Quattro

01.04.2026

Andrea per lunghi mesi, pazientemente, aveva stretto d'assedio Clelia che, disorientata e confusa, era nelle condizioni migliori per accettare i consigli e l'amicizia di quel bravo giovane, simpatico, allegro, gentile e sensibile. Egli era abilissimo nel ruolo di consolatore di fanciulle abbandonate, lo aveva esercitato moltissime volte durante la lunga frequentazione di Adriano. Quando questi per qualunque ragione si stancava di qualche amante incaricava l'amico di trovare una scusa plausibile per l'abbandono, un pretesto che lo facesse apparire non voluto, ma imposto da qualche necessità imprescindibile, magari di natura politica, e gli affidava anche l'incarico di prendersi cura della poverina fino a completa guarigione. Le donne abbandonate, sbollita la rabbia e l'umiliazione, finivano per apprezzare le doti di quel giovane riposante, tranquillo, così diverso dal focoso giovane marchese e si facevano consolare constatando la puntuale efficacia delle sue cure. Appena si erano ristabilite correvano a cercarsi un altro mascalzone. Qualcuna di esse ogni tanto rifiutava i suoi servigi accusandolo di nutrirsi, come lo sciacallo, degli avanzi del predatore. Nel caso presente il suo comportamento doveva essere leggermente diverso perché il fine era il matrimonio e non un effimero appagamento carnale e finalmente, per la prima volta, non si sarebbe dovuto accontentare di un avanzo gettatogli dall'amico, questa volta il piatto si presentava intatto.

La povera Clelia dal suo fidanzamento con Adriano fino alla morte di costui, aveva vissuto per circa un anno in uno stato di sonnambulismo, travolta da avvenimenti ed emozioni che non era stata in grado di padroneggiare perché altri li aveva scelti per lei. Il suo fidanzamento era stato orchestrato meticolosamente dal padre, desideroso di vederla accasata in modo consono alla sua posizione sociale ed economica. La scelta era caduta su Adriano a dispetto della sua fama di puttaniere, come diceva il commendatore, perché a parte questa attitudine, non di rado considerata un pregio, il ragazzo aveva tutte le carte in regola per essere definito un ottimo partito: di bell'aspetto, sano e robusto, nobile di nascita, con una eccellente posizione sociale che si prevedeva in ascesa. Il difetto più grave che i suoi informatori gli avevano segnalato era l'eccessiva prodigalità, aveva come si dice le mani bucate. Il commendatore aveva considerato a lungo la cosa, se il giovane aveva bisogno di denaro non avrebbe disdegnato una moglie ricca (anche se brutta), lui quattrini ne aveva e si poteva permettere di farne sperperare una certa quantità avendo i mezzi per far sì che questa si mantenesse entro limiti ragionevoli. Clelia era la luce dei suoi occhi, ma non tale da abbagliarlo completamente, in città le ragazze ricche (e belle) non mancavano e se non si faceva in fretta si rischiava di perdere l'occasione. Conoscenti comuni si incaricarono di avviare le trattative e di concluderle nel modo in cui si è detto. La fidanzata fu l'ultima ad essere informata. Con la consulenza di qualche amica di famiglia, poiché era orfana di madre, il padre le rinnovò il guardaroba, la portò in società, organizzò delle festicciole a casa propria. Adriano in queste occasioni era sempre presente, l'aveva avvicinata qualche volta ma senza troppa insistenza, qualche ballo, qualche breve conversazione. Per non sembrare sfacciato, aveva detto al padre, per non turbare una fanciulla così timida e riservata. Questa delicata premura aveva in realtà ben altra causa, il pretendente aveva confessato ad Andrea che trovava la ragazza ripugnante e stupida e doveva abituarsi a lei poco alla volta. Ma incalzato dal genitore a non menare il can per l'aia, intensificò il suo corteggiamento e si poté finalmente dare l'annuncio del fidanzamento ufficiale. Sei mesi dopo si celebrò il matrimonio e due mesi dopo Adriano era morto.

