Sette

18.02.2026

Obbelin! » La tipica esclamazione fu pronunciata dal vicequestore che proprio non era riuscito a controllarsi. Stefano assaporava la propria vittoria senza ostentazione, non voleva infierire, ma si vedeva benissimo che era molto compiaciuto della conferma alla sua ipotesi. Luca, che era un galantuomo, ammise il proprio torto e riconobbe la validità dell'intuizione dell'amico che in precedenza aveva denigrato. Così, tutti contenti, Montessoro e Andreoli in veste ufficiale, Mantero in veste di collaboratore e consulente, si diedero a fare il punto della situazione.

Dei tre delitti l'incendio era quello che dava meno problemi, almeno alla polizia. Dalle indagini per determinarne la causa erano emersi, come effetti collaterali, elementi utili a far luce sul passato della suora assassinata; ma al là di questo ogni ulteriore collegamento con l'omicidio poteva essere escluso. Lo zelante perito dottor Christian Quattrocchi, al quale andava riconosciuto il merito di aver fornito preziose informazioni alla polizia, avrebbe provveduto sulla base dei suoi rilievi a trarre le debite conclusioni: un banale caso di dolo ai danni dell'assicurazione o accidente fortuito. Cazzi suoi chiosò la delicata ispettrice Andreoli, che si beccò la solita occhiataccia del superiore senza batter ciglio.

La devastazione dello studio notarile Ricci poteva, allo stato attuale delle conoscenze, essere attribuita ad una vendetta poiché era ormai accertato che non vi era stato furto. Ma qui le cose erano più complicate. Il dottor Ricci, che si era rivelato un professionista non proprio esemplare, era coinvolto a vario titolo negli affari della defunta monaca: aveva effettuato per suo conto pagamenti particolari – tacitare i truffati di Luisa Bisso – e aveva ratificato la donazione della villa di famiglia, operazione nella quale il ruolo di suor Ildegarda era rilevante. A lei infatti veniva ascritto il merito della conversione dell'incallito peccatore e del conseguente pio lascito; questo inoltre dipendeva dalla clausola vincolante che fosse proprio e soltanto lei a dirigere la scuola che sarebbe stata ospitata nel prestigioso edificio. La donazione per legge non sarebbe stata valida, data la presenza di eredi legittimi, ma non essendo stata impugnata dagli interessati aveva fatto il suo corso.

L'allora notaio Oreste Ricci avrebbe dovuto, per deontologia professionale, rifiutarsi di convalidare un simile atto illecito, tanto più che il suo studio da diversi decenni si occupava dell'amministrazione dei beni della famiglia Del Pilastro. A prescindere dagli scrupoli professionali avrebbe dovuto tener conto almeno dei rischi: come poteva essere sicuro che non sarebbe stato accusato di illegalità? Aveva forse manovrato in modo da neutralizzare le pretese di Sheila Bennett che rappresentava rappresentava il figlio minorenne? La vendetta era un movente plausibile ma, anche stando al detto che sia un piatto da servire freddo, era decisamente fuori tempo. L'ultimo discendente del casato era Alberico Maria, il quale avrebbe potuto con altri strumenti rivendicare il suo diritto, con ottime probabilità di successo, prima della prescrizione, avvenuta ormai da anni. Perché avrebbe dovuto compiere un simile gesto proprio ora?

«È inutile perdersi dietro ipotesi e interrogativi senza risposte» – disse Montessoro «Bisogna sentire cosa ha da dire quel vecchio play boy, anche se non credo che possano venir fuori elementi utili per la soluzione dell'omicidio.»

Si pentì subito di quello che aveva detto perché il giudizio avventato espresso solo poche ore prima ancora gli bruciava, e poi quel caso presentava aspetti insoliti e nulla doveva essere dato per scontato.

Questi due crimini, e i fatti lo avevano dimostrato, avevano con l'omicidio legami molto più stretti di quanto era apparso ad una prima analisi; tuttavia nessuno di essi era tale da illuminare neppure in piccola parte questo mistero. L'interrogativo principale, quello che sempre si accompagna non solo ad un delitto ma alla maggior parte delle azioni umane, il cui prodest, era ancora senza risposta. Individuare il movente, in questo caso più che mai, poteva voler dire scoprire l'assassino. Il puzzle disperato, come lo aveva definito il vicequestore, in pochissimo tempo si era andato componendo, sia pure parzialmente, grazie alle tessere conservate nella memoria intatta di testimoni avanti con gli anni, ma ancora lucidi e vitali. Il poliziotto si vergognò di aver ironizzato su questo fatto e dovette ammettere, per il momento solo con se stesso, che quasi tutte le informazioni fino ad allora raccolte provenivano da quelle fonti.

Al centro della scena c'era lei, la monaca terribile, con il suo passato duro e difficile e la volontà di affermarsi con ogni mezzo; la tirannica Madre Superiora, terrore delle povere suore dell'Istituto Del Pilastro, la scuola che era il suo vanto e il suo orgoglio, la realizzazione delle sue ambizioni che tuttavia, con la sua incapacità, aveva condotto ad una progressiva ma inarrestabile decadenza. L'ultima rivelazione, quella dell'identità del proprio padre, dava quasi per certa l'ipotesi che suor Ildegarda avesse progettato ed ottenuto, senza farsi scrupolo di danneggiare un'innocente, l'incarico per l'assistenza al conte Del Pilastro. Non era azzardato dedurre che i documenti comprovanti la sua origine provenissero da quella busta contenuta nella cassetta che la madre le aveva lasciato prima di morire. Finalmente aveva avuto l'occasione, dopo tanto tempo, di rivelarsi e di far valere i suoi diritti; conoscendo il suo carattere, quale era emerso dalle diverse testimonianze, si poteva star certi che l'ignobile seduttore, ora incapace di difendersi, avesse pagato duramente il suo peccato di gioventù.

