria.

[...]
IRENE. Si, è tua la colpa se io ho dovuto morire. (Con tono indifferente) Perché resti in piedi, Arnoldo?
RUBEK. Posso sedermi?
IRENE. Siedi pure! Tu non gelerai... non aver paura! Il mio corpo, credo, non s'è ancora trasformato in una figura di ghiaccio.
RUBEK (si avvicina con una sedia al tavolo e si siede). Eccomi qui, Irene. Ora siamo di nuovo seduti uno vicino all'altro, come in allora.
IRENE. Ma fra noi due c'è sempre una certa distanza che ci separa, proprio come in allora.
RUBEK (si avvicina ancor più.) In allora ci doveva essere una certa distanza fra noi due.
IRENE. Doveva?
RUBEK (con tono risoluto). Si, ci doveva esseге!
IRENE. Davvero.... Arnoldo....?
RUBEK (proseguendo). Ti ricordi ancora la risposta che mi desti quando io ti domandai se volevi seguirmi all'estero?
IRENE. Io alzai tre dita al cielo e ti promisi di voler seguirti sino in capo al mondo e sino alla fine della vita. E ti promisi di servirti in tutto.
RUBEK. Come modella per il mio capolavoro…
IRENE ...col mio corpo liberamente e completamente ignudo.....
RUBEK (Commosso). E tu mi servisti... con tanto coraggio... con tanta gioia... senza riserbo!
IRENE. Si; io ti offersi i miei servigi con tutto il mio cuore, ardente di giovinezza....
RUBEK (affermando col capo, e con uno sguardo di gratitudine). E vero... questo lo puoi affermare con ogni diritto!
IRENE....e mi prostrai ai tuoi piedi e ti servii, Arnoldo. (Col pugno teso verso Rubek) Ma tu..... tu... tu...!
RUBEK (schermendosi). Io non ti ho mai trattata male, Irene! Mai!
IRENE. SÌ, Sì, tu mi hai offeso in quello che era di più intimo nella mia natura!

RUBEK (indietreggiando con la sedia). Io?
IRENE. Si, tu! Io mi misi in mostra dinanzi a te, come si può esporre un corpo... (piano) e tu non lo toccasti mai, neppure una volta.
RUBEK. Irene, tu non lo comprendi.... io dinanzi alla bellezza del tuo corpo ero quasi sempre fuori di me….
IRENE (proseguendo senza dargli ascolto). E tutta via, guarda... io credo che se tu mi avessi toccato, t'avrei ucciso all'istante con quello spil-lone molto acuto che io tenevo nascosto nei miei capelli! (Soffregandosi tormentosamente la fronte) No! E tuttavia... tuttavia.... com'è possibile che tu non l'abbia mai fatto...?
RUBEK (fissandola). Io ero un artista, Irene!
IRENE. Appunto per questo..... 
RUBEK. Si, io ero anzitutto un artista. Come un febbricitante io andavo brancolando intorno e volevo creare il capolavoro della mia vita. (Perdendosi nei ricordi che gli sorgono nella mente) E quel capolavoro doveva chiamarsi Il Giorno della Resurrezione e la Resurrezione doveva essere rappresentata da una giovane donna che si desta dal sonno della morte.... 
IRENE. Si, il nostro bambino...
RUBEK (proseguendo)....e la risorta doveva essere la donna più nobile, più pura e più ideale della terra. Fu allora che io ti trovai. lo potevo ado-perarti per ogni lineamento. E tu mi offristi tuoi servigi così volonterosamente, così alle-gramente! Per seguirmi, tu lasciasti patria e famiglia.... 
IRENE. E col seguirti ebbe principio la resurrezione della mia fanciullezza.
RUBEK. Appunto per questa ragione io ti potei adoperare per il mio capolavoro meglio di qualunque altra. Tu diventasti per me come un'opera sacrosanta della creazione che non si poteva toccare che con religione! In quel tempo io ero ancor giovane, Irene; e dentro di me s'era lentamente insinuata una strana superstizione: incominciai, cioè, a credere che se io t'avessi toccata, se avessi desiderato il tuo corpo, tutti i i miei pensieri si sarebbero profanati e non avrei potuto più condurre a termine quell' opera, che cosi ardentemente anelavo di creare... E anche oggi io continuo a credere che in quella superstizione ci fosse qualche cosa di vero.

IRENE (affermando col capo, poi con uno scatto di sdegno). Prima l'opera d'arte... e poi la creatura umana!
RUBEK. Giudica pure tutto ciò come vuoi! Ad ogni modo, in allora io ero tutto compreso della mia vocazione, e mi sentivo infinitamente felice.
IRENE. Tu hai adempiuta la tua vocazione, Arnoldo!
RUBEK. Sì, io l'ho potuta adempiere col tuo aiuto, o creatura benedetta! Dalle mie mani creatrici doveva uscire la donna immacolata, come io la vedevo svegliarsi davanti ai miei occhi nel giorno della sua resurrezione: io la vedevo sorgere senza che ella mostrasse uno stupore per qualche cosa di nuovo, d'ignoto o d'impreveduto... ma raggiante di santa gioia nel ritrovarsi con la sua natura immutata... lei, la donna della terra... in regioni più eccelse, più libere, più gioconde..... dopo quel lungo sonno di morte, trascorso senza sognare! (Con voce più bassa) Così io creai il mio capolavoro e lo creai ad immagine tua, Irene. 
IRENE (mette le le mani sul tavolo e si appoggia sullo schienale della sedia). Ed allora tu la finisti con me....! 
RUBEK (Con tono di rimprovero). Irene!
IRENE.... perchè non ne avevi più bisogno......
RUBEK. Come puoi parlare in questo modo! 
IRENE. Tu rivolgesti allora lo sguardo su altri ideali.... 
RUBEK. Dopo di te, io non ho trovato nessun ideale!

Le immagini sono tratte da un'innovativa messa in scena del Teatro Stabile del Friuli-Venezia Giulia

Gralli

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