Sei

15.04.2026

Il brigadiere dei carabinieri Spadafora Giuseppe, seduto alla sua scrivania, si accingeva a celebrare il consueto rito mattutino del caffè-nero-bollente-con-cornetto quando violenti colpi al portone, insistenti squilli di campanello, acuti strilli di donna e pianti di bambini lo fecero sobbalzare. Si precipitò fuori dal suo ufficio chiamando a raccolta tutti i suoi uomini (un appuntato e un carabiniere) pronto ad affrontare, ancorché a digiuno, la grave emergenza che si presentava di primo mattino. Quando il portone fu aperto una donna scarmigliata, col cappellino di traverso, urlante, con la faccia inondata di lacrime, seguita da un codazzo di ragazzetti di varia età si precipitò dentro travolgendo il carabiniere Gandolin Mario e l'appuntato Boscolo Alberto e si diresse con decisione verso lo sbigottito brigadiere. Lo afferrò per le braccia e cominciò una lunga invettiva a base di Delinquente! Bastardo! Maledetto! Abbandonare così la famiglia! Sette figli da sfamare! E quella donnaccia! Se li trovo li ammazzo tutti e due! Si fermava ogni tanto per prender fiato e soffiarsi rumorosamente il naso, nel frattempo uno dei bambini più piccoli scoppiava a piangere ed un altro gridava Mamma! Mamma! quindi riprendeva con gli insulti contro il porco e la sgualdrina. Ci vollero una buona mezz'ora e il caffè, ormai freddo, del brigadiere perché si calmasse e potesse esporre in maniera comprensibile il suo grave problema mentre i due bambini più piccoli si contendevano il cornetto. Finalmente l'appuntato Boscolo riuscì a redarre un verbale di denuncia di scomparsa presentato dalla signora Strazzera Maria Pia nei confronti del marito Strazzera Libero che da due giorni non faceva ritorno a casa. Pareva che l'uomo fosse fuggito con una signora di bell'aspetto. Una sgualdrina! Una rovina famiglie! Lo scriva sul verbale! probabilmente una cliente datosi che il suddetto Strazzera Libero esercita il mestiere di falegname.

La notizia della fuga e dell'abbandono della famiglia da parte di Libero fu accolta nel vicinato con stupore e incredulità: mai avrebbero immaginato una cosa simile, lasciare una povera donna con sette figli! Che fosse una testa calda tutti lo sapevano, ma lo conoscevano anche come gran lavoratore, buon marito e padre. Qualcuno avanzò l'ipotesi che gli fosse capitata una disgrazia, ma quando si seppe che aveva portato con sé i suoi abiti non ci furono più dubbi, era davvero scappato con una donna! E allora molti furono i testimoni oculari che ne diedero accurata descrizione: alta, prosperosa, molto elegante con i capelli biondi. No no! Era piccola rotondetta con i capelli bruni e ancheggiava in modo provocante. Macché i capelli non si vedevano perché quando passava davanti alla bottega di Libero, quasi tutti i giorni, erano raccolti nel cappello, era di statura media e portava abiti vistosi da donnaccia.

In effetti poco prima della scomparsa di Libero si era visto qualcuno che quasi tutti i giorni passava davanti alla sua bottega, ma non era una donna, né di alta né di bassa statura, né bionda né bruna. Era un uomo né giovane né vecchio, né trasandato né elegante, dall'aspetto comune e anonimo, senza alcun segno particolare che lo facesse notare o ricordare. Camminava come se fosse assorto nei suoi pensieri e casualmente gettava un'occhiata dentro il laboratorio; ogni tanto entrava nel caffè di fronte per sorseggiare un liquore e intanto guardava la strada con aria svagata. Passava inosservato alla maggior parte della gente, ma non poteva sfuggire allo sguardo acuto e penetrante di Noemi la portinaia: quello è uno sbirro! E dei peggiori! pensò e salì immediatamente dalla famiglia Strazzera. Il giorno dopo e quello ancora successivo la bottega di Libero veniva aperta dal figlio Giovanni il quale si dava da fare all'interno spostando mobili già finiti, spazzando segatura, riordinando attrezzi. L'uomo ripassò e a stento trattenne un moto di stupore, perché per quanto allungasse il collo, ignorando ogni cautela, non riusciva a scorgere all'interno traccia del soggetto che lo interessava e per il quale si trovava lì. Il giorno dopo ancora, Maria Pia urlante e in lacrime si recava dai carabinieri a denunciare la scomparsa del marito.