Andrea si era guadagnato la fiducia di Clelia e di suo padre con le sue visite regolari, ma sapientemente dosate; con la sua conversazione divertente, ma non troppo brillante; con qualche semplice dono: dei dolci che la mamma gli inviava dalla Sicilia, un libro, modesti mazzolini di fiori. Non mancava neppure ogni tanto di omaggiare il commendatore con qualche scatola di sigari o con qualche bottiglia di vino, sempre proveniente dall'Isola. All'esuberanza sfacciata e un po' volgare di Adriano contrapponeva le sue maniere educate e discrete. Nel conversare di libri e di musica aveva dato prova di una certa cultura da salotto e di quel tipo di sensibilità che le ragazze apprezzano in un uomo, ma sempre senza ostentazione. Anche se non era bello e prestante come il defunto marito, questo accorto pretendente aveva comunque un aspetto piacevole nella sua un po' anonima normalità. Con il commendatore scambiava qualche opinione sugli avvenimenti politici di attualità, sull'andamento dell'economia, anche sul calcio, di cui a lui non importava nulla, ma che sapeva essere argomento caro al suo interlocutore, sostenitore economico della squadra cittadina, come non mancava di ricordare. Le sue opinioni erano pacate, di buon senso, qualcuno avrebbe potuto dire che si trattava di luoghi comuni, ma erano quelle che Girolamo Canepa voleva sentire.

