SUNSET BOULEVARD [Schindler’s List 5]
Ho avuto una vita stupenda. Dio mi ha permesso di
conoscere i capolavoridel nostro tempo prima che lasciassero le
mani dei loro creatori. Questo mi sembra già giustificazione
sufficiente per la mia presenza sulla terra. (Alma Schindler)
Alma Mahler, dopo la partenza di Kokoschka per il fronte, non ripensò più al pittore ma solo a
come riconquistare il cuore di Gropius. Questi era stato mobilitato come sergente maggiore
nei primi giorni di guerra ed inviato sul fronte occidentale dove, nel gennaio del 1915, era stato
ferito in modo piuttosto grave dallo scoppio di una granata.
Alma gli aveva scritto numerose lettere già nel corso del 1914 cercando di riannodare i rapporti.
In data 2 febbraio 1915 annota sul suo diario: Ho la sensazione che non mi ami più. Mi vede
come un'altra donna. Avrei dovuto fare parecchie cose per prepararmi a essere disponibile ai
suoi occhi. […] Non impiegherò molto tempo a vincerlo.
A metà febbraio Alma, accompagnata da Lilly Lieser raggiunse a Berlino Gropius,
convalescente dalla ferita. Confida al diario il perverso intento di portare quel borghese figlio
d'arte dove voglio.

Walter Gropius in divisa da sergente
Inizialmente il gioco di Alma (perché così appare nelle sue memorie) fu più difficile di quanto
avesse pensato. Gropius continuava a rinfacciarle la relazione con Kokoschka e i giorni
passavano tra accuse e pianti, ma, alla fine, inevitabilmente, lei riuscì a riconquistarlo.
Gropius ripartì per il fronte e ritornò a Berlino per una breve licenza ottenuta per sposarsi con
Alma. Il matrimonio, dapprima tenuto segreto, avvenne il 18 agosto 1915, e subito dopo
Gropius ripartì per il fronte.
Il 19 agosto lei scrisse sul diario: Mi sono sposata ieri. Ho toccato terra. Nulla più mi farà
deviare dalla strada che ho scelto: la mia volontà è chiara e pura, e io non desidero altro che
rendere felice quest'uomo così nobile! Io sono soddisfatta e in pace, eccitata e felice come
mai lo ero stata prima. Che Dio conservi il mio amore!
Mai parole furono meno profetiche. I due avevano poco in comune e le rare licenze di Gropius
mal si accordavano col carattere incostante di Alma.
All'inizio lei sembrava soddisfatta della sua condizione di sposa: era nuovamente incinta e
questa condizione le aveva permesso di appianare i difficili rapporti con la suocera.
Fu in quel periodo che i giornali riportarono la notizia della morte in battaglia di Oskar Kokoschka. La reazione di Alma non fu delle più nobili. Ecco come la racconta il pittore nella sua autobiografia:
"Quando fui gravemente ferito in guerra e nei quotidiani di Vienna venne annunciata la mia morte, Alma non si fece alcuno scrupolo di far portare via dal mio studio, di cui aveva la chiave, sacchi pieni delle sue lettere. La guerra rende duri. A me sembrò un gesto cinico, in contrasto con la sua natura appassionata. Se penso con che batticuore aspettavo ogni mattina il postino che mi portava ogni giorno una lettera d'amore! Mi importò meno che avesse preso anche gli schizzi e i disegni che avevo lasciato nello studio. […] Naturalmente non sapeva che qualcuno dato per morto potesse ritornare. Così spiegai poi a me stesso quanto era accaduto; anch'io, del resto, dimenticai in parte, nella carneficina della guerra, la sua esistenza. La notizia del suo secondo matrimonio mi raggiunse in ospedale a Vienna e, con una buona dose di malignità, cercavo di calcolare quanto sarebbe durato. Non sapevo neppure se io stesso sarei sopravvissuto: moralità, compostezza, convinzioni erano sopraffatte dall'anarchia che regnava dentro e fuori. Niente aveva importanza, a eccezione del quotidiano numero di morti annunciato dai bollettini di guerra. Non potevo più pensare alla felicità e all'amore. Alcuni però stavano bene anche durante la guerra, a giudicare dalle statistiche di natalità. Ero ancora in ospedale quando seppi che era incinta. Non so perché, ma mandai il mio vecchio amico e protettore Adolf Loos, che era profondamente addolorato dalla gravità delle mie condizioni, a chiederle di venirmi a trovare." (Oskar Kokoschka, "La mia vita")
Alma rispose a Loos con un arrogante rifiuto dal sapore superomistico: Chi ha bisogno di aiuto, non merita di riceverne. Kokoschka guarì, ripartì per la guerra, fu nuovamente ferito e di nuovo lei rifiutò di visitarlo: Oskar Kokoschka per me è diventato un'ombra estranea. Non mi interessa più da nessun punto di vista. Eppure l'ho amato!

