Selvaggio sarà lei! (2)

13.05.2026

Disponiamoci in circolo, seduti sulla candida sabbia di una delle tante isole dell'arcipelago di Samoa, e continuiamo ad ascoltare Tuiavii, il saggio capo che mette in guardia il suo popolo dai pericoli che provengono dal Papalagi, l'uomo bianco. (v. articolo precedente).

Il tempo

Il Papalagi [...] più di tutti ama quel che non si lascia afferrare e che tuttavia esiste: il tempo, e anche se non ce ne potrà mai essere di più di quanto non ce ne sia tra l'alba e il tramonto, per lui non è mai abbastanza. Ci sono Papalagi che sostengono di non avere mai tempo. Corrono freneticamente qua e là, come se fossero posseduti dal demonio, [...] perché hanno perso il loro tempo. […] Poiché ogni Papalagi è posseduto dall'angoscia per il tempo, sa […] da quando ha visto per la prima volta la grande luce [...]. Quando mi si chiedeva l'età io ridevo non sapendola. […] Sapere l'età significa sapere per quante lune si è vissuti. Ognuno vi presta una grande attenzione, e quando sono passate proprio tante lune si dice: «Tra poco morirò».


Anche io, Tuiavii, so quante lune ho vissuto, anche se faccio finta di niente.

Di straniante umorismo sono le descrizioni degli orologi, da tasca e da polso, di quelli delle torri e dei campanili, con le due piccole dita che segnano il passare del tempo e il fragore che emettono al passare di ogni ora.

Dobbiamo liberare il povero, il confuso Papalagi dalla follia, dobbiamo distruggergli la sua piccola macchina del tempo rotonda e annunciargli che dall'alba al tramonto c'è molto più tempo di quanto un uomo possa avere bisogno.

Siamo coinvolti in un perverso meccanismo, ma anche senza distruggere la piccola macchina del tempo rotonda (che magari ci è costata molto metallo rotondo) ogni tanto faremmo bene a starcene distesi sulla stuoia in compagnia di un tempo amico, come consiglia Tuiavii.

La proprietà

"Lau" nella nostra lingua significa mio, e anche tuo: sono quasi la stessa cosa. Nella lingua del Papalagi invece non ci sono parole con significati più diversi di "mio" e "tuo". È mio quel che appartiene unicamente e solamente a me. Tuo è quel che appartiene unicamente e solamente a te. Per questo il Papalagi dice di tutto quel che si trova vicino alla sua capanna: è mio!

Anche questo capitolo sulla proprietà è incisivo, chiaro e sintetico, più efficace di un trattato di economia, ed oggi, di ecologia.

La palma però non è affatto sua. Non lo sarà mai. È la mano di Dio che dalla terra si tende verso di noi. Dio ha molte mani. Ogni albero, ogni fiore, ogni filo d'erba, il mare, il cielo con le sue nuvole, tutte queste sono mani di Dio. Possiamo afferrare queste mani ed esserne contenti, ma non possiamo dire: la mano di Dio è la mia mano. Questo però è quel che fa il Papalagi. [...] Il Papalagi vuole convincersi così di aver davvero conquistato un diritto, come se Dio gli avesse veramente ceduto la sua proprietà per sempre. Come se gli appartenessero davvero la palma, l'albero, i fiori, il mare, il cielo e le sue nuvole.

L'accento è qui messo non solo sul diritto della proprietà in quanto tale, ma sull'appropriarsi di quelli che oggi si chiamano "beni comuni", sempre tenendo presente l'ingiustizia sociale.

