Re Candàule

(S)velare e (ri)velare
La recensione di questo libro mi sta dando il tormento. Candaule, sia pure, apparentemente, per altri motivi, c'est moi.
Ma chi era costui? Ce lo dice Erodoto in Le storie. Sovrano della Lidia, ultimo della dinastia degli Eraclidi, discendenti di Eracle (l'Ercole latino); ucciso da Gige, sua guardia del corpo prediletta che, sposando la bellissima regina vedova Nissia, gli succederà nel letto e sul trono, divenendo il capostipite della dinastia dei Mermnadi.
La narrazione dello storico greco, piuttosto asettica, sembrerebbe rientrare nel genere "congiure di palazzo". Sembrerebbe.
Candaule ha una moglie bellissima, vorrebbe che tutti potessero ammirarne le grazie, guardandola nella sua nudità, perché le lodi che egli ne tesse a parole non sono abbastanza convincenti.
Ne parla spesso con la sua guardia del corpo, ma ha la dolorosa impressione che questi non gli creda. Escogita dunque un perverso sotterfugio perché egli possa contemplarla nuda, senza che ella se ne avveda.
Invano Gige si oppone ad una simile follia, in nome della morale e del pudore. Ovviamente le cose vanno diversamente, sono i due uomini a non accorgersi che il piano è fallito. Nissia, profondamente oltraggiata, per salvare il suo onore, convoca segretamente Gige ponendolo di fronte ad una ineludibile alternativa: morire per pagare la sua colpa o uccidere Candaule e prendere il suo posto sul trono e nel letto. La fine è nota, e lo scopo dello storico Erodoto assolto. Ma in questa storia c'è ben altro e il libro in parte lo racconta e in parte vi allude, lasciando il lettore alla mercé delle associazioni che la sua sensibilità e il suo retroterra culturale gli consentono.
Io come Candaule ho goduto della bellezza di questo testo e sono tormentata dal desiderio di offrire ad altri questo piacere. Ci sono differenze e somiglianze.
"L'offerta" di Candaule, sia pure nei limiti del voyeurismo, può sembrare perversa, e si presta ad iniziative più audaci. Il mio desiderio di condivisione è onesto e legittimo, anche se, a ben pensarci, spesso dietro di esso può nascondersi l'imperativo recensorio "da leggere assolutamente", che trovo altrettanto perverso, perché espressione di imposizione dei propri valori. Come Candaule comprendo che le mie parole sono desolatamente inadeguate a rendere tutta la bellezza di questa narrazione. La prosa poetica e arcaizzante; la struttura narrativa inconsueta, che affida al fiume Pattolo, che nasconde sabbia d'oro nelle sue acque, il ruolo di voce narrante, e di confidente del tormentato e inquieto re, e non solo per il motivo descritto. La magia evocativa di un linguaggio capace di trascendere i limiti della vicenda narrata per espandersi in alate riflessioni sulla condizione umana e sulla Storia.
Come Candaule sono tormentata, perché so, come Erodoto gli fa dire, che " [...] gli uomini prestano poca fede alle parole, e molta a quello che vedono…"
E allora anche io vi mostrerò, senza oltraggio al pudore, parte della nudità di questa narrazione, nella forma banale e lecita delle citazioni.
Sfogliando il libro
Parla il fiume Pattolo con il re
L'ho conosciuto, io, Candaule.
Non credere, per questo, che sia costume di noi fiumi frequentare i Re, ché anzi come la peste li sfuggiamo e, anche per meglio schivarli e scivolare loro fra le dita, ci alleniamo a scorrere e a fluire.
Ma Candaule era diverso dagli altri.
Giovane, melanconico, bello come una ragazza, pallido e con la testa gonfia di riccioli neri, gravato da un manto regale e da splendide gemme, veniva ogni sera, solo e senza séguito, a piangere sulla mia corrente dorata.
Piccolo era il Regno di Lidia.
Da cinquecento anni gli Eraclidi erano signori nei medesimi confini.
Anche questo Candaule discendeva da Alceo, e dunque dal padre di lui, Èracle.[...]
Antico, e lieve, era dunque il potere di Candaule, e caro agli dèi.
Non per il peso del suo potere piangeva il Re.
Ho, a mio modo, un cuore [...] e il salso delle lagrime m'intenerisce come l'abbraccio del mare.
Mi svelo a Candaule e gli dico:
"Che c'è, o Re, e perché tanto piangere?"
E il Re:
"Piango perché ti invidio, o Pattolo che a tutti mostri il tuo oro. Io, invece, il mio devo nasconderlo nel segreto e nell'oscurità."
"Questo non mi pare", rispondo, e specchio il suo manto, tessuto di fili d'oro e incrostato di ciottoli luminosi.
Ma:
"Neanche tu mi capisci, o Pattolo", geme Candaule; "ben altro è l'oro che vorrei libero, e nudo, e ridente, come la gemma piú pura di Lidia; la legge e il costume però non lo consentono, e il mio desiderio a nessuno posso confessarlo."
Io, allora:
"Quello che non confessi agli uomini puoi confessarlo a un fiume, che passa e fugge via."
E Candaule:
"L'oro di cui parlo, o Pattolo, è la piú bella fra le donne della terra: la mia sposa, di cui mi piacerebbe mostrare, al mio popolo, la nudità."

E batte il piede d'acqua il Pattolo, e gaia è la sua danza, e decrepita, e dorata.
Saltano rane nella sua barba e, come dalle statue degli Dèi barbari gioielli e collane, penzolano alghe dalle sue ascelle, e festoni di larve.
"Incostanti", dice, "sono il mio umore e il mio regime, e ora piú lenta e ora piú rapida è la corsa delle mie onde dorate, ma tutte, in tempi diversi, raggiungono il mare. E devi sapere, Elleno, che ogni onda del mare ha un proprio colore, tanto che, se una brezza leggera si leva, insieme accorrendo formano aiole variopinte e amabili, che chiazzano il crespo dell'acqua, prima di sciogliersi e struggersi. Si mescola là, e si confonde, il mio oro, al giallo delle sfioriture o a quello torbido del limo. Altre onde, ancora dense per il gelo, riflettono in nastri e drappeggi di fuoco le aurore che incoronano le regioni fredde del globo, dove abitano Iperborei e Grifoni. Tutte, infine, portano, in tritume e detriti, immagini di luoghi attraversati: colline odorose, nere pianure, rocce che hanno inciso ed eroso, cercando dovunque, com'è legge di natura, la piú facile linea di scorrimento, e il varco piú agevole e indulgente. E in questo, Elleno, le onde mi sembrano discordare da voi Greci che, in un vostro detto, chiamate belle le cose difficili: cosa che a me sembra pazzia, come lo sarebbe giudicare bello, per il Pattolo, scorrere all'incontrario, e risalire, sul monte Tmolo, la china da cui discende."

Jean-Léon Gérôme Re Candaule mostra la moglie Nissia a Gige 1857