Si poteva inoltre verosimilmente pensare che avesse voluto Luisa con sé, non solo per l'affetto che le portava, forse l'unico della sua vita, ma per garantirsi aiuto e complicità. Era però necessaria una testimonianza attendibile che provasse tutto ciò. Il movente dell'omicidio non era l'unica tessera mancante del puzzle, rimanevano ancora diverse cose da chiarire: i motivi dei dissapori fra Ildegarda e Luisa; l'oggetto misterioso che la vittima aveva cercato inutilmente prima della sua morte; l'origine del denaro di cui disponeva – probabilmente ancor prima di venire in contatto col proprio padre – contravvenendo alla regola dell'Ordine che vietava il possesso di rendite e beni privati.

A questo punto Stefano, con un certo imbarazzo, decise di rivelare tutto ciò che aveva tenuto nascosto fino a quel momento: l'arrivo di Alberico a casa sua, sconvolto, la notte dei tre delitti; l'oscura confessione di colpevolezza; le testimonianze di chi lo aveva visto su tutte le scene del crimine, in particolare la lite con la monaca riferita dal guardiano notturno (della quale il vicequestore era già al corrente); la misteriosa telefonata; la persistente amnesia. Non negò di avere fondati sospetti che avesse combinato qualcosa di grave, ma non lo credeva capace di uccidere. Luca non lasciò trapelare la sua irritazione per quelle rivelazioni tardive: capiva Stefano, il Del Pilastro era un suo vecchio, caro amico, quasi un fratello. Comunque ora aveva reso la sua testimonianza e questo bastava. La Andreoli prese il foglio sul quale era segnato il numero da identificare ed uscì dalla stanza. Pochi minuti dopo annunciò che apparteneva al cellulare di Luisa Bisso.

«Bene ragazzi, a questo punto dobbiamo sentire che cosa ci nascondono ancora l'integerrimo notaio Ricci e la distinta Luisa Bisso mezza vedova Perego. Bisogna torchiarli per bene, vediamo chi lo può fare.»

«Posso andare io. Chi vuole che interroghi, dottore?». si offrì l'ispettrice.
Il vicequestore pensò che era la persona giusta per intervistare il maturo vagheggino.
«Andreoli, ce l'avresti un vestito da donna, un paio di scarpe col tacco? E già che ci sei potresti darti un po' di rossetto e una pitturatina agli occhi?» domandò il suo superiore.
«E perché mi dovrei vestire da bagascia, signor vicequestore?» fu la pronta replica.

A quel punto Montessoro esasperato, ma sotto sotto divertito, afferrò la ragazza per un braccio, la condusse alla finestra e le mostrò le donne che passavano per la via: «Vedi quante ce ne sono – di tutte le età – che portano una sottana e delle scarpe col tacco, mica dei trampoli, che si sono aggiustate con un po' di rossetto e di mascara: secondo te sono tutte bagasce?»
Sara rise: «Okay dottore, vado a mascherarmi!» e uscì di corsa.

«La signora o signorina Bisso invece la affidiamo a Carognone » dichiarò il vicequestore.
Allo sguardo interrogativo di Stefano rispose con un cenno, come a voler dire ora vedrai .

Carognone detto anche Ivan il Terribile era, insieme a Sara Andreoli, uno degli ispettori favoriti del vicequestore Montessoro. Quando entrò nella stanza apparve chiaro il motivo dei truci soprannomi che lo designavano: quarant'anni circa, alta statura, corporatura atletica, capelli corvini, occhi chiarissimi e glaciali sotto le folte sopracciglia perennemente corrugate; viso rudemente scolpito, vistosa cicatrice sulla guancia sinistra, labbra ben disegnate ma contratte in una smorfia astiosa. Il perfetto ritratto del cattivo dei film.
«Ecco il mio mastino» – annunciò Luca. «Ma non ti spaventare, non è colpa sua: lo hanno disegnato così!»

A dispetto della torva apparenza l'ispettore era infatti un uomo mite e gentile, quasi timido; il suo vero nome per giunta era Ivan Pezzopane.
«Ma dottore, proprio io devo andare a torchiare una povera vecchia di ottant'anni! Non poteva mandarci la Sara?» si lamentò.
«No, la Sara travestita da donna è andata a sedurre un vecchio cicisbeo. E non ti lagnare, questa non ti salterà addosso come è successo l'ultima volta. Tu sei un bel figliolo, anche se tenebroso, ma la signora ha gusti differenti!»
E Ivan, sgranando gli occhi di ghiaccio: «La Sara vestita da donna! Perché non mi ha chiamato? Avrei voluto vederla!»
«Pezzopane non dire belinate. Piuttosto, hai capito cosa devi fare? Senza farle venire un colpo, spiegale che la sua posizione deve essere chiarita. Che non faccia la furba perché di lei sappiamo tutto, nascita compresa. Visti i suoi precedenti con le assicurazioni potrebbe essere accusata di complicità nell'incendio doloso. Poi fatti dire chi ha sempre pagato i suoi conti in albergo e perché: dille chiaro e tondo che sappiamo bene che non ha un soldo e che conosciamo la farsa del suo matrimonio. Fatti raccontare per filo e per segno tutta la storia della conversione del vecchio Del Pilastro e i dettagli della donazione. Ah! E i motivi per cui ha litigato con la monaca. Chiedile se ha un'idea su che cosa potesse essere l'oggetto che prima di morire aveva cercato tanto affannosamente. Ricordale spesso che noi sappiamo tutto, ma che se lei lo conferma con una deposizione ufficiale potremmo chiudere un occhio. Capito? E ora fila!»