Tutti comunque erano sinceramente dispiaciuti per l'accaduto, soprattutto per Maria Pia e i ragazzi, con una sola eccezione gli Olivaro, i vicini del piano sottostante, ciascuno dei quali da questa scomparsa ricavava un differente vantaggio. Il capofamiglia Erberto che non avrebbe più dovuto sopportare i pesanti lazzi di quell'energumeno; la signora Irene che ne ricavava materia per il suo gazzettino personale. Conosceva bene quella donna: ha provato a sedurre anche il mio Erberto! Nel suo ufficio! Una mangiatrice di uomini! (di bocca buona e affetta da anosmia). La signorina Carlotta invece era contenta per un'altra ragione: la maschia figura e gli occhi azzurri del vicino suscitavano in lei pensieri impudichi che rivelava solo nel confessionale. Finalmente quel diavolo tentatore smetterà di tormentarmi! Ma ogni voce maschile che somigliava a quella di Libero la faceva trasalire. 

Una mattina, che ancora non era chiaro, due uomini con una faccia che non diceva nulla di buono si presentarono davanti alla portinaia Noemi chiedendo della famiglia Strazzera. In casa c'erano solo Maria Pia e i bambini più piccoli, lei li fece entrare e appena questi domandarono di Libero, si produsse in un'esibizione molto simile a quella che aveva già offerto ai carabinieri, con qualche piccola variante. Pianti, insulti al bastardo e alla donnaccia, lamenti per la sorte dei suoi poveri bambini, ma anche ringraziamenti e baciamani per questi buoni signori che lo hanno ritrovato. I due rimasero per un bel po' istupiditi senza capire, mentre Maria Pia continuava a chiedere strillando dov'era quel delinquente, dove lo avevano portato che gli voleva cavare gli occhi. Quando i due cercavano di spiegarle che lo stavano cercando piangeva ancora più forte e riprendeva ad insultare quel figlio di un cane. Ci volle un bel po' di tempo prima che la poveretta si calmasse e si chiarisse l'equivoco. Maria Pia raccontò della fuga del marito e mostrò copia della denuncia, erano ormai quasi due settimane che quel maiale se ne era andato. Un po' frastornati i due se ne andarono non prima di aver promesso, dopo le sue insistenti preghiere, che le avrebbero riportato il marito. Tornati al loro ufficio informarono il loro superiore che il ricercato era ormai uccel di bosco, che la famiglia, forse, non ne sapeva niente e non era coinvolta nella fuga. Le indagini vennero momentaneamente sospese.

Col passare dei giorni la notizia perse interesse e nessuno ne parlò più. Maria Pia si dovette arrangiare per mandare avanti la numerosa famiglia, ricamava tovaglie e lenzuoli per il corredo delle future spose, dava qualche lezione di pianoforte in parrocchia - con gran gioia di don Gianni - dipingeva delicati acquerelli per un elegante negozio del centro; insomma metteva a frutto la buona educazione ricevuta nel collegio delle Suore della Santa Pazienza. Anche i ragazzi più grandi si davano da fare. Giovanni, che ormai era quasi un uomo e un bravo meccanico, riparava motori in tutto il quartiere, aveva molti clienti perché era bravo nel mestiere e onesto nel prezzo. Arcangelo dava lezioni private, aveva molti allievi, ma soprattutto allieve che seguivano trasognate le sue spiegazioni di greco e latino. Anche il laboratorio di Libero riprese a funzionare.

