Sette

Una mattina la portinaia Noemi, mentre spazzava il marciapiede antistante il portone, scorse sull'altro lato della via due persone che inequivocabilmente il suo fiuto identificò come sbirri. Non ebbe il tempo di pensare quali potessero essere questa volta le vittime perché i due avevano già attraversato la strada e le si erano parati davanti apostrofandola con un Segre Noemi? Alla domanda aveva fatto seguito un lungo discorso di cui lei, che li fissava sbalordita, aveva capito solo la frase finale: Entro quarantotto ore! Quindi le cacciarono in mano un bel po' di fogli pieni di timbri e scomparvero. Ci vollero alcuni minuti prima che si riprendesse dallo spavento e dallo stupore, tornata in guardiola dovette sedersi perché non si reggeva sulle gambe. Lesse attentamente il documento e capì che si stava verificando ciò di cui si parlava insistentemente da un po' di tempo: quelli come lei, della sua razza e della sua religione, non erano più graditi in questo Paese perché ne contaminavano la purezza. Noemi aveva capito che doveva andarsene e presto, lasciare il suo posto di lavoro, unica fonte di reddito in quanto vedova di guerra e suo unico domicilio, ma i motivi le erano completamente oscuri. Razza? Conosceva le razze dei cani, dei gatti, dei cavalli. Religione? Non frequentava nessun tempio e per i suoi guai non implorava nessuna divinità. Contaminazione? Purezza? Era sana come un pesce e non aveva nessuna malattia contagiosa. Non gradita? Certo a qualcuno sarà stata antipatica, ma nel palazzo e nel quartiere tutti la rispettavano perché faceva con scrupolo il suo lavoro e, se poteva, dava una mano a chi ne aveva bisogno. Fortunatamente aveva dei cari amici e ad essi si rivolse per chiedere consiglio. Nel frattempo a notte inoltrata era arrivato Daniele, suo figlio che studiava nella famosa Università di una città vicina. Nonostante fosse un ragazzo intelligente e capace, al quale i maestri avevano pronosticato una brillante carriera, era stato bollato come indegno di sedere sui banchi accanto ai colleghi studenti, magari somari, ma di razza pura. Insieme ad altri simili reietti, fra cui diversi professori, era salito su un treno e aveva raggiunto la madre.
Lo Stato Maggiore del palazzo al completo si riunì la sera stessa per discutere l'emergenza. Attorno al grande tavolo rotondo della sala da pranzo della famiglia Strazzera, lo stesso che ospitava le ricche cene del sabato, c'erano tutti. Ottavio, il più informato sulle ultime novità politiche per via del suo mestiere, fungeva da presidente. Domenico il fabbro, grazie ad un nipote che studiava legge, era incaricato di fornire pareri legali. Annibale il vetraio, già distintosi come esperto in travestimenti, era responsabile della logistica. La signora Andreina, che lavorava nel covo del lupo , avrebbe avuto funzioni di agente segreto. Annibale prese per primo la parola. Si alzò e abbracciando con uno sguardo circolare tutta l'assemblea dichiarò che il suo piano avrebbe permesso a Daniele di nascondersi in maniera sicura pur rimanendo sempre in vista. Si concesse qualche secondo di pausa, compiacendosi della curiosità dell'uditorio, quindi passò ad una esposizione precisa e dettagliata. Daniele avrebbe potuto passare come un compagno di seminario di Arcangelo il quale, pur non essendo ancora stato ordinato sacerdote indossava già l'abito talare. Quello sarebbe stato il suo travestimento, nascosto ma alla vista di tutti. Il vetraio aveva bell'e pronta anche la storia di questo seminarista, un po' strappalacrime perché far piangere funziona sempre come era solito dire. Questo povero ragazzo, che si apprestava a diventare don Luigi - meglio cambiare il nome - proveniva dalla campagna, era figlio di madre vedova la quale, già anziana e malata, era morta da qualche settimana. Gli avidi parenti si erano ripresi la casetta che le avevano concesso di abitare per compassione; il povero giovane, non potendo permettersi di pagare la retta completa al seminario, non sapeva dove andare. La signora Maria Pia, gran cuore di mamma, si era generosamente offerta di ospitarlo per un po' di tempo. Nessuno sarebbe venuto a ficcare il naso, gli sbirri si erano rassegnati alla fuga di Libero e non avrebbero mai importunato un prete, ancorché incompleto. L'assemblea approvò all'unanimità e si complimentò calorosamente con Annibale il quale dopo gli applausi, ideali perché la riunione era silenziosa e segretissima, espose anche il piano, più complesso, per nascondere la signora Noemi.
