Racconto delle nove città

17.05.2026

Come è bella la città 

 È la prima volta che leggo un libro indotta da una recensione negativa, una sorta di sfida; di solito le mie scelte hanno motivazioni diverse, nelle quali le recensioni non hanno alcun peso, le leggo sempre dopo, come le prefazioni, le introduzioni.
In Il corsivo è mio la Berberova afferma di avere un debole per questo racconto, ma si sa che l'autore non sempre è il migliore recensore di se stesso.
Ancora una volta la Berberova, che ho scoperto piuttosto recentemente, mi ha lasciata perplessa.
Si tratta di una storia breve, molto diversa dalle altre affrontate dalla scrittrice russa, una sorta di racconto anti-utopico che, anche per questo, aveva suscitato la mia curiosità.
La prima impressione di lettura può essere deludente, una storia in cui non accade nulla, ciò che giustifica, parzialmente, la recensione negativa di cui ho parlato.
Tuttavia dalle precedenti letture ho imparato che con questa scrittrice non bisogna fermarsi alla superficie.
Il racconto fu scritto alla fine degli anni '50, quando la Berberova risiedeva negli Stati Uniti; è ambientato in una non specificata città, una metropoli affollata e disumana, nel 1984, esplicito omaggio a Orwell.
Un misero impiegato ottiene, dalla macchina che si occupa del personale, tre giorni di ferie, che decide di impiegare in un breve viaggio alla ricerca di svago e di ricreazione dello spirito in luoghi più ameni.
Intraprende quindi con grandi speranze un percorso che ben presto si trasforma in un incubo. L'agognata meta, un luogo imprecisato, dalle bellezze naturali ristoratrici, non sarà mai raggiunto; solo una lunga sequela di città anonime, polverose, affollate da una torpida umanità, attraversate con crescente sgomento e delusione. Un viaggio penosamente onirico, un viaggio iniziatico al negativo che, invece del classico passaggio ad uno stadio superiore, si rivela la dolorosa conferma di uno stato alienante definitivo.
Ancora una volta, dopo aver lasciato decantare la storia, la grande capacità allusiva della scrittrice coinvolge il lettore alla partecipazione attiva e alla scoperta degli elementi, di stile e di contenuto, meno appariscenti, quelli che possono sfuggire ad una lettura superficiale.
Da sottolineare il taglio cinematografico con cui sono resi i paesaggi urbani, desolati e desolanti, attraversati dal protagonista; riprese "in soggettiva" dai finestrini dei mezzi di trasporto usati dal protagonista-voce narrante, o dai suoi spostamenti a piedi. Questa considerazione emerge dopo che la lettura "ha lavorato" nel pensiero, superando la prima sensazione di descrizione monotona.
È una storia in cui non accade nulla, forse non è nemmeno una storia, ma dietro le immagini che appaiono sulle scarse pagine di cui si compone, incombono una cupa atmosfera kafkiana, un procedere sisifeo che non porta a nulla, quel senso di assurdo e di inanità che caratterizza il vivere contemporaneo. Letteratura. 

Sfogliando il libro

NOTA ho cercato a lungo, e invano, immagini adatte ad accompagnare le citazioni dal testo, poi "l'illuminazione", la soluzione era lì a portata di mano, sulla stessa copertina del libro: le città di Paul Klee, astratte e stranianti.

Prima tappa un luogo dal suggestivo nome.