Una mattina vicini e passanti poterono vedere, davanti alla serranda alzata, un gruppetto di persone che discutevano: Maria Pia, Giovanni, un uomo alto e grosso con un berrettaccio di lana calato sugli occhi e la testa bassa, il vetraio e il fabbro le cui botteghe confinavano con quella di Libero. Il vetraio stava di fronte all'uomo col berretto, apriva e chiudeva la bocca in modo esagerato come se stesse facendo le smorfie, gesticolava tracciando strani segni nell'aria, come un mimo, e indicava ora il laboratorio, ora Giovanni, ora Maria Pia. Il suo interlocutore, anche se non è proprio esatto definirlo così, stava sempre a capo chino e, poiché lo sovrastava di una testa, seguiva dall'alto quegli strani movimenti della bocca e delle braccia emettendo ogni tanto una sorta di grugnito gutturale in segno di assenso. Alla fine di questa bizzarra pantomima Maria Pia trasse dalla borsetta alcune banconote e le diede allo strano uomo il quale subito dopo seguì Giovanni nel laboratorio. Il vetraio e il fabbro rientrarono nei loro.

Spiegazioni dettagliate ed esaurienti di quell'insolito spettacolo vennero fornite dalla portinaia Noemi che si servì della collaborazione della signora Irene Olivaro per essere ben certa che le notizie si diffondessero per tutto il quartiere e magari anche per l'intera città. L'uomo alto e grosso col berretto di lana si chiamava Ampelio, era un lontano cugino di Annibale il vetraio. Il poveretto era sordomuto e anche gravemente ritardato, viveva in campagna con i genitori ormai vecchi che si disperavano al pensiero della fine che avrebbe fatto quel povero figlio alla loro morte. Timidissimo, stava sempre col mento sul petto guardando a terra, non si separava mai dal suo berretto di lana, che portava sulla testa completamente rasata e calato fin quasi a coprire gli occhi; era buono e gentile, ma facile a spaventarsi in presenza di estranei. Tutti al suo paesello gli volevano bene e gli commissionavano vari lavori perché era di una abilità straordinaria in molte attività manuali, con il legno poi era un vero mago. La signora Maria Pia, spiegò Noemi, gli avrebbe dato vitto e alloggio (una branda nel laboratorio) e pagato un mensile - molto generoso specificò la portinaia – se avesse mandato avanti la bottega di Libero e mantenuto almeno una parte dei clienti. Le trattative con costoro, visto l'impedimento del poveretto, sarebbero state sostenute a volta a volta dal vetraio, dal fabbro e da Giovanni. La portinaia, che sapeva qual era il suo dovere, non trascurò di divulgare nessun dettaglio dell'accordo e aggiunse che il laboratorio era fornito di acqua corrente e di una ritirata e nel contratto era previsto anche un bagno settimanale, il sabato, in casa Strazzera. Il quartiere approvò incondizionatamente tutti i termini della stipula e lodò senza riserve la preziosa collaborazione del vetraio e del fabbro. Costoro erano stati, oltre che buoni vicini di bottega, molto amici del falegname ed ora, sdegnati dal suo vile comportamento, erano fra quelli che più severamente lo condannavano, ma proprio per questo avevano ritenuto loro dovere aiutare la moglie e i figli.

La cosa funzionò a meraviglia, i vecchi clienti tornarono e si dichiararono molto soddisfatti dell'esecuzione dei lavori commissionati, anche più di prima, e poi erano contenti di fare indirettamente un'opera buona. La voce si sparse e il lavoro aumentò al punto che talvolta il nuovo falegname, per bocca di uno dei suoi portavoce, doveva rifiutare qualche ordinazione, ma molti preferivano aspettare anche per parecchio tempo piuttosto che rinunciare ai suoi eccellenti manufatti. Ampelio ovviamente non parlava con nessuno, quando qualcuno gli si avvicinava troppo emetteva grugniti lamentosi e si nascondeva la faccia con la giacca come se il cappello non bastasse, ma col passare del tempo si era ambientato ed era divenuto meno ombroso. Salutava a modo suo emettendo grugniti gentili, sempre a testa bassa però, verso coloro che gli erano simpatici. Aveva fatto amicizia coi bambini: intagliava pupazzetti negli avanzi del legno e li lasciava ai piedi della serranda al momento della chiusura. Il sabato sera saliva, per il bagno pattuito, in casa Strazzera e se per caso incontrava per le scale l'Olivaro fabbriciere gli si avvicinava alle spalle ruggendo come un leone. L'ometto colto di sorpresa si spaventava a morte, saliva di corsa gli scalini proferendo vaghe minacce di manicomio che avevano il solo effetto di provocare non solo altri ruggiti, ma anche qualche energico spintone. Se trovava la figlia Carlotta da sola imitava il suono dei baci facendo schioccare le labbra, altre volte le assestava una bella pacca sul sedere ossuto facendola fuggire apparentemente indignata. Alla signora Irene, in omaggio alla sua attività, riservava invece le linguacce dopo essersi calato il cappello fino a ricoprire il naso.