«La telefonata!» ricordò Stefano.
«È vero! Domandale perché la sera del delitto, alle ventuno e quaranta, quaranta, ha chiamato il professor Del Pilastro.»
«Ora caro Stêa , mentre i miei fidati collaboratori lavorano, io posso andarmene a dormire: non so più da quante ore non chiudo occhio. Per quanto riguarda il tuo amico, vedremo. Per lo stato di choc e l'amnesia si potrebbe chiedere una perizia medica: da questa potrebbe emergere la causa di quella confusa ammissione di colpa. Verificheremo al secondo i suoi spostamenti e li metteremo a confronto con le testimonianze. Insomma, faremo il possibile per appurare la verità. Ora però devo proprio andare, ci sentiamo verso sera. Potresti essere tu questa volta a venire a cena da me. Ma ti avverto, non sono bravo come te in cucina!»

Raccolse i giornali che l'amico Christian gli aveva gentilmente fornito – sperando di riuscire a dare uno sguardo agli articoli che celebravano la vittoria della sua squadra – e li cacciò nella borsa assieme al rapporto del medico legale, che nel frattempo un agente gli aveva consegnato. Anche Stefano si avviò verso casa: doveva informare Alberico che la polizia sapeva tutto, e cercare di ottenere da lui qualche informazione in più, se era in grado di farlo, prima che le ricerche ufficiali sul suo conto si mettessero in moto.

Entrando trovò nell'ingresso un borsone sportivo blu mai visto prima, sul quale era appoggiato un biglietto della Marietta che diceva: L'ho trovato nella legnaia sotto un mucchio di fascine, è tuo? L'hai perso e non te lo ricordi? Io sono con Tògnin a raccogliere i piselli, domani è giorno di mercato. Ciao Marietta. Il borsone era piuttosto pesante: per forza, conteneva un bell'assortimento di mazze da cricket. Apparteneva ad Alberico, era un ricordo della sua gioventù trascorsa nel Regno Unito, quando giocava nella squadra del college. Era lo stesso che aveva visto la Candida, vicina di casa del Ricci, la notte che lo aveva incontrato per le scale: non potevano esserci dubbi. Prima di presentarsi a casa sua lo aveva nascosto lui stesso, chi altri poteva essere stato? Gli venne il dubbio che Alberico lo stesse prendendo in giro, che la sua amnesia fosse simulata. Ma a quale scopo?

Doveva parlargli subito, senza tanti riguardi questa volta, tanto la polizia sapeva tutto. Se stava mentendo se ne sarebbe accorto e lo avrebbe riempito di botte, come faceva da bambino. Lo cercò nell'alloggio di Tògnin ma non c'era. Ora dove era andato quell'idiota! Pensò di domandare alla Marietta ed ecco che lo vide: tranquillo e beato che rideva e scherzava mentre raccoglieva i piselli: ma va' affanculo! gli gridò dalla fascia soprastante. Alberico a quel richiamo fraterno mollò tutto e gli andò incontro rassegnato a sentire il resto.

Nel vedere il borsone mostrò uno stupore che pareva sincero: «E questo dove l'hai trovato? Non sapevo neppure più di averlo: l'ultima volta che l'ho visto, almeno vent'anni fa, era in cantina.» Considerato lo stato della sua memoria, però, non se la sentiva di sostenere di non essere stato lui a nasconderlo nella legnaia.

Stefano giudicò che ormai era venuto il momento di dirgli tutto, tanto più che anche la polizia era informata e non avrebbe tardato a chiedergli conto dei suoi spostamenti nella notte fatale.
Alberico, colpito da un dubbio improvviso, rovesciò tutte le mazze a terra e le esaminò ansiosamente una per una.
Stefano, che aveva capito, lo tranquillizzò: «La monaca è stata ammazzata con una statua di bronzo, te l'ho detto! Tu ci hai litigato, ma se l'hai fatta fuori non è stato con una di queste! Con il borsone una testimone ti ha visto nel palazzo di Ricci scendere le scale di corsa, mi ascolti quando parlo?»
«Ma allora...»
«Eh... Alberico, perché?»
«Vorrei saperlo anch'io!» E qui mentiva perché una fondata ipotesi l'aveva, ma non osava confessarla mentre, con la mano in tasca, faceva rotolare fra le dita il tubetto dei maledetti psicofarmaci.

Oreste Ricci ex notaio era solo nel suo appartamento. Le solerti Pina e Caterina, coadiuvate dalla Debora detta Debby, avevano fatto sparire le macerie inutilizzabili dando una parvenza di ordine all'ambiente. Chi fosse entrato in quel momento avrebbe pensato ad un imminente trasloco: muri nudi, scaffali vuoti, finestre senza tende, scatoloni allineati contro le pareti, all'interno dei quali però c'erano oggetti in pezzi, ma forse recuperabili. Lo squillo del campanello echeggiò attraverso le stanze. Lo sventurato Oreste si alzò a fatica e trascinando i piedi si avviò verso la porta. Quando incollò l'occhio allo spioncino fece un balzo all'indietro per la sorpresa; incredulo, tornò a guardare. Non era un'allucinazione: al di là della porta c'era una creatura in carne ed ossa, poco di queste e quanto basta e nei punti giusti di quella. Una donna giovane, alta e snella; capelli lunghi, biondi, lisci come seta; occhi azzurri, chiari e luminosi; labbra morbide sottolineate da una lieve pennellata di rossetto rosa. Il tutto rivestito da una minigonna in tessuto jeans e da una camicetta bianca, leggera, maliziosamente sbottonata sul petto, gambe, lunghe e ben tornite, poggiavano su due aggraziati piedini che calzavano sandali blu col tacco alto.