«Le Grandi Fontane» disse qualcuno alle mie spalle. [...]
Da sotto il sedile estrassi il mio sacchetto di tela, mi misi il cappello, e d'improvviso pregustai una sorta di felicità che mi invadeva tutto. Senza chiedere niente a nessuno scesi dalla corriera, passai sotto gli alberi e mi ritrovai in una grande piazza, fermandomi vicino al chiosco di un gelataio. Mi misi in ascolto per indovinare dove dirigermi, ma non si sentiva nessun gorgoglio. Eppure ricordavo benissimo il suono che proveniva da quelle fontane.
Avevo davanti una piazza attorniata da lampioni accesi; era un luogo ampio e assolutamente deserto, circondato da un anello uniforme di alberi non grandi, dietro i quali si levavano degli alti palazzi di pietra, in cui la maggior parte delle finestre lasciava trasparire una luce. A giudicare dal frastuono dei clacson delle automobili, in una strada laterale doveva essersi formato un ingorgo. Quando il frastuono si placò mi misi nuovamente in ascolto, ma non mi riuscì di udire nessun gorgoglio. Esattamente di fronte a me si stendeva l'enorme vasca di cemento di una fontana asciutta, del diametro di una sessantina di metri. Era piena di gente.
«Le fontane?"» chiesi al gelataio.
«Non funzionano» mi rispose. Mi avvicinai alla vasca.
Dirò subito che avevo l'impressione di non essere mai partito e di ritrovarmi, come prima, nel centro di una grande città. Le stesse insegne rosse e blu brillavano dietro gli alberi, sulla strada dove passavano le automobili, tutti i piani delle case presentavano delle finestre accese, come se anche qui ci fossero uffici in cui si stavano effettuando le pulizie serali, si sentiva lo stesso odore di polvere e di sigaro, [...] avrei potuto pensare che mi trovavo non lontano da casa, diretto, magari, alla tabaccheria, che, quando ce n'era bisogno, raggiungevo attraversando sempre la stessa piazza.
Un vociare confuso aleggiava sulla fontana. Era piena zeppa di gente che stava seduta, in piedi o sdraiata. Alla luce dei lampioni si potevano distinguere dei volti: giovani o vecchi, con strani indumenti; si percepivano singole parole, voci che bisbigliavano, che cantavano, che parlavano; quasi che in quell'afosa notte estiva tutte quelle persone fossero uscite dalle loro case, e così per caso, senza che neanche loro se lo aspettassero, si fossero fermate sulla piazza, dentro quell'enorme conca, o per meglio dire su quell'enorme zattera di cemento, in procinto di salpare nella notte verso lo spazio.

Secondo giorno di viaggio

All'improvviso vidi una lunga fila di corriere verdi e gialle, il sole luccicava sui loro finestrini e le porte erano spalancate. Sulla prima c'era la scritta 'Riva azzurra', sulla seconda 'Riva verde', sulla terza il nome di un'altra riva. - Vanno tutte più o meno al lago - disse un uomo [...] l'autista accese il motore e, ripetendomi tra me e me: «Riva azzurra, riva verde, dei giardini azzurri, verdi, rosa», saltai su anch'io[...]
Malgrado la corriera filasse veloce e i finestrini fossero aperti, il caldo andava aumentando. Procedevamo rapidi nel torrido tremolio di un giorno d'estate, il sole bruciava, si abbassavano le tendine di tela, e avvolto in una luce fosca e polverosa cominciai a sonnecchiare, cullato dal monotono rumore vellutato delle ruote. [...]
Un sobbalzo mi fece svegliare. La corriera si era fermata e le persone scendevano in fila indiana; mi alzai anch'io. Dopo un attimo realizzai che non ero salito sulla prima corriera e che ero già al secondo giorno del mio viaggio, alla metà del secondo giorno. Dal predellino saltai a terra e mi guardai attorno: non domandai se si trattasse della Riva verde o di quella azzurra. Sui bordi piatti di un lago non grande, si ergeva un'enorme fabbrica di vetro e mattoni, che vibrava tutta di un assordante rimbombo, con il portone principale spalancato: in fondo, nel buio, luccicava un altoforno che poteva ricordare, con la sua terribile possanza, il sole rosso che picchiava sulla mia testa.
Attorno al lago, fin dove poteva spingersi lo sguardo, erano disposte file serrate e incandescenti di automobili dal colore indefinito, tutte uguali. [...]
Un fumo nero offuscava metà del cielo coprendolo a partire dal luogo in cui eravamo arrivati, senza che se ne vedesse il termine né sul lago, né oltre. Sull'altra riva, si scorgeva il profilo di una fabbrica identica, di vetro e mattoni, enorme, come viva: anche dal punto dove mi trovavo si capiva che traboccava di gente, di rumori, dei rimbombi e delle vibrazioni delle macchine; dietro, leggermente scostata di fianco, si ergeva una gigantesca stazione elettrica, tutta trasparente, con il suo complicato arabesco simile a una Torre Eiffel parzialmente smontata.
Respiravo un'aria calda, impregnata del gas delle automobili. [...] dal lago non spirava un alito di vento e cominciavo ad aver la nausea di quell'odore di benzina bruciata, di gomma arroventata, di metallo e di olio che mi riempiva il naso, la bocca e tutto il corpo. Dove mi trovavo? Quante di queste città che si incastravano l'una nell'altra avevo attraversato? Dov'era quell'orizzonte che mi era stato promesso? Dove mi trovavo? Che lago era questo, circondato da fabbriche rombanti, dov'erano l'erba, il bosco, i campi? 