Da un po' di tempo il sabato sera in casa Strazzera, anche se nessuno lo sapeva, si faceva gran festa, come se fosse ogni volta la vigilia di Natale: tovaglia ricamata, piatti del servizio buono, ravioli, pollo arrosto con le patate, dolci, frutta in quantità, vino del migliore - omaggio di Ottavio Dell'acqua - al posto del solito cancarone. Oltre alla famiglia erano spesso presenti a turno, per non dare troppo nell'occhio, il vetraio Annibale, il fabbro Domenico, la portinaia Noemi, l'oste Ottavio con la gentile consorte signora Andreina. Queste cene erano allegre e spensierate, ma si svolgevano a bassa voce, persino i brindisi venivano sussurrati, si cercava di evitare il tintinnio delle posate e delle stoviglie. Le inevitabili risate, scaturite da quella bella atmosfera conviviale, erano soffocate nei tovaglioli, specie in quelle rare occasioni in cui gli invitati di cui si è detto erano presenti contemporaneamente. La ragione di tanta prudenza non era quella di salvaguardare la reputazione della signora Strazzera, che le malelingue potevano accusare di spassarsela in assenza del marito, no la ragione era un'altra.

Il sabato, prima della cena, la grande conca del bucato veniva sistemata al centro della cucina e riempita di acqua calda per il bagno previsto dal famoso contratto. Maria Pia sistemava su una sedia gli asciugamani puliti poi, con un ampio ed elegante gesto della mano quasi spargesse una polvere magica, gettava nella vasca dei sali profumati: in questo miracoloso lavacro si immergeva Ampelio e dopo una mezz'ora circa ne emergeva Libero di nome e di fatto. Rivestito dei suoi panni e della sua identità, anche se privo della folta chioma rossa, sedeva a tavola al posto d'onore e il banchetto aveva inizio. Tutti gli invitati, che fossero o no presenti in quel momento, avevano avuto un ruolo determinante nella sua salvezza. Andreina che aveva segnalato tempestivamente le sporche manovre di Sua Eccellenza la Iena Mancuso. La portinaia Noemi che aveva individuato quegli stronzi di sbirri, aveva inserito la clausola del bagno nel contratto - per permettere a Libero di entrare in casa senza sospetti - e aveva divulgato sapientemente tutta la storia. Il fabbro Domenico che aveva avuto l'idea di denunciare la scomparsa del marito infedele, prima che gli stronzi suddetti lo trovassero in casa. Il vetraio Annibale che aveva creato il personaggio di Ampelio in tutti i suoi particolari, vecchi genitori compresi. L'oste Ottavio che, ispirandosi ad un vero sordomuto suo compagno di scuola, aveva insegnato a Libero come comportarsi e agli altri come comunicare con lui a gesti. La moglie Maria Pia poi meritava una menzione speciale: come migliore interprete femminile della commedia nel ruolo della moglie abbandonata. Anche in questo caso si era avvalsa degli insegnamenti ricevuti in collegio; nelle recite scolastiche le venivano sempre affidati i ruoli più drammatici perché le erano particolarmente congeniali. Quando interpretava la parte della figlia in La morte dello spazzacamino, dramma in cinque atti scritto da suor Evelina e rappresentato ogni Venerdì Santo, faceva piangere a dirotto la platea. Superba era stata anche l'interpretazione di Libero nel ruolo di Ampelio. Nessuno aveva mai avuto il minimo sospetto, neppure il brigadiere Spadafora Giuseppe che un giorno era passato casualmente dal laboratorio. Il clandestino nonostante il grave rischio che correva si divertiva molto: nel vedere l'imbarazzo misto a falsa compassione che suscitava nelle persone, e ancor più quando piombava alle spalle di quel povero Erberto-non-Alberto facendolo morire di spavento, quando fingeva di corteggiare Carlotta o quando mostrava la lingua alla signora Irene.