La Sara Andreoli era irriconoscibile, il suo superiore sarebbe stato orgoglioso del suo travestimento. La contemplazione si protrasse per qualche secondo, cosa che indusse l'angelica creatura a premere un'altra volta e più a lungo il pulsante del campanello.

Il dottor Ricci si scosse ed aprì la porta, la ragazza lo spinse leggermente di lato e sventolando un tesserino si presentò con un'unica emissione di voce: Buon – giorno – Sara Andreoli – ispettrice – di – polizia – posso – entrare?  ed era già in fondo al corridoio. Il padrone di casa, ancora frastornato, le indicò la direzione per il soggiorno. Quella visita lo aveva improvvisamente rinvigorito nello spirito e nel corpo, e di colpo era tornato a credere che la vita, quel poco che gliene restava, valesse nuovamente la pena di essere vissuta. Si riavviò i capelli con le mani, sperando che non si notasse l'antiestetica ricrescita: dopo la disgrazia, come la chiamava, si era un po' trascurato. Raddrizzò il busto e, ricordando di essere in pantofole, cacciò i piedi all'indietro sotto la sedia.

La ragazza, senza sorridere, con tono distaccato e severo, guardandolo dritto negli occhi e con una quasi impercettibile smorfia di disgusto, lo mise al corrente dei motivi che avevano indotto la squadra omicidi ad occuparsi del suo caso. Le indagini relative all'assassinio di suor Ildegarda, al secolo Brigitte Müller, avevano messo in luce i legami intercorrenti fra il suo studio notarile e la vittima, nonché quelli con la famiglia Del Pilastro.

«Ci risulta che lei abbia curato la successione del defunto Tommaso Maria ed abbia altresì redatto l'atto di donazione della omonima villa sita in... in via...»
Balbettando, l'ex notaio si rammaricò di non poter produrre nell'immediato alcun documento, per evidenti ragioni, disse tristemente gettando uno sguardo circolare sulla stanza.
Cercava di impietosire la poliziotta – il cui aspetto aveva perso improvvisamente per lui ogni attrattiva – e di prender tempo, perché aveva capito che le cose si stavano mettendo al peggio. Vero è che erano atti per cui era intervenuta da anni la prescrizione, ma con un omicidio di mezzo non si poteva mai sapere: chissà dove sarebbero andati a frugare. Certo per questo aveva un alibi, molti potevano testimoniare di averlo visto al Cat in love, il locale dei suoi incontri galanti. Mentre questi ansiosi pensieri turbinavano nella sua testa, l'ispettrice Andreoli lo ammonì severamente:

«Se ci serviranno dei documenti sapremo dove reperirli; lei per il momento risponda alle domande e cerchi di essere circostanziato e preciso. Non le nascondo che la sua posizione ha molti lati oscuri: le consiglio quindi, nel suo stesso interesse, di collaborare senza reticenze. Per rispetto alla sua età avanzata le abbiamo evitato una convocazione ufficiale in questura. Se questo colloquio darà i risultati che ci aspettiamo non ce ne sarà un altro; diversamente, dovremo procedere con un interrogatorio in piena regola.»

Quelle erano solo minacce a vuoto: ormai nessuno poteva più accusarlo di nulla.
La polizia aveva solo bisogno di informazioni sul passato della suora per capire chi avesse voluto, a distanza di tanti anni, ucciderla. Il rischio finire sui giornali però c'era, e assieme alle notizie vere ne sarebbero state stampate anche un bel po' di false; anche la sua persona sarebbe stata ridicolizzata, alla sua età sarebbe diventato lo zimbello della città, oggetto di chiacchiere e maldicenze, e avrebbe avuto vergogna a girare per il quartiere. Ma ciò che maggiormente lo aveva ferito – più delle minacce dell'interrogatorio in questura e del disvelamento dei suoi affari poco puliti – era stato il riferimento alla sua età avanzata, il sentirsi trattare come un povero vecchio. Il dottor Oreste Ricci ex notaio, con un profondo sospiro, raccolse tutto il suo coraggio e cominciò a rispondere alle domande dell'ispettrice Andreoli.

La successione del conte Tommaso Maria Del Pilastro aveva richiesto poco lavoro: non c'era nulla da trasmettere, il vecchio si era mangiato tutto.
« Poiché il figlio era morto qualche mese prima di lui, la sola cosa che c'era da fare era presentare tutta la documentazione alla vedova; vendite di qualche terreno e di titoli di borsa, fatture pagate, resoconti dei prelievi in banca; somma totale rimasta: lire zero.»
Sara annuì gravemente: «Molto bene dottor Ricci, questo risulta anche a noi. Della donazione invece, che cosa ha da dire?»
Questa era la domanda che temeva, ma chi l'avrebbe detto che dopo tanti anni qualcuno sarebbe venuto a chiedergliene conto! Dopo qualche giro di parole, il Ricci sputò la verità: la donazione non sarebbe stata legale, non avrei mai acconsentito a redigere un atto illecito, la mia onorabilità professionale, la mia reputazione...
«Dottore, veniamo al sodo!»