In questa cupezza un raggio di sole?

Una signorina che aveva i capelli d'oro e portava i braccialetti tintinnanti, licenziata dalla macchina a causa dei continui ritardi, il suo nome è Daly.

Lui, il nostro anonimo protagonista, va a trovarla una sera.

-  Perché arrivava sempre tardi al lavoro? Vede, adesso l'hanno licenziata - dissi in modo abbastanza secco.
- Aspetta l'autobus. Aspetta la metro. La folla. Non si arriva mai - disse lei tristemente.
Lei si guardò attorno penosamente. I suoi capelli erano così belli che avrei voluto togliere il pettine, che li teneva, e nascondervi il mio volto.

E sulla riva di un Golfo, affollata di bagnanti che, in fila indiana, si immergono uno alla volta in mare, il senza-nome sogna la riva opposta, avvolta nella nebbia e che non vede.

Quella riva avvolta nella nebbia mi sembrava la terra promessa, la amavo, la sognavo, e avevo l'impressione che questo sentimento d'amore si trasfondesse in un altro amore, che non avevo mai potuto provare dentro di me e che pure avevo sognato tante volte di vivere, senza mai riuscirvi perché c'era sempre qualcosa che mancava.

Là, nell'altra riva del Golfo

... noi due, uniti per sempre, rimarremo il più a lungo possibile, per tutto il tempo che ci concederà la macchina; così, passeggiando per i campi e i boschi, come due angeli custodi (lei il mio, io il suo), potremo renderci conto che solo lei sa perdonarmi tutto e difendermi come io solo so perdonarla e difenderla da tutto, ora e sempre. Questa passeggiata, che un giorno avrà luogo altrimenti non vale la pena di vivere - rappresenterà il nostro fidanzamento e le nostre nozze, che riguardano e riguarderanno sempre solo noi due.

Alla fine di questo viaggio iniziatico, o meglio di questa discesa agli inferi, c'è comunque la rivelazione.

Rimasi sdraiato senza muovermi, fissando il nero profilo di quella città. La linea spezzata dei suoi tetti si stagliava nettamente sull'alba rosata, era una città enorme, si susseguivano file di grattacieli, e questa possente, nera visione ora pareva sorgere dall'acqua, ora traspariva attraverso un angusto strappo tra le nuvole mattutine [...] commistione di orrore e bellezza [...] la città si ergeva implacabile. Il sole che si levava alto alle sue spalle ne rendeva trasparente il nero profilo, trasformandola in un merletto di ferro, di calcestruzzo e di pietra, e dandomi l'impressione che ogni possibile via di uscita mi fosse interdetta per un'ora, per un giorno, o per sempre.

Impossibile sfuggire a quella condizione, a quella sorte. Un'allegoria potente e mostruosa. 

Epilogo con speranza?
 

Il giorno seguente ero seduto in poltrona nella stanza di Daly, mentre lei si era accomodata su uno sgabello vicino a me. Le dicevo che, in generale, non valeva la pena viaggiare: le fontane non funzionavano, nei laghi non si poteva fare il bagno, i golfi erano troppo affollati; presto, però, la situazione sarebbe cambiata.
- Una pillola? - domandò lei, sollevando verso di me i suoi occhi tristi.
- Non una pillola. Gliel'ho già detto, ma lei è così distratta, non ascolta mai e si dimentica tutto -
La ragazza, che ha capelli d'oro e fa tintinnare i braccialetti, non è molto intelligente.
Quindi le raccontai del mio viaggio di ritorno, più breve di quanto pensassi, e di come ci fossimo nuovamente ritrovati in Piazza Schliemann.
- Temo che lei non sappia nemmeno chi sia Schliemann -dissi con indulgenza, facendole pesare tutta la mia superiorità, tutta la serietà e l'esperienza della mia persona.
- Non lo so - rispose, senza che la sua voce tradisse alcun imbarazzo.
- Schliemann è lo scopritore di Troia - dissi, guardandomi i gemelli. - Chissà perché gli hanno dedicato un monumento. Lei sa cos'è Troia?-
Daly scosse il capo in segno di diniego. - Schliemann ha effettuato degli scavi e ha portato alla luce nove città. La nona era Troia. Capisce, quelle città erano sovrapposte l'una all'altra -
Ma quel movimento del capo le fece cadere il pettine e le si sciolsero i capelli.

E io me ne resto qui a riflettere su questo finale.

 P.S. Il titolo originale è In memoria di Schliemann

                                                                                                                            Gralli

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