Alma Gropius, 1916 (foto di Madame d'Ora)
Alma, da quanto scriveva, o meglio non scriveva, sul suo diario era del tutto disinteressata non solo a Kokoschka ma tutto ciò che riguardava la sanguinosa guerra che coinvolgeva il marito in prima persona. Nel suo diario, per tutto il 1916, non si trova il minimo accenno al conflitto. Il 5 ottobre 1916 ad Alma nacque una bimba, che fu battezzata Alma Manon Anna Justina Carolina Gropius, ma che fu poi sempre chiamata Manon, lo stesso nome della suocera di Alma, oppure col soprannome di Mutz. Gropius non poté essere presente al parto, in quanto impegnato al fronte, ma le mandò in dono un quadro di Edvard Munch, Notte d'estate sulla spiaggia. La tela, molto ammirata da Alma, era di proprietà di Karl Reininghaus, un collezionista amico della coppia, Gropius lo pregò di vendergliela e Reininghaus, saputo che era un dono alla moglie per la nascita della figlia, gliela regalò.

Edvard Munch - Notte d'estate sulla spiaggia (1902-1903)
Né la devozione di un Gropius troppo lontano né l'accudimento della neonata furono però sufficienti a placare Alma, sempre alla ricerca di nuove emozioni. In quei giorni confidò al suo diario: Sono nauseata da questa esistenza provvisoria. Qualche volta mi sento assalita dalla voglia di fare qualcosa di male… Ci sono tanti peccati che meriterebbero di essere commessi! Nient'altro che un po' di male! Il mio amore per Walter Gropius si è trasformato in un oscuro e tiepido sentimento coniugale. Non si può vivere un matrimonio a distanza. Alma ricostituì a Vienna il suo salotto, frequentato da vecchi amici, come Alban Berg, Arnold Schönberg, Gustav Klimt, ma anche da celebri scrittori come Arthur Schnitzler e Hugo von Hofmannsthal. Il giovane poeta Franz Blei iniziò a corteggiarla ma fu un altro scrittore già piuttosto celebre, Franz Werfel, all'epoca ventisettenne, a suscitare l'interesse di Alma.

Alma Mahler e Franz Werfel, 1919
A prima vista sembra impossibile trovare due persone più diverse di Alma e della sua nuova fiamma. Werfel era nato nel 1890 a Praga, dove suo padre possedeva una grande fabbrica di guanti. Era ebreo, socialdemocratico, pacifista: tutte cose che Alma detestava. All'inizio della guerra, nel 1914, era stato arruolato come sottufficiale di artiglieria, e si era ferito volontariamente saltando da una funicolare. Era stato deferito al tribunale di guerra sotto l'accusa di autolesionismo, ma, grazie all'intervento del conte Heinrich Kessler che ammirava la sua poesia, era stato nominato addetto stampa dell'esercito a Vienna. Questo impegno poco gravoso gli dava la possibilità di dedicarsi alle cose che più amava: le donne, l'opera e, in generale, tutti i piaceri della vita. Ad Alma piacque subito moltissimo; era un brillante conversatore e lei lo descrisse come "un uomo un po' tarchiato, con le labbra sensuali, occhi grandi, di un blu molto bello, e ha una fronte alla Goethe". Per farla breve, nel giro di tre mesi, Alma riuscì a sedurre il poeta, più giovane di lei di undici anni. Ancora pochi mesi e gli annunciò di aspettare un bambino da lui, anche se nemmeno lei sapeva in realtà chi fosse il padre. Il bambino nacque prematuro, il 2 agosto 1918. La mattina di due giorni dopo, Alma stava parlando al telefono con Werfel per decidere insieme il nome da dare al neonato. Improvvisamente, nella camera della clinica dove era ricoverata, entrò il marito e comprese la situazione.