Il conte molti mesi prima aveva venduto la villa ad una terza persona la quale a sua volta, poche settimane prima della sua morte, ne aveva fatto donazione all'Ordine monastico delle Sorelle della Madonna del Gelo con due clausole vincolanti: che diventasse la sede di una scuola a nome Del Pilastro e che a dirigerla fosse suor Ildegarda, al secolo Brigitte Müller.
«Per cui, come vede, tutto era perfettamente legale.»

Sara lo guardò come si guarda la suola di una scarpa dopo che si è pestato un escremento di cane. L'ex notaio abbassò gli occhi e sibilò fra i denti il nome dell'acquirente e poi generoso donatore della villa: Luisa Bisso (senza Perego).
« Obbelin !», pensò Sara. E ad alta voce: «Lei quindi ha ratificato una falsa vendita.»
L'ex notaio in un estremo sussulto di dignità, si fa per dire, protestò che tutto era formalmente legale e nessuno avrebbe potuto trovare nulla da dire in quella cessione redatta secondo le norme all'epoca vigenti.
«Formalmente. Ma moralmente?» domandò l'ispettrice Andreoli. Non ci fu risposta.

Il rispettabile professionista vuotò il sacco anche su quanto sapeva delle disponibilità finanziarie della signorina Brigitte Müller che, come suor Ildegarda e in obbedienza alla Regola, avrebbe dovuto devolvere in beneficenza, preferibilmente al proprio Ordine. Queste provenivano dall'eredità materna, consistevano in un nutrito conto depositato in una banca di Düsseldorf nonché da una serie di redditizi investimenti: il Ricci fungeva da intermediario per le riscossioni.

Con quel denaro la monaca colmava i buchi di bilancio sempre più profondi della scuola che dirigeva, mostrando così ai suoi superiori la perfetta efficienza dell' Istituto Scolastico Del Pilastro . Aveva ricompensato il servizio reso da Luisa Bisso – in qualità di prestanome per la falsa vendita e per il suo silenzio successivo – pagando per decenni i conti della lussuosa sistemazione alberghiera e per levarla dai guai quando metteva in atto i suoi miserevoli tentativi di truffa alle compagnie di assicurazione. Il notaio non si era espresso esattamente in questi termini: aveva parlato di elargizioni generose ad un'amica in difficoltà, di sostegno ad una istituzione di valore culturale: evidentemente vedeva le cose da un'altra prospettiva.

Da quando lo studio notarile aveva cessato l'attività, la Müller, per le sue operazioni finanziarie, si rivolgeva ad una filiale della banca che era stata aperta in città. Quel conto si era già notevolmente ridotto all'epoca in cui il Ricci se ne occupava; ora dopo una decina di anni e secondo la sua stima, doveva essere ormai agli sgoccioli. La gallina dalle uova d'oro aveva smesso di deporre, questo probabilmente era stato il motivo dei recenti dissapori fra le due vecchie amiche e complici, dedusse l'ispettrice.

La visita terminò con una sommaria approvazione della severa funzionaria di polizia: «Per il momento, dottore, è sufficiente. Verificheremo le sue dichiarazioni e le faremo sapere. Nel frattempo si tenga a disposizione: se dovesse lasciare la città ce lo comunichi in anticipo. Buongiorno!»
«Buon giorno bella stronza – pensò il Ricci – perché brutta non ti si può proprio dire!  E secondo te dove dovrei andare? Non mi va neppure di mettere il naso fuori dalla finestra! Lasciare la città!»

Poi, dopo che la porta si fu chiusa, si ricordò di qualcosa; con un insospettato scatto di energia uscì e gridò affacciandosi verso la tromba delle scale: «E dello scasso che ho subito cosa mi dite?»
«Se ne stanno occupando i Carabinieri!»

Mentre Sara tornava a casa per cambiarsi d'abito – manco morta si sarebbe presentata in ufficio così conciata – il Carognone percorreva con passo elastico il Lungomare. Il suo passaggio suscitava fra le passanti di ogni età più di un'occhiata di approvazione e un certo brivido quando qualcuna di esse incrociava il suo sguardo algido e inquietante. Era diretto al Grand Hotel, in visita alla signorina Bisso Luisa per metterle un po' di paura perché quello, suo malgrado, era il compito che gli era stato affidato.

La trovò nella saletta di lettura dell'albergo intenta a sfogliare una rivista di ciæti – che qualcuno oggi preferisce chiamare gossip – pettegolezzi insomma, sulle celebrità televisive, canore, cinematografiche e della cronaca più o meno nera. Le passò davanti guardandola ostentatamente quindi si sedette ad un tavolo dietro di lei per farla sentire a disagio e cominciare ad innervosirla. Dopo pochi secondi, come previsto, la donna si alzò e uscì incamminandosi verso la passeggiata a mare che a quell'ora era percorsa da una folla variegata che si beava al tepore di un pomeriggio quasi estivo. Accortasi di essere seguita affrettò il passo, poi si fermò davanti ad una vetrina ed ebbe la certezza che quel losco individuo ce l'aveva proprio con lei: si era fermato a poca distanza fingendo di allacciarsi una scarpa (nonostante calzasse mocassini).