Egli spiegò che i fondi del palazzo non erano sempre stati divisi in botteghe e magazzini come allo stato attuale. Un tempo il locale era unico ed ospitava le scuderie del ricco signore che possedeva l'intero stabile. Alla morte di questi gli eredi avevano diviso il palazzo in tanti appartamenti che erano stati venduti o dati in affitto; dalle scuderie si erano ricavati locali più piccoli nei quali avevano trovato posto laboratori e magazzini. Molto spesso la divisione, per risparmiare tempo e denaro, era stata fatta con semplici assi di legno o usando come pareti grandi scaffali che contenevano materiali e attrezzature, per cui quasi tutte le botteghe erano facilmente comunicanti fra loro. Per esempio quella di Libero comunicava da un lato con quella del vetraio e dall'altro con quella di Domenico il fabbro, le aperture erano nascoste rispettivamente da assi di legno inchiodate al muro e da un grande scaffale dove erano riposti il legname da lavorare, barattoli di colla, scatole di chiodi, attrezzi diversi. Il laboratorio del vetraio confinava sull'altro lato con un piccolo magazzino attualmente vuoto, ma qui era stato eretto come divisorio un vero muro di mattoni nel quale si apriva porticina, da questa si accedeva ad un corridoio che terminava con il solito sbarramento di assi di legno al di là del quale c'era appunto il magazzino vuoto. Questo corridoio era abbastanza grande da contenere una branda e uno stipo, era un nascondiglio perfetto. Ottavio ebbe una magnifica idea, avrebbe affittato questo magazzino per sistemarvi alcune botti che gli ingombravano la cantina. Il locale sarebbe rimasto quasi sempre chiuso, per non suscitare sospetti di tanto in tanto sarebbe entrato a riporre e a prelevate bottiglie o damigiane approfittando dell'occasione per portare all'ospite generi di conforto. Noemi durante il giorno avrebbe potuto sistemarsi comodamente su una sdraio a leggere e a lavorare a maglia perché il locale prendeva luce da un ampio finestrone collocato al di sopra della serranda. Certo sarebbe stata una vita da prigioniera, ma era una soluzione temporanea: per far fronte all'emergenza, per far credere a tutti che Noemi era partita. In attesa di un piano migliore anche questo fu approvato all'unanimità. Maria Pia disse che aveva una mezza idea per farle prendere aria ogni tanto, doveva pensarci un po' su. Intanto si sarebbe occupata di diffondere per tutto il quartiere le notizie: quella dell'arrivo del seminarista in casa sua e quella della partenza della portinaia che andava a stabilirsi in Toscana presso una sorella bisognosa di assistenza.