L'anno seguente fu piuttosto confuso, e non solo per Alma. La guerra era finita con la sconfitta
degli imperi centrali ed Alma commentava: "In quel periodo crollava la monarchia. Ma tutto ciò
non mi toccava da vicino: ho appena notato quell'avvenimento di importanza mondiale".
La donna era più presa dai problemi personali: la preoccupazione per la salute del piccolo
Martin, che morirà dieci mesi dopo a causa di un idrocefalo, e soprattutto il dover scegliere
cosa fare. Gropius era disposto anche a perdonarla oppure a concederle il divorzio,
mantenendo l'affidamento di Manon. Werfel le dichiarava il suo amore. Ad un certo momento
lei pensò persino di ritornare con Kokoschka e andò a cercarlo a Berlino, senza successo.
Alla fine, Alma scelse Werfel: "Franz è come un uccellino piccolo piccolo, nella mia mano, con
il cuore che batte molto in fretta, gli occhi inquieti, e io lo devo proteggere dalle intemperie e
dai gatti."
Alma e Gropius raggiunsero un accordo sui termini del divorzio. Gropius, come di consueto, si
comportò da vero gentiluomo e si assunse tutte le colpe della separazione. Giunse a inscenare
un vero e proprio spettacolo di vaudeville facendosi scoprire una stanza d'albergo in
compagnia di una prostituta, con tanto di investigatori privati, interrogatorio di testimoni e
testimonianze giurate. Con un completo ribaltamento dei fatti, fu lui ad essere giudicato
colpevole di infedeltà coniugale davanti al tribunale. Il divorzio avvenne l'11 ottobre 1920 e ad
Alma fu concesso l'affidamento di Manon, con l'accordo che Gropius avrebbe potuto
incontrarla ogni volta che lo desiderasse.
Alma e Werfel non si sposarono subito dopo il divorzio da Gropius, ma solo l'8 luglio del 1929,
dopo anni di battibecchi e di riconciliazioni.
Gli anni immediatamente successivi passarono senza grandi avvenimenti, a parte i viaggi in
Italia e in Medio Oriente. Da questo viaggio Werfel trasse l'ispirazione per il suo libro più
famoso, I quaranta giorni del Mussa Dagh, sul genocidio armeno da parte dei turchi.