Decise allora di raggiungere la gelateria Creme & Sorbetti che si trovava a pochi passi: nel dehors gremito di gente sarebbe stata al sicuro, ma non fece in tempo: con poche ampie falcate l'inseguitore le fu accanto.
«Bisso Luisa? Ispettore di polizia Ivan Pezzopane», – la apostrofò mostrandole un tesserino «Dovrei rivolgerle qualche domanda.»
La poveretta fu presa da un tremito improvviso e il mite Carognone in cuor suo maledisse il vicequestore che lo costringeva ad un compito così ingrato: coi delinquenti d'accordo, si divertiva a fargli spavento, ma con le vecchiette! Comunque, il dovere è dovere e agli ordini bisogna obbedire. La prese delicatamente per un gomito e la condusse al di là della strada facendola sedere su una panchina.

«Signorina Bisso, devo rivolgerle alcune domande relativamente a tre fatti criminosi, di cui avrà certamente sentito parlare, avvenuti nella notte del 30 maggio in questo quartiere: l'incendio al Grand Hotel Mare Nostrum, la devastazione dell'appartamento dell'ex notaio Oreste Ricci, l'omicidio di Brigitte Müller alias suor Ildegarda. Sappiamo che lei, signorina, è cliente abituale dell'hotel, nel quale attualmente risiede; che ha avuto a che fare con il dottor Ricci per due atti notarili; che conosceva bene la vittima dell'efferato assassinio alla quale la legava un'antica amicizia.»

L'ispettore Ivan il Terribile con tono pacato ma autoritario, guardandola fissamente con i suoi occhi di ghiaccio, la avvisò che la polizia era a conoscenza di molti fatti che la riguardavano. Non le nascose che alcuni di questi potevano rendere la sua posizione molto difficile, per cui era nel suo interesse rispondere con sincerità alle domande, senza omettere nulla, e collaborare il più possibile, soprattutto riguardo all'omicidio. Le fece sapere che un precedente colloquio da lei recentemente avuto con un alto funzionario in incognito aveva suscitato una pessima impressione, a causa delle numerose e gravi menzogne da lei riferite. Luisa comprese immediatamente: era quel signore così fine ed elegante che aveva fatto colazione con lei nel bar dell'albergo, fìggio de 'na bagàscia ! Lo insultò mentalmente nel suo dialetto di origine e al diavolo i modi distinti! La rabbia le fece tornare un po' di colore sulle guance vizze, e con la voce che tremava dichiarò di essere pronta a rispondere a tutte le domande.

La prima riguardava i suoi rapporti con la vittima. L'interrogata riferì correttamente di averla conosciuta nell'ospedale in cui entrambe lavoravano. Non sapeva che la suora l'aveva accudita, per un breve periodo, quando lei era piccolissima, nell'istituto in cui entrambe erano nate. Quando glielo aveva raccontato si era molto commossa. Diventarono amiche e Brigitte, come voleva essere chiamata da lei in privato, le rivelò tutti i suoi segreti.

«Mi aveva detto che era ricca, sua madre le aveva lasciato molti soldi in eredità, ma nessuno lo doveva sapere perché per le suore era proibito tenerli. Mi aveva fatto vedere una cassetta di legno, dentro c'erano delle fotografie di sua madre quando era giovane, era molto bella e portava dei vestiti eleganti. Era una ragazzina e un uomo più vecchio di lei, un nobile, l'aveva messa incinta, le aveva promesso di sposarla quando sua moglie sarebbe morta perché era molto malata. Non era vero e lui era scappato. Anche sua madre si era fatta suora e l'aveva abbandonata. Prima di morire però le aveva scritto in una lettera il nome di suo padre, così lei poteva cercarlo.»

La Bisso parlando della sua amicizia con suor Ildegarda si torceva di continuo le mani e si guardava intorno spaventata, come se qualcuno potesse sentirla.
«Anche Brigitte, come sua madre, era molto bella da giovane, ma si era fatta suora perché non aveva nessuno al mondo e non sapeva dove andare. Mi diceva sempre che mi voleva molto bene e che dovevo stare sempre con lei, perché anch'io non avevo nessuno. Io le rispondevo che anche i miei genitori adottivi mi volevano bene, ma lei diceva che erano due poveretti ignoranti e che non avevano niente da darmi. Lei invece poteva farmi ricca e felice, ma non dovevo mai tradirla, era molto gelosa.»

Raccontò poi dell'arrivo del conte Del Pilastro all'ospedale e del piano per ottenere l'incarico della sua assistenza privata. Confermò che Brigitte aveva alterato il farmaco del paziente affidato a suor Marta e l'aveva fatta giurare di mantenere il segreto.
«Voleva a tutti i costi riuscire ad entrare nella sua casa, dirgli chi era e farsi dare quello che le spettava.»

Quando seppe che il conte non aveva più nulla o quasi andò su tutte le furie.
«Lo maltrattava in tutti modi: tutti i giorni gli faceva vedere le fotografie di sua madre e gli gridava la vedi questa ragazzina, le hai rovinato la vita! Anche la mia hai rovinato! E poi giù parolacce, faceva impressione sentirle in bocca a una suora! Qualche volta gli diceva per oggi non ti darò né da mangiare né da bere, e lo faceva aspettare per delle ore prima di dargli un bicchiere d'acqua o un pezzo di pane. Se non aveva fame lo faceva mangiare per forza. Non le dico cosa ha fatto una volta che ha vomitato per questo! Se protestava gli rideva in faccia e ogni tanto gli mollava un ceffone. Più di una volta l'aveva visto piangere, ma lei non aveva pietà: gli diceva anche che non gli avrebbe più dato le medicine o che gli avrebbe aumentato le dosi per farlo morire. Lo lasciava per ore nello sporco per umiliarlo.»