Il mattino dopo l'oste prese possesso del magazzino: alzò la serranda, spazzò energicamente il pavimento, poi cominciò a scaricare botti botticelle damigiane da un furgone e furtivamente una branda. Nel sistemare questi oggetti all'interno cercava di fare più baccano possibile per coprire il lavoro di Libero che stava aprendo una porticina nella paratia di assi, appena questa fu pronta venne nascosta da una grossa botte vuota che si spostava facilmente grazie a quattro piccole ruote applicate sul fondo. La stanzetta segreta venne resa il più confortevole possibile da Maria Pia che fornì lenzuola, coperte, cuscini, un baule e persino un tappeto. La sera stessa due giovani e snelli pretini, uno biondo e uno bruno, con una piccola valigia, varcarono il portone e salirono le scale diretti all'appartamento degli Strazzera. Da allora divennero una presenza consueta: i vicini li vedevano partire all'alba e tornare la sera, sempre alla stessa ora. Dopo la prima volta nessuno badò più a loro. Fortunatamente, perché se qualcuno li avesse seguiti li avrebbe visti sì salire sullo stesso tram, ma si sarebbe accorto che il pretino biondo proseguiva diretto al seminario, e avrebbe notato che quello bruno, sceso dopo due fermate, si dirigeva all'osteria di Ottavio nella quale entrava, come un ladro, dall'ingresso posteriore per sistemarsi in cantina. Lì passava la maggior parte delle sue giornate a leggere, a studiare, a prendere appunti per la sua tesi di laurea perché sperava ancora che quella follia un giorno o l'altro avrebbe avuto fine. Qualche volta si recava in biblioteca o in parrocchia da don Gianni che era stato messo al corrente di tutta la faccenda. La sera i due giovani tornavano a casa insieme come se niente fosse.
La partenza di Noemi era avvenuta con la maggiore pubblicità possibile, aveva salutato tutti gli inquilini del palazzo ripetendo la storia della sorella bisognosa di cure, poi accompagnata da due dei ragazzi Strazzera che l'aiutavano con le valigie aveva preso il tram diretta alla stazione o almeno così tutti credettero. Le valigie erano vuote e lei si era recata in parrocchia da dove la sera si era allontanata per raggiungere di nuovo il luogo da cui era partita. Col favore delle tenebre si era introdotta nella bottega di Annibale, che aveva lasciato la serranda un poco sollevata, e aveva preso posto nel suo nascondiglio dove aveva sistemato le sue poche e povere cose. Una volta al mese circa Maria Pia riceveva la visita di una signora bionda che indossava un paio di grandi occhiali scuri e camminava con cautela tenendosi al suo braccio. Era una sua cugina con gravi problemi di vista, che purtroppo andavano peggiorando, e veniva periodicamente nella nostra città da un paese del Piemonte per consultare un illustre oculista. Anche questa vicenda fu raccontata da Arcangelo nel suo diario con qualche postilla di Daniele che aveva curato la parte che lo riguardava di persona. Questo resoconto riuscì ad arrivare integro dopo la Grande Bufera di Fuoco che si era scatenata nel quartiere e nel mondo, venne pubblicata su un giornale come esempio di amicizia e solidarietà dei momenti duri di quell'epoca sventurata.
Per qualche tempo le cose procedettero nella normalità, almeno apparente. Libero sotto mentite spoglie continuava il suo lavoro e nessuno badava più a lui; Noemi si era sistemata nella tana del coniglio, contentandosi delle rare uscite consentite dal travestimento che Maria Pia, buona allieva del vetraio, aveva ideato per lei sbiadendo la sua chioma ancora scura con l'acqua ossigenata. Passava le giornate nel magazzino lavorando a maglia e facendo piccole riparazioni di sartoria che le permettevano di non pesare troppo sui suoi benefattori. Maria Pia e i ragazzi andavano spesso a trovarla percorrendo il tragitto segreto dalla bottega di Libero a quella del vetraio per sbucare nel corridoio e infine nel magazzino. Annibale provvedeva al trasporto dei viveri per questa stessa via e controllava che la reclusa stesse bene e non le mancasse nulla; anche Andreina con il pretesto di dare una pulita al locale le faceva spesso visita. Tutti questi cari amici, oltre ad aver salvato la vita a lei e al suo figliolo, la confortavano con le loro visite rendendole meno dura la prigionia.