Perché dove molti prendono molto per sé, ce ne sono molti che non hanno niente tra le mani. Non tutti conoscono i trucchi e i segnali segreti per avere molto "mio",

La meccanizzazione

Questo è sicuramente il più epico e suggestivo dei capitoli del libro. La meccanizzazione, che dà agli umani potere sugli elementi e potenzia le loro limitate capacità naturali, è descritta con grande enfasi, come un miracolo, almeno in apparenza. La descrizione delle invenzioni vista da una diversa angolatura, è come al solito di grande efficacia evocativa, il Papalagi ha una canoa per andare sotto i mari; la macchina che sta dentro al vapore che attraversa gli oceani, divora pietre nere e restituisce la loro forza. Il telaio meccanico Sputava panni, una montagna di panni. [...]

Il Papalagi è un mago. Se canti una canzone, cattura il tuo canto e te lo restituisce ogni volta che vuoi. Ti mette davanti un piatto di vetro e ci cattura la tua immagine. E te la fa rivedere mille volte, tutte le volte che vuoi. [...] Vede attraverso il suo corpo, come se la carne fosse trasparente come l'acqua, e nel fondo di quest'acqua vede ogni sporcizia.

Ma non è tutto oro quel che luccica:

[...] il Papalagi cerca di eguagliare Dio. […] Ma Dio è ancora più grande e più potente del più grande Papalagi e delle sue macchine, ed è sempre lui a stabilire chi di noi deve morire, e quando. Il sole, l'acqua e il fuoco sono soggetti ancora, prima di tutto, a Lui. E nessun Bianco ha ancora piegato alla sua volontà il sorgere della luna e la direzione dei venti. [...] la macchina è un bel giocattolo dei bambini bianchi cresciuti, e tutte le sue arti non ci devono spaventare. Il Papalagi non ha ancora costruito una macchina che lo protegga dalla morte.

Il lavoro

Lucida e impietosa la descrizione dell'alienazione da lavoro.

Avere un lavoro significa: fare sempre la stessa identica cosa. […]. Ogni uomo bianco deve assolutamente avere un lavoro. […]

Il Papalagi ha tanti lavori, quante sono le pietre nel fondo della laguna. Di ogni attività fa un lavoro. Se uno raccoglie le foglie appassite dell'albero del pane fa un lavoro. Se uno pulisce le stoviglie, fa un altro lavoro. Tutto è lavoro se si fa qualcosa. Con le mani o con la testa.

Se un Bianco dice: sono uno che scrive lettere, significa che questo è il suo lavoro, e cioè non fa altro che scrivere una lettera dopo l'altra. Non arrotola sulla trave la sua stuoia per dormire, non va in cucina per arrostirsi un frutto, non pulisce le sue stoviglie. Mangia pesci, ma non va a pescare, mangia frutta, ma non raccoglie mai un frutto dall'albero. Scrive una lettera dietro l'altra perché questo è un lavoro. […] E così va a finire che la maggior parte dei Papalagi sanno fare solo quello che è il loro lavoro.

La specializzazione estrema ha conseguenze assai dannose. Per il corpo per esempio:

[…] ci sono Bianchi che non riescono più a correre, che mettono molto grasso sulla pancia come i maiali, perché devono stare sempre fermi a causa del loro lavoro, che non riescono più a sollevare un giavellotto e a lanciarlo, perché la loro mano sa solo tenere l'osso per scrivere. […]

Ma alcuni lavori sono ancora peggio:

[…] ci sono Papalagi che non fanno altro che alzare o abbassare la loro mano, oppure la spingono contro un bastone, e questo lo fanno in una stanza sporca, senza luce e senza sole. Non fanno niente che richieda l'impiego della forza, o che dia un po' di gioia; sono costretti a sollevare, abbassare, a battere contro una pietra perché così si mette in moto o si regola una macchina. […] non conoscono la gioia nel lavoro, perché il mestiere distrugge ogni godimento, perché dal loro lavoro non nasce nessun frutto e neanche una foglia di cui poter gioire. […]

E soprattutto il lavoro diventa fine a sé stesso, divora tutte le energie, e va ben al di là delle necessità principali di sopravvivenza.

Ma il Papalagi non ci ha detto la verità, e non ci ha spiegato il motivo per cui dovremmo lavorare di più di quanto voglia Dio per saziarci, per avere un tetto e divertirci alle feste del villaggio.