A questo punto la povera Luisa scoppiò in lacrime, Ivan il tenero le circondò le spalle con un braccio e la lasciò sfogare. Quando riprese il suo racconto era calma e sembrava sollevata, la confessione le aveva fatto bene. L'arrogante Tommaso Maria, sempre più impedito nei movimenti e incapace di badare a se stesso, era completamente nelle sue mani: i maltrattamenti fisici e psicologici lo avevano prostrato e le sue condizioni peggioravano di giorno in giorno. Brigitte, determinata ad ottenere dal padre qualcosa ad ogni costo, ebbe l'idea della donazione. Si consultò con il notaio Ricci che già conosceva perché si era occupato della sua eredità e amministrava il suo denaro. All'epoca aveva scelto il suo studio perché situato in un quartiere decentrato, lontano dai luoghi ai quali l'Ordine l'aveva destinata; ma ora che una serie di fortunate contingenze le avevano fatto trovare il padre, averlo sotto casa favoriva i suoi progetti.

Le visite del Ricci erano pienamente giustificate, nessuno poteva sapere che invece veniva solo per trattare con lei. Fu così organizzata la falsa vendita, per la quale il notaio aveva ottenuto a mo' di onorario e per vie traverse, un piccolo vigneto, ultima proprietà terriera rimasta, che produceva una modesta quantità di vino all'anno, ma di ottima qualità.

«Brigitte mi disse che dovevo comprare la villa per finta e poi dovevo regalarla alle suore. Mi avevano fatto firmare un mucchio di carte; io non le avevo nemmeno lette, tanto non ci capivo niente, facevo solo quello che mi diceva lei.»
Subito dopo venne rappresentata la farsa della conversione alla quale la credulità popolare diede il suo fattivo contributo. Il parroco, messo al corrente delle vie tortuose che la Provvidenza doveva percorrere perché il pio lascito arrivasse a buon fine, ringraziò l'Onnipotente e diede la sua benedizione.
«Il prete veniva quasi tutti i giorni, ma molte volte non vedeva neppure il vecchio; si fermava a parlare con Brigitte per delle ore, qualche volta c'era anche il notaio. Di rado entrava nella sua camera dove diceva due preghiere e se ne andava.»

Dopo la morte di Tommaso Maria, espletati gli ultimi adempimenti burocratici, Brigitte prese possesso della villa e si diede ad organizzare, con la guida di esperti inviati dall'Ordine, la nuova destinazione dell'edificio. Luisa aveva finito il suo compito e avrebbe dovuto andarsene alla chetichella, ma Brigitte non voleva, e non poteva, separarsi da lei. Ingenuamente aveva creduto che il servizio di Luisa in casa Del Pilastro fosse passato inosservato sia al personale ospedaliero che alle alte gerarchie monastiche. Pensava che fosse una faccenda privata: Luisa prendeva servizio nel tardo pomeriggio, ben oltre l'orario di lavoro in ospedale, era una donna libera e poteva andare dove voleva. Il grande successo, ottenuto con la conversione di un pubblico peccatore e la conseguente donazione, l'aveva inorgoglita e resa sicura di sé: si era convinta di poter prendere qualunque decisione, in tutta libertà.

« Mi aveva convinta a licenziarmi ma io avevo paura: se restavo senza lavoro, come facevo? Ma lei mi diceva "lavorerai nella scuola e staremo sempre insieme".»

La sua felicità sarebbe stata completa: il risarcimento per la grama condizione di figlia illegittima, un incarico che le avrebbe conferito lustro e potere e l'unica persona che amava sempre accanto a lei. Ma la doccia fredda non tardò ad arrivare. Suor Ildegarda venne convocata dalla Madre Superiora e ammonita severamente: «La scandalosa frequentazione della persona che lei sa deve immediatamente cessare!»

– Luisa ripeté a memoria la frase che suor Ildegarda, in lacrime, le aveva riferito – se non obbediva non sarebbe più diventata direttrice della scuola e l'avrebbero trasferita in un posto lontano.»

L'ispettore non poté fare a meno di notare che la frequentazione era diventata scandalosa solo a donazione avvenuta. Non solo: la prudenza lungimirante dell'Ordine aveva predisposto anche l'allontanamento di Luisa in quanto persona che turbava l'anima della nostra sorella mettendola a rischio di peccare gravemente. Questa la motivazione contenuta in una lettera che le era stata inviata per consigliarla di accettare un posto ben remunerato, a Milano, come portinaia in un elegante caseggiato del centro.

«Il lavoro non era faticoso, gli inquilini erano tutti molto distinti, mi trattavano con gentilezza e mi davano grosse mance. Le signore mi regalavano spesso i vestiti che non portavano più, così anch'io ero sempre elegante.»

L'ispettore comprese che Luisa, nonostante si dicesse addolorata per aver dovuto lasciare la sua sorella maggiore, aveva provato un grande sollievo perché da sola non sarebbe stata mai capace di liberarsi di quell'amore possessivo e dispotico. Brigitte tuttavia aveva trovato un mezzo per tenerla legata a sé, il denaro. Facendo leva sulla sua smania di promozione sociale, le offriva ogni anno un soggiorno nel lussuoso Mare Nostrum : per il breve periodo delle ferie, fintanto che durò la sua attività lavorativa, per tempi molto più lunghi quando questa cessò. Non le importava di spendere pur di poterla vedere almeno una volta all'anno, ma questi regali dovevano anche comprare il suo silenzio. «È sempre stata buona con me e quando ero nei guai mi aiutava.»
«Si riferisce alle truffe alle assicurazioni?»