La portineria rimase vacante per qualche settimana finché, un bel mattino, un tassì si fermò davanti al portone. Un avvenimento piuttosto raro, ma che data l'ora, mezzogiorno passato da poco, suscitò soltanto la fugace curiosità di alcuni bambini che giocavano per strada, di un vecchio seduto al caffè con un bicchiere di rosso in mano, di un paio di massaie ritardatarie che tornavano in fretta dal mercato. Dalla vettura scese una donna alta e formosa, bionda ossigenata, truccata vistosamente, fasciata in un abito nero attillatissimo, avvolta in una stola di volpe rossa che, avendo conservato ancora testa, zampe e coda, dava l'impressione di esserle balzata addosso per divorarla. Dopo che il tassista ebbe scaricato i suoi bagagli, lei pagò la corsa e si guardò intorno con l'aria di chi si aspetta che il maggiordomo venga a riceverla, ma la strada e il marciapiede erano deserti fatta eccezione per un uomo che avanzava a passettini verso il portone. Appena la vide costui si affrettò per avvicinarla e, avendo notato le numerose valigie, per porgerle il suo aiuto. La sua tuttavia non era solo cavalleria, per quanto miope aveva potuto vedere che la donna era molto attraente, proprio il suo tipo: gambe lunghe, fianchi ben torniti, sedere sporgente, molto elegante. Quando poi l'aveva vista pencolare sui tacchi altissimi mentre andava a controllare il numero civico aveva avuto quasi una vertigine al pensiero di una avventura con una simile dea; costui aveva una tale opinione di sé che riteneva la cosa non solo possibile, ma praticamente inevitabile.
Il nostro uomo, che altri non era che l'Olivaro, si presentò con la consueta formula alla quale aggiunse – motu proprio - il titolo di Cavaliere per far colpo sulla bella signora sconosciuta, la quale non rimase a lungo tale perché si dichiarò con voce flautata come Baldelli Iolanda, e abbassando di molto il tono, quasi sussurrando, aggiunse: la nuova portinaia. Baldelli Iolanda, Baldelli Iolanda questo nome turbinava nel modesto cervello dell'Olivaro che non riusciva a ricordare dove lo aveva già sentito. Il passionale Erberto era al settimo cielo: quella donna meravigliosa sarebbe venuta ad abitare sotto il suo tetto e presto sarebbe stata sua. Per il momento si limitò a trasportare le di lei molte e pesantissime valigie, impresa titanica per la sua flaccida muscolatura, poi visto che era mezzogiorno osò invitare la signora Baldelli, mi chiami Iolanda la prego! a pranzo. Anche la signorina Carlotta andò in brodo di giuggiole alla vista della Baldelli Iolanda che le sembrò la quintessenza dell'eleganza e della signorilità. Senza provare alcuna invidia per le esuberanti doti fisiche della nuova arrivata, non ritenendosi da meno quanto ad avvenenza e raffinatezza, si offrì di aiutarla a sistemarsi nel nuovo appartamento (cucina - gabinetto - camera - da - letto), di farle da guida nel quartiere e di presentarla a tutte le persone di riguardo. La signora Irene invece non si mostrò altrettanto entusiasta della nuova conoscenza; di lei si potevano dire molte cose, ma non che non avesse fiuto nel valutare le persone, anni e anni di attento studio del prossimo avevano fatto di lei una profonda conoscitrice della natura umana, specie femminile. La sua analisi fu immediata, precisa, sintetica: baldracca, amante di qualche pezzo grosso, riservandosi di compiere in un secondo momento le opportune verifiche di quell'ipotesi. In ogni caso fece buon viso a cattivo gioco ma, poiché aveva capito le intenzioni del consorte, perfidamente sistemò l'ospite di fronte a lui, alla distanza giusta perché fosse investita dalle sue emanazioni venefiche, divertendosi molto nell'osservarne di sottecchi le contorsioni per evitarle.