La religione del Papalagi

Il capitolo più amaro è sicuramente quello nel quale Tuiavii considera la religione che i Papalagi hanno portato al suo popolo col pretesto di liberarlo dall'oscurità.

Il missionario del Papalagi in primo luogo ci ha insegnato chi è Dio e ci ha distolto dalle nostre divinità, che ha definito idoli folli, poiché non contenevano in sé il Dio vero. E allora non adoriamo più le stelle della notte, la veemenza del fuoco e del vento, ma ci siamo volti al suo Dio, il grande Dio del cielo. […] da allora non c'è più guerra nelle nostre isole e ognuno considera l'altro suo fratello. Abbiamo compreso che i suoi comandamenti sono giusti, poiché ora tutti i villaggi vivono in pace, mentre un tempo l'inquietudine era palpabile e gli orrori infiniti.

Ma davvero il Papalagi è sincero?

[…] Figli delle molte isole, dovervi dire queste cose mi rattrista profondamente, ma non dobbiamo e non vogliamo lasciarci ingannare dal Papalagi e neppure farci trascinare nella sua oscurità: ci ha portato Dio, ma lui stesso non ne ha compreso la parola e la dottrina. L'ha compresa con la bocca e la testa, ma non col cuore. […] Il Papalagi raramente pensa a Dio: solo se lo travolge una tempesta o se si sta spegnendo la fiammella della vita pensa che ci sia una forza sopra di lui. […] Il suo spirito è colmo solo di odio, avidità, ostilità. Il Papalagi dice di essere cristiano. Le parole Cristo, Dio e amore il Papalagi le ha solo in bocca: ci fa schioccare la lingua e fa un gran clamore, ma il suo cuore e il suo amore non si piegano a Dio, ma solo alle cose, al metallo rotondo e alle carte pesanti, al piacere e alla macchina.

Credo che non ci sia bisogno di ulteriori commenti.

Conclusioni

Il grande pregio di questo libro, senza alcun dubbio, è quello di rovesciare la prospettiva etnologica, paternalistica, dalla quale abbiamo osservato e giudicato le cosiddette popolazioni primitive, e di mettere in luce le contraddizioni e le assurdità della nostra morale e dei nostri costumi. Un secolo ci separa da queste riflessioni che - in tempi in cui si discute di identità, multiculturalismo, scontro di civiltà - ci inducono a ripensare i nostri comportamenti in termini relativistici. Tuttavia, pur condividendo, nel complesso, gli assunti principali del testo, devo confessare che dalla lettura ho ricavato, in più di un passaggio, una sensazione di disagio, il dubbio sotterraneo e insinuante di una certa artificiosità. Ho avuto l'impressione che si trattasse di un'operazione costruita a tavolino, insomma un "falso"; che l'opera non sia di un samoano, ma proprio di un uomo bianco, il preteso traduttore forse, con intenzioni satiriche e di critica verso la propria civiltà. Una pura e semplice supposizione, non suffragata da alcuna prova, infatti le ricerche da me effettuate non sono approdate a nulla di concreto se non ai medesimi dubbi che ho esposto.

Tutto ciò, in ogni caso, non toglie valore all'intenzione del testo, anche perché ci sono precedenti illustri quali le Lettere persiane di Montesquieu, opera nella quale si finge una corrispondenza epistolare, esotica, fittizia, con il pretesto di criticare la società e i costumi della Francia del '700.

Entriamo ora brevemente nel merito dei contenuti. L'analisi di molti aspetti della cosiddetta civiltà occidentale è puntuale e accurata: l'ipocrisia della morale e della religione, il profitto ad ogni costo, lo sfruttamento dell'uomo e delle risorse del pianeta, l'alienazione del lavoro e del tempo sono resi in maniera rigorosa dal punto di vista economico e sociologico, e tuttavia in maniera semplice e chiara, fruibile da un vasto pubblico, secondo le intenzioni dell'autore, chiunque fosse.