Franz Werfel era in quel momento il più celebre scrittore austriaco e Alma, che pativa il sentirsi invecchiare, manifestava unicamente preoccupazioni per la vivace vita sentimentale e i ripetuti matrimoni della figlia Anna. In quel periodo il salotto di Alma era diventato il più importante di Vienna. Alma si era legata al cancelliere Schuschnigg e al suo ambiente conservatore e clericale, e nella sua casa, si davano appuntamento personalità non solo dell'ambito artistico e culturale ma anche del governo, della chiesa e della diplomazia. Elias Canetti, il futuro premio Nobel per la Letteratura, nel terzo volume della sua autobiografia, diede un impietoso ritratto della padrona di casa e di uno dei suoi ricevimenti, avvenuto nel 1933:
Alma Mahler era lì in piedi e si sedette pesantemente: una persona in stato d'ebbrezza, molto più vecchia della sua età, circondata da tutti i trofei che aveva raccolto. La stanza in cui riceveva era infatti sistemata in modo che il visitatore avesse a portata di mano i pezzi più importanti di tutta una carriera: non c'era nulla che potesse sfuggire alla vista, la stessa Alma era il cicerone di quel museo privato. A meno di due metri da lei si trovava la vetrina in cui era esposta la partitura della Decima sinfonia di Mahler, rimasta incompiuta. L'ospite era invitato a osservarla, si alzava, si avvicinava e leggeva le disperate invocazioni del malato - era la sua ultima opera - alla moglie: «Almina, mia amata Almina!» e altre simili. La partitura era aperta su quelle pagine terribilmente intime. Doveva essere un mezzo collaudato per far colpo sui visitatori. Io lessi quelle parole tracciate dalla mano di un moribondo e guardai la donna alla quale erano dirette. Per lei, ventitré anni dopo, era come se fossero state appena scritte. Chi osservava quel cimelio era tenuto a dedicarle uno sguardo di ammirazione, uno sguardo cui lei aveva diritto per l'omaggio che il moribondo le aveva reso nelle ore dell'agonia; e lei era così sicura dell'effetto di quelle parole estreme che il suo sorriso insensato si allargava in un ghigno e con quel ghigno accoglieva l'omaggio. Non avvertì nulla dell'orrore e del disgusto che avevo negli occhi. Io non sorridevo, ma lei interpretò erroneamente la mia espressione seria come un segno della devozione dovuta a un genio morente; e poiché tutto avveniva in quella specie di cappella votiva che Alma aveva eretto alla propria felicità, anche la devozione le apparteneva. Ma era venuto il momento del quadro che stava appeso alla parete proprio di fronte a lei, un ritratto di Alma, dipinto pochi anni dopo le ultime parole del compositore. L'avevo notato subito, mi era rimasto negli occhi da quando ero entrato; aveva un che di feroce, di minaccioso, e la partitura aperta mi aveva talmente sbigottito che lo sguardo mi si confuse e il quadro mi apparve come il ritratto dell'assassina del compositore. Non ebbi il tempo di respingere questo pensiero perché Alma Mahler si alzò, fece tre passi verso la parete e, stando davanti a me e indicando il quadro, disse: «E questa sono io, dipinta da Kokoschka come una Lucrezia Borgia».

Oskar Kokoschka - Alma Mahler come Lucrezia Borgia
Era un'opera del periodo migliore di Kokoschka. Alma Mahler alzò subito un muro tra sé e il pittore, che era ancora vivo e attivo, aggiungendo compassionevolmente: «Poveretto, non ha fatto molta strada!». Kokoschka aveva ormai abbandonato la Germania, dove era all'indice come «artista degenerato», ed era andato a Praga per fare il ritratto al presidente Masaryk. Ero così stupito per quell'osservazione sprezzante che non potei trattenere una domanda: «In che senso non ha fatto molta strada?». «Ma sì, adesso è a Praga, non è che un povero emigrante. Non ha più dipinto niente di buono»; e con uno sguardo alla Lucrezia Borgia aggiunse: «Allora sì che era bravo. Questo quadro fa paura a tutti». Anch'io avevo avuto paura, ma adesso ne avevo ancora di più nell'apprendere che il pittore non aveva fatto molta strada. Il suo apice lo aveva toccato con le varie raffigurazioni della sua Lucrezia Borgia, e adesso, poveretto, era solo un fallito, perché non piaceva ai nuovi padroni della Germania, e il fatto che il presidente Masaryk posasse per lui contava poco o niente. Ma la vedova non accordò troppo tempo al secondo trofeo perché pensava già al terzo, che non era presente nel sacrario e che desiderava mostrarmi. Batté le sue mani adipose e gridò: «Ma dove si