Il ritratto della cosiddetta nuova portinaia, che la signora Olivaro in un primo momento aveva tratteggiato intuitivamente, fu confermato anche da Ottavio sulla base di precisi resoconti documentali. La signora Baldelli Maria, detta poi Iolanda, era nata a Milano poco più di quarant'anni prima, ma con l'aiuto di pancere, corsetti e abbondante cipria coprente, aveva fatto in modo di perderne per strada almeno dieci, o almeno così sperava. Rimasta incinta dopo un'imprudenza giovanile, aveva sposato in fretta un corteggiatore, non proprio, gradito il cui unico pregio era stato quello di morire in guerra. Del nascituro non si seppe più nulla, ma la vedova in lacrime ottenne una pensione dal governo e tentò la carriera di ballerina nella nostra città. Abbagliata dalle promesse di un impresario, scoprì ben presto che costui trattava un altro genere di arte che, peraltro, non disdegnò di praticare per qualche tempo. Il destino però le riservava una sorte migliore, le sue attitudini artistiche e le sue grazie furono apprezzate da un importante dirigente politico che ne fece la sua protetta sistemandola in un elegante appartamento a poca distanza da casa propria. Qui l'affascinante signora col nome di Madame Iolanda si produceva, con discreto successo, nella lettura della mano e dei tarocchi ed occasionalmente, poiché aveva manifestato anche doti di medium , organizzava sedute spiritiche per una sceltissima clientela. Una volta aveva partecipato per beneficenza ad uno spettacolo, organizzato da un'associazione di Dame di Carità, era lì che l'Olivaro l'aveva vista la prima volta. Un brutto giorno però una cliente, della quale non aveva saputo prevedere la vera identità, nel bel mezzo di una lettura di tarocchi, aveva rovesciato tavolino e sfera di cristallo e si era aggrappata alla chioma della veggente strappandone diverse ciocche, per non parlare dei calci e degli schiaffoni che le aveva rifilato. Si rese necessaria un'immediata ritirata strategica: il posto vacante di portinaia, all'altro capo della città, capitò come si dice a fagiolo. Iolanda accettò solo dopo la promessa solenne del suo amato che si sarebbe trattato di una soluzione temporanea, poche settimane e non di più; come si vedrà venne accontentata, ma non esattamente nella maniera che aveva sperato.
Gli inquilini del palazzo erano a dir poco perplessi riguardo alla nuova portinaia. A dire il vero le maggiori riserve venivano dal versante femminile. Per motivi di decoro, sta nella guardiola in vestaglia! di sicurezza, e ci sta pure poco! potrebbe entrare chiunque! di igiene, le scale sono sempre sudicie! di negligenza, mette la posta nelle cassette sbagliate! Certo vedere una signora che spazzava il marciapiede in elegante abito nero, scarpe con i tacchi alti, unghie laccate di rosso, era uno spettacolo insolito che richiamava spettatori anche dai caseggiati vicini, ma che non scandalizzava più di tanto la parte maschile del palazzo la quale riteneva di aver guadagnato nel cambio. Noemi era stata un'ottima portinaia precisa e pulita ma, come si dice, anche l'occhio vuole la sua parte. I signori, dunque, se li lustravano gli occhi facendoli scorrere sulle generose rotondità di Iolanda e invidiando quel signore che, nelle ore più strane, scendeva da una lussuosa automobile per farle visita. In queste occasioni Iolanda disertava per un tempo ancora maggiore del solito la guardiola, mentre dal suo alloggio provenivano suoni e rumori che indignavano le femmine (almeno apparentemente) e facevano fantasticare i maschi.