Ciò che convince meno è la cosiddetta teoria del buon selvaggio, la visione edenica della vita in armonia con la natura, nella quale si lavora solo per le strette necessità di sopravvivenza, in serena condivisione delle mansioni; dove si è padroni del proprio tempo per dedicarlo all'amore, alle feste, alle danze. Nel bene e nel male siamo figli del nostro tempo, non possiamo negare i progressi della conoscenza e della tecnologia che hanno portato anche molti vantaggi e diritti. Non si vogliono però neppure negare le storture, anche gravissime, che il nostro modo di vivere ha prodotto, le sofferenze atroci di cui si è reso colpevole, ma non è rifugiandosi nell'illusione di una età dell'oro o di un paradiso perduto che si possono risolvere i problemi che il tempo nostro pone. Libri come questo ci danno consapevolezza, ma il passo successivo è quello della partecipazione, di tutti, perché molto si è ottenuto con le lotte democratiche; moltissimo c'è ancora da fare oltre che mantenere alta la guardia per non perdere ciò che si è acquisito.

NOTA Per ragioni di spazio ho omesso alcuni argomenti trattati nel libro, si ritrovano nella recensione odierna dello stesso nella rubrica Libri alla Ponentina.

Il cinema visto da altri spettatori.

Il cinema è una capanna, più grande della grande capanna del capo di Upolu, molto più grande. È buia anche nei giorni più chiari, così buia che non si riesce a vedere niente. Si rimane abbagliati quando si entra, e ancor più abbagliati quando se ne esce. Vi strisciano dentro le persone, vanno tastoni lungo le pareti, finché arriva una donna con una scintilla di fuoco e li conduce dove c'è ancora posto. I Papalagi stanno accovacciati nell'oscurità vicinissimi l'uno all'altro, la stanza buia è piena di persone in silenzio. Ognuno sta seduto su una stretta tavoletta; tutte le tavolette stanno nella direzione della stessa parete. Dal fondo di questa parete, come da una profonda voragine, escono fuori con impeto forti rumori e ronzii, e appena gli occhi si sono abituati all'oscurità, si distingue un Papalagi che da seduto lotta con una cassa. Vi sbatte sopra con le mani ben allargate, su molte piccole lingue bianche e nere che la grande cassa tira fuori, e ogni lingua manda alte grida, ognuna con un suono diverso a ogni tocco, provocando uno stridore folle e selvaggio, come se tutto il villaggio fosse in lite. Questo fracasso dovrebbe distogliere e indebolire i nostri sensi; per farci credere a quel che vediamo e non farci dubitare che esista realmente. Davanti, sulla parete, risplende un raggio di luce, come se vi brillasse un vivido chiaro di luna, e nella luce si vedono uomini, veri uomini, con l'aspetto e nei panni di veri Papalagi, che si muovono e vanno su e giù, che corrono, ridono, saltano, proprio come si vede ovunque in Europa. È come l'immagine riflessa della luna nella laguna. È la luna, ma non lo è. Anche questa è solo un'immagine. Tutti muovono la bocca, non si può dubitare che parlino, ma non si sente né suono né parola, per quanto si cerchi di ascoltare e sia angosciante non sentire niente.

Nulla da dire, la descrizione è perfetta, ricordiamo che il cinema all'epoca della pubblicazione del libro era muto, in sala si effettuava un accompagnamento musicale su pianoforte, dal vivo. Chissà se Tuiavii ha poi saputo che il cinema era destinato a diventare sonoro. Questo brano ci può strappare un sorriso, ma proseguiamo nel commento.