è nascosta la mia Mutz?». Dopo pochi istanti una gazzella entrò in punta di piedi nella stanza, un'esile creatura bruna, travestita da ragazzina, incontaminata dalle meraviglie in mezzo alle quali si trovava, così innocente da apparire più giovane dei sedici anni che poteva avere. Più che bellezza, irradiava intorno a sé timidezza, come una gazzella angelica venuta dal cielo, non dall'arca. Io balzai in piedi per impedirle di entrare in quell'antro dei vizi o almeno per risparmiarle la vista dell'avvelenatrice appesa alla parete, ma costei, che non smentiva mai il suo personaggio, aveva già preso inesorabilmente la parola: «Bella, eh? Le presento Manon, figlia mia e di Gropius. Non ce n'è un'altra come lei. Tu, Anneri, non la invidi, vero?... Che male c'è ad avere una bella sorella? Buon sangue non mente. Lei ha mai visto Gropius? Alto, bello. Proprio quello che si dice un vero ariano. L'unico uomo fatto su misura per me dal punto di vista razziale. Tutti gli altri che si sono innamorati di me erano piccoli ebrei, come Mahler. Io vado bene per gli uni e per gli altri. Adesso puoi andare, Mutz. Ancora un momento. Sali un po' a vedere se c'è Franzi. Se sta scrivendo, non lo disturbare. Ma se non è occupato, digli di scendere». Manon, il terzo trofeo, scivolò via dalla stanza, incontaminata com'era venuta, l'incarico affidatole non sembrava esserle di peso. Provai un grande sollievo al pensiero che nulla potesse toccarla, che sarebbe rimasta sempre com'era adesso, che non sarebbe mai diventata come sua madre, come il viso velenoso del quadro o la vecchia donna disfatta sul divano con i suoi occhi vitrei. (Non sapevo in che modo orribile avrei avuto ragione. A distanza di un anno l'agile gazzella era una povera paralitica e veniva portata in giro sulla carrozzella, accompagnata dal chiacchierio di sua madre, ancora lo stesso chiacchierio. Dopo un altro anno era morta)."

Johannes Hollnsteiner
Nel 1934 avvenne quella che Werfel definì "l'ultima follia di Alma". La donna, ormai cinquantacinquenne, conobbe un prete, il teologo Johannes Hollnsteiner, che alcuni pensavano avrebbe potuto ambire a diventare il prossimo cardinale di Vienna. Tra i due si creò un fortissimo legame, probabilmente non solo platonico. Alma andava ogni giorno a messa e si confessava da lui assiduamente; i due si incontravano anche nell'appartamento del prete. Nel diario, che sui rapporti con Hollnsteiner subì molte censure, scrisse: "Tutto in me chiede soltanto di sottomettersi a lui, ma è necessario che reprima i miei desideri. È il primo uomo che mi abbia veramente conquistata". "Hollnsteiner o è un angelo oppure uno scellerato. Per rispetto di me stessa, ho deciso di considerarlo un angelo". Il seguito risulta cancellato. Riporta anche le parole dell'uomo: "Io non sono mai stato vicino ad alcuna donna. Lei è la prima e sarà anche l'ultima". Affermazione che si dimostrerà palesemente falsa quando, alcuni anni dopo, getterà la tonaca alle ortiche e si sposerà. Quello che è certo è che Hollnsteiner ebbe una pessima influenza su Alma. L'uomo era filonazista e antisemita e la convinse a vedere in Hitler "un autentico idealista tedesco". Consigliata da Hollnsteiner, Alma non battè ciglio quando le autorità tedesche ordinarono il rogo delle opere di Werfel e proibirono la musica di Mahler, "musica ebraica degenerata", e nemmeno quando assalirono la sede del Bauhaus fondato da Gropius e considerato "fucina di cultura bolscevica". Ai turbamenti politici si unì una improvvisa tragedia personale. Mentre Alma e Manon erano in vacanza a Venezia, la ragazza contrasse la poliomielite e dopo un anno di malattia morì a causa di complicanze polmonari. Manon Gropius fu una persona di tale gentilezza verso le persone e amore per gli animali da essere paragonata a un angelo o a san Francesco. Alban Berg le dedicò il Concerto per violino (1935), noto come Alla memoria di un angelo e un capitolo dell'autobiografia di Canetti si intitola Funerale di un angelo. Anche in questo caso lo scrittore non mancò di far sentire il disprezzo, quasi la repulsione, che provava per Alma e per il suo circolo di amici: "Venne sfruttata ogni possibilità di qualche effetto. Era presente tutta Vienna, almeno la Vienna degna di essere ricevuta alla Hohe Warte [la casa di Alma]. Erano arrivati però anche altri che speravano sempre di venire invitati, ma non vi erano mai riusciti: non si può impedire alla gente di assistere a un funerale".