Come portinaia la povera Baldelli Iolanda non aveva vita facile. Ogni giorno riceveva lettere anonime con gli insulti più volgari. Le donne le passavano accanto a naso dritto ostentando una smorfia di disgusto. I ragazzini la canzonavano recitando rime non proprio infantili e domandandole con sfacciata insistenza di vedere la sua bestia affamata e pelosa, la stola di volpe. Gli uomini tentavano di palparla appena la trovavano sola per le scale. Per non parlare poi della corte rivoltante di quell'ometto dall'alito cattivo. Una volta, mettendo in bella mostra la sua attrezzatura, aveva perfino tentato di attirarla in casa sua approfittando dell'assenza di moglie e figlia. Non era servito a scoraggiarlo neppure lo spintone che lo aveva fatto rotolare per una rampa di scale. Mi piacciono le donne che resistono! aveva esclamato tutto eccitato, riponendo l'arnese nella custodia.
La poveretta aveva due sole amiche, la signorina Carlotta che l'ammirava incondizionatamente e la consolava, tutta invidia cara Iolanda! e Maria Pia alla quale confidava le sue pene e che, da buona cristiana, la esortava a portare pazienza dandole qualche consiglio di modestia, peraltro non ascoltato. Fu proprio quest'ultima che un giorno le fece una proposta che, a suo dire, avrebbe potuto farle guadagnare considerazione nel caseggiato, almeno da una certa parte dei suoi inquilini: le vedove, signore che per età e stato civile godevano di grande rispetto. Se lei fosse riuscita a entrare nelle loro grazie il gioco era quasi fatto, tutte le altre signore le avrebbero imitate. Queste disgraziate, che guerra o malattia avevano privato del consorte, avrebbero avuto grande consolazione nel ricevere dal mondo dei più un segno del caro estinto, anche soltanto una parola. Le sue doti di mediatrice spirituale erano ben note, avrebbe fatto un'opera buona ed ottenuto in cambio amicizia e gratitudine.
Maria Pia era una donna naturalmente persuasiva, ogni sua richiesta, quale che fosse e non importa a chi si rivolgesse, veniva sempre accolta senza esitazione e così avvenne anche in questo caso: ottenne sia il consenso delle vedove che del medium. Insieme a Iolanda concordò il giorno o meglio la sera della seduta spiritica, le procurò il tavolino a tre gambe - costruito in tutta fretta da Libero - e per creare l'atmosfera giusta portò persino dell'incenso, fornito da don Gianni che non sapeva dirle di no. Per finire le offrì un dettagliato rapporto sulle signore che avrebbero partecipato alla seduta: dati anagrafici loro e dei consorti, cause della morte e diversi particolari personali. Una Mariapia la conosceva bene, era una sua cugina di secondo grado, orbata dello sposo da appena due mesi, che lei si era offerta di ospitare per qualche giorno al fine di alleviarle un po' il dolore. Le vedove veramente sarebbero state quattro, ma una di esse aveva sempre detto che se il marito si fosse presentato dall'aldilà lei lo avrebbe fatto morire una seconda volta fra atroci sofferenze, si ritenne quindi opportuno non invitarla.