Trascinare dentro di sé queste false immagini che non hanno una vita reale: è questo che procura tanto piacere al Papalagi. In questa stanza buia può insinuarsi in una vita falsa, senza vergogna e senza che gli altri uomini lo vedano in viso. I poveri possono giocare a fare i ricchi, e i ricchi i poveri, l'ammalato può fingersi sano, il debole fingersi forte. Ognuno può nell'oscurità prendere per sé e vivere nella finta vita quel che nella vita reale non ha vissuto né mai vivrà.

Dedicarsi a questa finta vita è diventata una grande passione del Papalagi, una passione talvolta così forte da far dimenticare la vita reale. Questa passione è insana perché un uomo giusto non può volere una vita d'apparenza in una stanza oscura, ma una calda vita reale alla luce del sole.

È chiaro che qui non possiamo essere d'accordo, il commento è decisamente oscurantista, nega valore ad un prodotto artistico. La "vita finta" È una di quelle considerazioni che si rifanno al mito del "buon selvaggio" e al rifiuto del progresso che ho criticato nell'articolo.

Considerazioni analoghe sono riportate a proposito dei giornali.

Anche le molte carte producono una specie di ubriacatura e vertigine nel Papalagi. Cosa sono le molte carte? Immaginatevi una stuoia di tapa sottile e bianca ripiegata, tagliata e piegata di nuovo, con scritte fitte su tutte le parti, molto fitte: queste sono le molte carte, o, come li chiama il Papalagi, i giornali.

[…] Viene comunicato tutto quello che avviene e cosa fanno e non fanno gli uomini; i loro pensieri buoni e cattivi, e anche se hanno macellato un pollo o un maiale o se si sono costruiti una nuova canoa. Non avviene niente in tutto il paese che questa stuoia non racconti coscienziosamente. Il Papalagi lo chiama: «Essere ben informato su tutto ». […] Anche se si tratta di atrocità di ogni tipo, che chi è sano di mente preferisce dimenticare in fretta. E invece proprio queste cose brutte e dolorose vengono descritte fin nei minimi particolari, più di quelle belle, come se non fosse molto più importante e gratificante comunicare il bene piuttosto che il male. […] Puoi startene steso tranquillamente sulla tua stuoia e le molte carte ti raccontano tutto […] Ma è sempre un'esperienza più forte gioire insieme di una festa o soffrire per un dolore, anziché farsi raccontare tutto da bocche estranee senza aver visto niente con i propri occhi. Ma a danneggiare il nostro spirito non è tanto il fatto che il giornale ci racconti cosa succede, ma che ci dica anche cosa dobbiamo pensare di questo e di quello, dei nostri grandi capi o di quelli degli altri paesi, di tutto quel che succede e di quel che fanno gli uomini. Il giornale vorrebbe che tutti pensassero come se avessero la stessa testa, e combatte contro la mia testa e il mio pensiero. Vuole che ognuno abbia la sua stessa testa e il suo stesso pensiero. E ci riesce.

Il luogo della finta vita e le molte carte hanno reso il Papalagi quel che è: un uomo debole e confuso, che ama ciò che non è reale, e che non riesce più a riconoscere quel che è reale, che confonde l'immagine della luna con la luna stessa e una stuoia scritta con la vita stessa.

Certo con la stampa non si può, a ragion veduta, essere molto teneri; ma la visione di un piccolo paradiso che se ne sta nella beata ignoranza di quello che avviene nel mondo non si può accettare, né ora né all'epoca della pubblicazione del libro, non è realistica.

Il libro tuttavia è stimolante; sulle considerazioni critiche rivolte alla nostra civiltà, cosiddetta avanzata, dovremmo riflettere in una duplice direzione:su gli aspetti negativi e deleteri, per tutto il genere umano, che la caratterizzano, e sul rischio di rifugiarci in un'utopia passata e passatista, che non è mai esistita. Il ritorno ad uno stato di natura semplice e felice è impossibile, homo è diventato tale proprio quando si è allontanato dalla natura divenendo cosciente di sé e del bene e del male: il peccato originale ci ha scacciato dall'Eden, per sempre, lasciandoci alla nostra responsabilità.


Share