Andrea aveva potuto constatare inoltre che Clelia non era poi così brutta, il suo viso era piuttosto di quelli che dopo un primo sguardo non si ricordano più, ma se si osservano meglio rivelano delle sorprese: aveva un bel sorriso, due occhi dolci e un'espressione amichevole che suscitava simpatia. Adriano, abituato a cercare ben altro nelle donne, non poteva apprezzare certi dettagli. La sua figura era senza dubbio allampanata, nel significato etimologico del termine: magra come un lampione con un portamento leggermente ricurvo, decisamente non in linea con i canoni estetici dell'epoca, ma se fosse vissuta nel nostro tempo sarebbe diventata sicuramente una top model. Neppure le sue doti intellettuali meritavano lo sprezzante giudizio del suo amorevole marito, certo non era un'aquila, ma neppure un'oca. Aveva ricevuto quel tanto di istruzione che si considerava conveniente per le ragazze di buona famiglia, economia domestica, pianoforte, disegno, ricamo, molto catechismo e un'infarinatura di quella che oggi si chiamerebbe cultura generale. Apprezzava le commedie leggere a teatro, le musiche sentimentali ai concerti e le piaceva piangere al cinema. Era riflessiva ed esprimeva giudizi semplici, ma di buon senso, sulle cose e sulle persone. Non faceva pettegolezzi e non parlava mai male di nessuno. Se confrontate con lei le signore che frequentava Adriano potevano sembrare molto più brillanti, in realtà erano soltanto più scaltre e sfacciate, ma il loro livello intellettuale e culturale non era poi molto più elevato. Clelia aspettava con ansia le visite di Andrea e manifestava tutto il suo disappunto quando egli, per impegni di lavoro, era costretto a rinviarne una già in programma, un'abile strategia questa per farsi desiderare. Anche suo padre si dichiarava dispiaciuto quando una visita veniva annullata, perché ormai, lui che faceva vita piuttosto ritirata, non poteva più rinunciare al piacere di una franca conversazione fra uomini con un sigaro e un bicchiere di vino buono. Giorno dopo giorno la ragazza rifioriva e ritrovava la gioia di vivere. Era allegra, cantava, aveva ripreso a suonare il pianoforte - malissimo come sempre - e riempiva il suo album di disegni con perizia pressoché equivalente a quella musicale. Aveva persino imparato a cucinare, con l'aiuto di Antonia, per offrire ad Andrea qualche piatto fatto con le sue mani. Ormai era anche pronta ad avventurarsi nuovamente nel mondo e a concludere la clausura volontaria che si era imposta dopo la morte del marito, non tanto a causa del dolore provato, ma per una sorta di rabbia, mista alla vergogna, di non poter più interpretare il ruolo della elegante giovane marchesa che le donne del suo entourage guardavano con invidia. Cominciò con qualche breve passeggiata, una capatina nei negozi alla moda, un concerto, uno spettacolo teatrale, un ristorantino poco frequentato, sempre in compagnia del suo devoto cavalier servente. In poco tempo la afferrò una irresistibile smania di star fuori e di frequentare tutti i luoghi eleganti più affollati. Andrea capì che era arrivato il momento. Durante una noiosa conversazione da uomini, alla quale Clelia non partecipava perché impegnata in cucina a dare gli ultimi ritocchi a un dolce, l'astuto corteggiatore espresse al padre il dubbio se fosse opportuno che Clelia si facesse vedere con lui così spesso in pubblico, egli era ben felice di farle da chaperon , ma essendo un uomo ancor giovane la cosa poteva essere imbarazzante, le malelingue non aspettavano altro per ricamare qualche pettegolezzo. Il rude commendatore fece un balzo sulla poltrona mettendo in serio pericolo il bicchiere colmo che teneva in mano: « Le malelingue possono andare a... » gridò fornendo loro l'indirizzo preciso e dettagliato. « Ma caro figliolo, cosa aspettate! ». Andrea arrossì, non di imbarazzo ma di soddisfazione e diede dell'innamorato timido ed esitante una rappresentazione così verosimile che su un palcoscenico avrebbe strappato un applauso a scena aperta. Il commendatore lo prese per un braccio e letteralmente lo trascinò in cucina lasciando per un attimo interdette Clelia ed Antonia che, sentendo vociare forte, avevano pensato ad una lite, ma Clelia un attimo dopo capì e si mise a fare salti di gioia abbracciando suo padre, Antonia, Andrea, come impazzita. Il fidanzamento fu annunciato a pochi parenti e amici intimi in un ricevimento senza pretese. Qualche mese più tardi, nella pittoresca chiesetta di un paese della Riviera, alla presenza di pochi invitati, si celebrò il matrimonio; dopo la cerimonia tutti festeggiarono in una trattoria dell'entroterra con un rustico banchetto protrattosi fino a sera. Gli sposi fecero il viaggio di nozze in Sicilia perché Clelia potesse ammirarne le bellezze e per far conoscere la sposa alla signora Rosalia, madre di Andrea, inferma, vedova da molti anni e con quell'unico figlio sempre lontano. La brava donna accolse la nuora con affetto e ringraziò il Signuruzzu che le aveva fatto la grazia di vedere suo figlio finalmente sistemato. Al loro ritorno i coniugi Mancuso si insediarono nella bella villa in collina. Clelia aveva voluto lasciare l'arredamento inalterato, il solo cambiamento che aveva preteso era stato quello della camera nuziale, un'altra stanza e con mobili completamente rinnovati in stile ultramoderno. Andrea, con ammirevole affetto filiale, aveva voluto che nella grande casa fosse ricavato un appartamentino per il suocero, indipendente ma vicino a loro, perché non era prudente lasciare un uomo di quell'età tutto solo, sia pure con la fidata Antonia che da anni gli prestava amorevoli cure e non solo in cucina. Prima di morire il commendatore ebbe la gioia di vedere anche un nipotino, Francesco, un bambino vivace e simpatico, segno che Andrea con pazienza e sapienti preliminari aveva saputo iniziare la moglie ai piaceri del talamo, con grande soddisfazione di lei, come venne a sapere Antonia un giorno che la sposina era in vena di confidenze. Fu un'unione felice come spesso accade ai matrimoni non d'amore. Andrea aveva agito con calcolo ma aveva finito per affezionarsi davvero a quella ragazza semplice e sincera, fu un marito affettuoso e fedele e un buon padre. Clelia non rimpianse più il ruolo fatuo della marchesa che aveva impersonato per poco tempo, come in un ballo in maschera. La condizione rispettabile di moglie e di madre e l'affetto del marito la compensarono pienamente per quella perdita. Di lì a poco Girolamo Canepa, dopo breve malattia, morì serenamente nel suo letto, non prima di aver manifestato la volontà di rinunciare ai cosiddetti conforti religiosi e di aver invitato tutto il clero in ordine gerarchico ad andare a.... il solito indirizzo. Lasciava la sua ditta in mani sicure ed abili con la certezza che il suo successore l'avrebbe fatta ulteriormente prosperare. Anche la carriera politica di Andrea procedeva a gonfie vele, era subentrato nell'incarico del defunto in punta di piedi, con l'aria di voler solo sbrigare gli affari urgenti e quelli di ordinaria amministrazione in attesa del successore. Sembrava sempre sul punto di doversene andare e lo diceva spesso, spiegando che in ditta c'era bisogno della sua presenza. Nel frattempo però tesseva le sue trame, si metteva in vista presso le alte gerarchie del Partito risolvendo questioni delicate, si faceva promotore, senza darlo troppo a vedere, di iniziative di successo. Presenziava a tutte le cerimonie guadagnandosi le simpatie della gente, riceveva tutti, qualsiasi fosse la richiesta, e per tutti trovava una soluzione. Aveva il pieno controllo della situazione, ogni documento anche il più insignificante doveva passare per le sue mani. Gli impiegati compresero che la conduzione distratta e superficiale del precedente titolare era finita e si adeguarono, chi non lo fece fu prontamente trasferito ad altro incarico, con la lusinga di un avanzamento di carriera. Andrea era riuscito così a mettere insieme un manipolo di collaboratori efficienti e fidati che sapeva adeguatamente ricompensare. Come sempre era stato capace di conquistare fiducia e stima, e soprattutto potere, senza colpo ferire e quando fu il momento arrivò la sua nomina definitiva. Nella capitale avevano compreso che era lui l'uomo giusto per la città e per il Partito.

(continua)                                                                                                                                         Gralli


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