Qui pro quo

11.08.2026

Cosi è... mi pare

Il lettore non si venga a lamentare, è stato avvertito, onestamente, e con grande anticipo, infatti in questo romanzo (poliziesco?) il titolo Qui pro quo, è già spoiler. Dunque equivoco, malinteso, falsa apparenza; be' nei gialli di cose così ce ne stanno a iosa, sono funzionali alla storia che, dal mistero iniziale, confuso e oscuro, via via si dipana verso una ordinata e luminosa verità. No, in questo caso, il qui pro quo riguarda tutto il romanzo (poliziesco?) che non è ciò che sembra, e infatti non è un giallo pur avendone la parvenza. Anche la parola spoiler è un qui pro quo, ma in questo caso la malizia è mia, perché ho utilizzato il termine in un'accezione diversa dall'usuale. Ma lo dirò dopo.
Veniamo al testo, divertissement, rivisitazione, parodia del giallo classico alla maniera della regina Agathona, come la chiama un mio amico. Complesso residenziale di lusso sul mare, come in Corpi al sole; un gruppo di irritanti e vacui personaggi - maschi e femmine, queste fatali quanto basta - fra i quali corrono risentimenti, rivalità, in varie combinazioni, tali da giustificare i sospetti a delitto avvenuto; tutti ospiti di un ricco e bizzarro editore. La voce narrante è quella della segretaria, bruttina, ma perspicace, che rivestirà i panni del detective oscurando le figure ufficiali preposte. La sagacia dimostrata le viene dalla precisa competenza di scrittrice di libri gialli, ancorché inediti.
Il delitto, spettacolare: un pesante busto marmoreo di Eschilo, precipitato da una terrazza belvedere, uccide il padrone di casa. Richiamo colto per chi vuole cercarlo.
Ed ora ha inizio un gioco di torsioni, di rispecchiamenti, di scatole cinesi, di sviamenti, di spoiler, ma questo nel senso di (ah ah!) diruttore, termine aeronautico o nautico o sportivo indicante, in senso lato, un dispositivo per agevolare il percorso di un veicolo. Gli spoiler utilizzati, sembrerebbe con le migliori intenzioni, sviano invece le indagini, facendole zigzagare su dubbi e false piste. La soluzione dell'enigma, opera della sagace segretaria-giallista, è accettata dalle autorità, ma non è la rassicurante verità che ristabilisce l'ordine, si lascia dietro molte ombre.
Al lettore si richiede, come non mai, una fattiva collaborazione: la canonica sospensione dell'incredulità intanto; l'indulgenza per la "profanazione" irrispettosa del genere che viene elegantemente sbeffeggiato in tutti i suoi elementi costitutivi; molta attenzione per seguire, pena la vertigine, i contorcimenti degli indizi, sempre perfidamente ambigui. La ricompensa, tuttavia, vale tanta pena.
La lingua di ricercata eleganza, ironica e disincantata. Il divertimento per una parodia, irridente quale deve essere, ma misurata, sempre di garbato buongusto. La levità filosofica, il distacco scevro di moralismo con cui vengono offerte al lettore considerazioni sulla vanità degli umani affanni e sulla precarietà delle cose terrene. Per non parlare dei vari rimandi culturali, letterari e no, profusi a piene mani in tutto il racconto.

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Sfogliando il libro

Segretaria e detective

[...] il mio personale destino sarebbe stato affatto diverso, se un'emergenza delle più futili, la carie d'un premolare, non m'avesse condotto una mattina nell'anticamera del dottor Conciapelli. Dove, spinta dal patema dell'attesa a cercare distrazione fra gli annunci del Messaggero, l'offerta di un posto di segretaria presso la casa editrice Medardo Aquila & soci, via Cleopatra 16, Roma, m'entusiasmò.
Io, diciamolo subito, ho studiato al DAMS fino alla lode; e so di teatro e cinema, di jazz e classica, di semiologia... Sono (presumo d'essere) intelligente, furba, non sprovvista di parlantina e di spirito. Bella, no. Piuttosto, a piacer vostro, brutta, bruttastra, bruttina. Fornita, inoltre, d'una reputazione di frigida che per l'aspirante a un impiego può rivelarsi la carta vincente, se il principale è ammogliato e chi decide le assunzioni è la moglie. Sicché, nel giro di poche ore, eccomi scelta; quindi, nel giro di pochi mesi, promossa indispensabile, ferie incluse, da consumarsi con blocnotes e stilografica in pugno nella leggendaria residenza balneare del boss, vale a dire la Villa, o meglio le Ville, venetamente dette "Le Malcontente".
Un extra da stakanovisti, se vogliamo. Da interessarsene il sindacato. Ma anche una botta di fortuna per una nubile senz'arte né parte, di trentott'anni, rassegnata a sgranare il suo tempo, un menarca dietro l'altro, regalandosi in agosto appena una settimana di Adriatico, per brulicanti pensioncine, col solito dubbio se e quanto esporre la pallida pelle alle soperchierie del sole e al disprezzo dei giovanotti...
Niente angosce del genere, questa volta; semmai, sotto il mio ombrellone, un moto di timida invidia, osservando le ospiti di turno, per lo più di offensiva avvenenza, scendere al mare e passarmi davanti, flemmatiche come belve di circo. Tanto più mi rannicchiavo nella garitta dell'accappatoio, ai loro topless
senza pietà opponendo per salvaguardia una cauta inerzia del cuore.
Che altro avrei potuto fare in una tale condizione di subalterna, di aliena? Per non dire che nel mio libro dei conti fatti la somma degl'incomodi valeva zero a confronto dei molti comodi: una vacanza, come si dice oggi, di alto profilo; un lavoro amabile e ben pagato, in intimità quotidiana col capo; la libertà di sorridere a fior di labbra delle sue vestaglie malesi ricamate di draghi neri, delle sue camiciole hawaiane, dei suoi shorts californiani; la speranza, fortissima, di appioppargli un giorno o l'altro il mio diletto scartafaccio (titolo provvisorio: Qui pro quo ), una storia di anamorfosi e metamorfosi che mi portavo dietro da anni e che tenevo in borsa per munizione, aspettando il momento di metterla in canna e spararla... Sì, perché io scrivo, e scrivo romanzi gialli. Tutti finora inediti, e destinati alla polvere, salvo il presente che vi sta sotto gli occhi, dove figuro in prima persona col soprannome che mi diedero i colleghi di redazione, appena m'ebbero conosciuto: non so se più maligni loro che me lo inflissero o fiera io di portarlo. E magari mi fosse attecchito addosso nell'asciutta eleganza delle sue maiuscole, A-G-A-T-H-A, invece di rammollirsi, qui alle "Malcontente", nel vezzeggiativo Agatina, tutte le volte che uno degli ospiti mi chiamava per chiedermi un numero di telefono, l'orario d'un treno, un film d'epoca da rintracciare nella teca delle videocassette... Un ospite maschio, va da sé (le donne non si degnavano, non mi vedevano proprio), senza che ciò m'inducesse alla confidenza, essendo io persona che in questo secolo è capitata per caso e che si fa una regola del non voler mai sortire dalla cruna della sua classe...

Altre edizioni del libro

Gralli

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