Finalmente arrivò il gran giorno o meglio la grande sera, si era d'inverno quindi non si dovette aspettare molto per avere il buio più completo. Il tavolino a tre gambe non avrebbe potuto accogliere tutti i partecipanti, la preferenza fu accordata ovviamente alle tre vedove fra le quali si insinuò a forza, sedendosi al fianco di Iolanda, il solito Olivaro che finalmente si era ricordato della attività della signora. Maria Pia cedette di buona grazia il suo posto a Carlotta che era tutta un fremito per quell'esperienza straordinaria. Sua madre aveva rifiutato sdegnosamente perché lei a quelle belinate non ci credeva, ma era rimasta per dovere professionale: qualcuno doveva pur occuparsi della cronaca dell'evento. L'ultimo posto venne riservato a un altro uomo per controbilanciare la forte presenza femminile, il prescelto fu il fabbro Domenico, che avrebbe voluto, se restava tempo, chiedere al suo bisnonno dove aveva nascosto le monete d'oro che aveva promesso agli eredi prima di morire. Tutti gli altri si addossarono contro il muro dopo aver ricevuto la raccomandazione di osservare il silenzio più assoluto. La seduta ebbe inizio, Iolanda invitò gli spiriti a presentarsi chiamandoli per nome e cominciò a dimenarsi e a lamentarsi in una lingua sconosciuta. L'emozione era forte, tanto che al tavolino nessuno fece caso che le mani che componevano la catena erano tredici anziché quattordici. La mano mancante era quella dell'Olivaro occupata a frugare sotto le gonne di Iolanda la quale cercava di liberarsi di quell'intrusione non gradita divincolandosi e imprecando in maniera dissimulata. All'improvviso un grido strozzato fece gelare il sangue a tutti i presenti: uno spirito si era presentato finalmente! Nessuno si accorse che era stato Erberto a gridare perché Domenico, che aveva visto le sue manovre, gli aveva ficcato un piccolo chiodo nella mano appoggiata sul tavolino. Subito dopo una voce veramente sepolcrale cominciò a parlare, era il bisnonno del fabbro il quale esortò il nipote e gli altri parenti a darsi pace perché le monete le aveva spese con le donne e con le carte. Quindi la voce salutò educatamente i presenti e svanì. Venne invocato un altro spirito e questa volta fu veramente terribile: ululati campanacci lampi e tuoni precedettero l'apparizione di un teschio bianchissimo, avvolto in un drappo nero, che fluttuava nell'aria. Carlotta cacciò un urlo acutissimo e svenne finendo sotto il tavolo, le donne si abbracciarono tremando. Finalmente qualcuno accese la luce e la stanza riprese il suo aspetto abituale e rassicurante: la tremenda apparizione era svanita.
Il giorno dopo Iolanda fece le valigie e si trasferì in una pensione aspettando il suo amante per fargliela pagare. In quel posto, fra quelle streghe davvero c'era qualcuna capace di evocare gli spiriti e lei non ci avrebbe messo più piede. La poverina non seppe mai di essere stata vittima di un autentico scherzo da prete con lo scopo di tenere lontano il suo pericoloso innamorato. Tutta la rappresentazione infatti era stata ideata e realizzata dal mite, biondo Arcangelo con la collaborazione dei fratelli minori. Mario accovacciato in terra faceva oscillare un bastone, avvolto da un drappo nero, sulla cui estremità stava il famoso teschio, di gomma. I gemelli, voci bianche nel coro parrocchiale, avevano prodotto gli ululati, Pietro aveva anche il compito di accendere e spegnere una torcia elettrica per simulare i lampi mentre Paolo sbatteva le catene, fornite da Domenico. Léontine e Settimio agitavano una sottile lastra di metallo per imitare i tuoni, Arcangelo aveva dato la voce al bisnonno dissipatore. Nessuno si era accorto di nulla, ma ci fu un momento in cui si temette il peggio: Daniele, che non aveva voluto perdersi lo spettacolo, non era riuscito a trattenere una risata, ma Giovanni prontamente gli aveva tappato la bocca e lo aveva trascinato fuori di peso. L'Olivaro si offrì di accompagnare a casa le vedove terrorizzate; la povera Carlotta, di cui tutti si erano dimenticati, dovette rinvenire e venir fuori da sotto il tavolo senza l'aiuto di nessuno; Maria Pia e la cugina, in gramaglie e con una fitta veletta sul viso, erano scomparse.
La seduta spiritica fece una grande impressione nel palazzo e nei dintorni, le tre vedove, ancora sotto choc, chiamarono don Gianni per far benedire la portineria, le scale e i loro appartamenti. Qualche tempo dopo però la burla venne rivelata in tutti i particolari ed ampiamente diffusa, nessuno dei partecipanti volle ammettere il proprio spavento; tutti, tranne chi ne era davvero al corrente, dichiararono con sussiego che avevano capito fin dall'inizio che si trattava di uno scherzo ed erano stati al gioco.
Gralli