Lei abbassò lo sguardo.
Era chiaro che la lontananza e il contatto con le persone distinte, sia pure in un ruolo subordinato, aveva reso Luisa indipendente e padrona di sé, ma soprattutto le aveva fatto capire che poteva essere lei a dettare le condizioni. Questo appunto fece, e per lunghi anni. Il denaro di Brigitte però era finito la cospicua somma ricevuta in eredità si era ridotta a poca cosa; per qualche tempo alcuni buoni investimenti, suggeriti dal Ricci – il notaio le faceva fare dei buoni affari – avevano rimpinguato le sue casse, ma poi erano arrivati i periodi di crisi e qualche cattiva speculazione. La scuola inoltre ne succhiava una buona parte.

Ma lei non ci credeva e continuava a sostenere che erano tutte scuse.
«Era diventata egoista, non voleva più darmi niente, continuava a dirmi che non poteva ma che mi voleva sempre bene. Ma io avevo fatto tanto per lei, se non l'avessi aiutata non sarebbe riuscita da sola ad avere la villa e a diventare direttrice della scuola. Domenica pomeriggio l'avevo chiamata, ma lei si era messa a gridare come una pazza e mi aveva sbattuto il telefono in faccia.»

«E così ha afferrato la statua di bronzo e gliel'ha data sulla testa!»
A queste parole dell'ispettore Luisa scoppiò a ridere: «Ma ispettore, ce l'ha un'idea di quanto pesa quella Madonna? Forse neppure lei che è grande e grosso sarebbe riuscito a tirarla su. Io sono stata tante volte nello studio di suor Ildegarda e lo so bene: quando l'hanno messa su quella mensola ci sono voluti due uomini.»

Esagerava, ma era evidente che con la sua esile corporatura non avrebbe potuto usare quell'arma impropria per commettere l'omicidio. Alla domanda riguardante l'oggetto convulsamente cercato dalla vittima, appena prima della morte, ebbe un leggero trasalimento: cercò qualcosa nella borsa per poter abbassare gli occhi e rispose che non ne aveva la minima idea. Era evidente che mentiva, l'ispettore lo annotò mentalmente, ma per il momento preferì soprassedere: avrebbe chiesto istruzioni al capo per intervenire nel modo e nel momento migliore.

Per quanto riguardava gli atti di vandalismo a danno del Ricci, lei non ne sapeva niente: «Certo però che con tutte le donnacce che portava a casa sua!»
Sull'incendio invece aveva da dire qualcosa. Aveva visto il portiere di notte e il signor Ferrando nel giardino dell'hotel che lanciavano dei razzi per festeggiare la squadra che aveva vinto. Lei stava uscendo proprio in quel momento e ridendo gli aveva detto di stare attenti a non buttarne qualcuno nella suite perché aveva lasciato le finestre aperte.

«Avevano fatto una faccia! Ma io scherzavo e poi quella notte i razzi li lanciavano tutti, anche le persone serie, non dovevano mica vergognarsi! Ma quando è scoppiato l'incendio ho capito: ce li avevano buttati apposta! Loro lo sapevano che io lasciavo sempre le finestre aperte, perché nella suite le tende, i divani, i tappeti erano vecchi e consumati e puzzavano di polvere. La suite era grande e aveva una bella vista ma l'arredamento era marcio e non era in regola, non era lignifugo (sic) e poteva prendere fuoco in qualsiasi momento.»
Questa era una bella informazione da dare al perito Quattrocchi. Il capo sarebbe stato contento, pensò l'ispettore. Quando il Direttore del Mare Nostrum aveva comunicato che il suo soggiorno era pagato solo fino alla fine del mese e non per la quindicina di giugno, aveva minacciato di raccontare quel che aveva visto.

Rimaneva da spiegare la telefonata ad Alberico Maria Del Pilastro. Luisa sapeva già da qualche giorno che Brigitte non avrebbe più tirato fuori un soldo e voleva vendicarsi spifferando tutto al professore. Nella sua semplicità pensava che non ne sapesse niente. Alla sua scuola le avevano dato il numero del cellulare e si era fatta passare per una zia di Milano che non lo vedeva da tanti anni. Aveva aspettato un paio di giorni, ma dopo la telefonata di domenica pomeriggio, bruscamente interrotta da Brigitte, si era decisa: lo aveva chiamato.

Lui aveva una voce strana, non sentiva o non capiva quello che gli diceva, aveva pensato che fosse per i rumori della strada. Si erano incontrati di fronte all'albergo, ma poi quando lo aveva visto si era un po' spaventata: gli tremavano le mani, aveva gli occhi spiritati e diceva cose senza senso, sembrava ubriaco.
Gli aveva raccontato la faccenda della donazione per filo e per segno, ma lui sembrava non capire. Allora gli aveva detto parlando lentamente: «La villa di suo nonno, quella bella, col grande parco...» Ma non era riuscita a finire perché lui si era messo a piangere forte come un bambino e a lamentarsi, si era spaventata ed era tornata in albergo. Le avevano detto poi che l'aveva cercata al bar ma l'avevano buttato fuori perché era ciucco .

Alla fine di quella lunga conversazione, l'ispettore Pezzopane tranquillizzò la povera Luisa Bisso dicendole che le sue informazioni erano state molto utili e che forse non ci sarebbe stato più bisogno di interrogarla. Non aveva nulla da temere, ma doveva aspettarsi una visita da parte del perito dell'assicurazione e dati i suoi precedenti...
«Io le consiglio di collaborare come ha fatto con me» suggerì il buon Ivan e si congedò: finalmente era finita! E non si sa chi dei due avesse patito di più.

(continua)                                                                                                                                         Gralli