Un serio rischio in verità Libero lo aveva corso per davvero. Gli sbirri, pur avendo segnalato la scomparsa del ricercato ed essendo quasi convinti della non complicità della famiglia, avevano ritenuto opportuno condurre qualche indagine supplementare. Un altro agente, subito individuato dalle sensibili antenne di Noemi, fu incaricato di un nuovo sopralluogo. Nei negozi e nei locali pubblici circostanti, con l'aria maliziosa e compiaciuta di chi va in cerca di pettegolezzi, aveva cercato di carpire informazioni, ravvivando l'interesse della vicenda nel quartiere. Ne aveva ricavato un ritratto di Libero che non si sarebbe aspettato, macché sovversivo! rovesciare la nazione? a quello lì gli piaceva rovesciare le donne! Sollevazioni? sì quelle delle sottane! e anche in casa si dava da fare: sette figli! Le diverse persone interpellate, se maschi descrivevano con dovizia di particolari, e con malcelata invidia, le attività amatorie di Libero, numerose continue intense; se femmine facevano capire, con finto sdegno, di essere state oggetto di interesse per lui. La maggior parte di quella gente era convinta di quel che riferiva, al Libero testa calda, ateo, bestemmiatore e sovversivo aveva sostituito un Libero puttaniere e sciupafemmine. I pochi che avevano capito dove volevano andare a parare quelle chiacchiere, apparentemente innocue, si univano al coro in perfetta sintonia mandando in cuor loro gli sbirri all'inferno.

Questa vicenda fu trascritta fedelmente e in bello stile da Arcangelo nel suo diario. Egli non mancò di sottolineare il comportamento prudente e maturo dei bambini più piccoli che, ben istruiti dalla mamma, seppero mantenere il segreto di quel pericoloso gioco da grandi. La nonna Léontine ne aveva un vago ricordo, ma qualche anno più tardi, quando ebbe occasione di leggere il resoconto del fratello, tutta l'avventura le tornò alla mente con grande chiarezza ed ebbe modo di aggiungere anche qualche particolare che il cronista di famiglia aveva dimenticato, per esempio quello della visita dello sbirro al laboratorio. L'agente incaricato del sopralluogo, come ultimo tentativo, prima di dichiarare definitivamente chiuse le indagini, un giorno era entrato in bottega all'improvviso, Libero assorto nel lavoro, sempre col berrettone sugli occhi, non si era accorto di lui; il piccolo Settimio, che giocava con dei ritagli di legno dietro il bancone, lo aveva visto e aveva avvertito il padre con una bella bastonata in una gamba. Era bastato perché il finto sordomuto si coprisse l'intera faccia col grembiulone da lavoro e cominciasse a dare in escandescenze grugnendo, saltellando per il locale per acquattarsi infine in un angolo emettendo spaventosi, inarticolati lamenti. Il fabbro e il vetraio accorsero immediatamente chiamati da Settimio che aveva approfittato della confusione per sgattaiolare fuori. Mentre uno cercava di calmare il povero demente, l'altro, fingendo di credere di aver a che fare con un cliente, gli spiegava la situazione. L'agente non volendo scoprirsi stette al gioco e si finse interessato ad un tavolino; l'astuto Annibale, ubriacandolo di chiacchiere, glielo vendette ad un prezzo tre volte superiore al suo valore accompagnando la conclusione dell'affare con un liberatorio, ampio gesto del braccio appena il cliente ebbe voltato le spalle. Da quel giorno un bambino a turno stette in bottega col padre con funzione di sentinella.

Libero rimase nascosto per più di un anno sotto le mentite spoglie di Ampelio mentre la vita nel piccolo mondo della sua famiglia e del quartiere scorreva apparentemente tranquilla. Ma nel mondo lontano dei potenti, dove si decidono le sorti della gente minuta, il Piromane Folle e il suo grottesco compare, il Condottiero Maccherone, già stavano accatastando le fascine che sarebbero servite ad appiccare il Grande Rogo.
                                                                                                                                                              Gralli

Share