Manon Gropius
Passarono pochi anni e il mondo di Alma andò del tutto in frantumi. Mentre era in viaggio in
Italia col marito la raggiunse la notizia che il cancelliere austriaco Schuschnigg si era recato da
Hitler e che l'annessione dell'Austria alla Germania nazista era prossima.
Werfel, noto ebreo di sinistra, fu fortunato di non trovarsi a Vienna in quel momento in cui
giovani facinorosi lo avrebbero di certo ricercato per malmenarlo o peggio, ma non rivedrà più
il suo paese.
Alma rientrò nella capitale austriaca solo per lasciarla pochi giorni dopo, insieme alla figlia
Anna, nei confusi momenti dell'Anschluss, il 12 marzo 1938.
Werfel e la moglie, ormai dei profughi, si trasferirono prima a Londra e poi in Francia, dove
furono colti dagli avvenimenti bellici del 1940. Solo una fuga rocambolesca attraverso i Pirenei
permise loro di raggiungere la Spagna e di qui il Portogallo e infine di imbarcarsi per gli Stati
Uniti.
Mentre si trovavano a Lourdes, nei pressi del confine spagnolo, l'ebreo Werfel, impaurito e in
preda a una crisi religiosa, fece voto di scrivere un romanzo sulle apparizioni della Madonna a
Bernadette, se fosse riuscito a salvarsi.
A New York, dove aspettava l'arrivo della nave, Klaus Mann, il figlio maggiore di Thomas, vide
sbarcare un intero carico di intellettuali tedeschi e profughi austriaci. Li trovò generalmente in
buone condizioni, riposati dopo il lungo viaggio per mare. Scrisse: "Solo Alma Mahler Werfel
sembrava un po' giù. Ha tutta l'aria di una regina decaduta".
Chi ebbe il destino peggiore dall'annessione austriaca alla Germania nazista fu Gretel, la
sorella (o più probabilmente sorellastra) di Alma, che dopo un matrimonio infelice e diversi
tentativi di suicidio, era ormai da anni ricoverata al Bonvicini Sanatorium di Tulln an der Donau,
una clinica per malati di mente. La donna fu una delle centinaia di migliaia di vittime del
sistematico programma di sterminio nazista nei confronti delle persone con malattie mentali
e disabilità fisiche o intellettuali, considerate dal regime Lebensunwertes Leben, "vite indegne
di essere vissute".
Non si sa se Alma venne a conoscenza del destino della sorella che per lei era comunque
morta da anni: non le dedicò mai una sola parola nei suoi diari né nella sua autobiografia.

Franz e Alma Werfel a Beverly Hills, circa 1944
Franz e Alma Werfel si stabilirono a Beverly Hills. Fedele al suo voto, Werfel si mise subito al lavoro e nel 1941 pubblicò Il canto di Bernadette. Il libro ebbe un enorme successo e fu trasposto nel film Bernadette, del 1943. Pare che, nonostante tutte le sue traversie, Alma mantenesse le sue opinioni politiche filonaziste. Albrecht Joseph, segretario personale di Werfel raccontò di aver assistito ad un litigio tra lo scrittore e la moglie:
"La lite riguardava le notizie, che, come al solito, erano piuttosto brutte. Alma sosteneva che non poteva essere altrimenti poiché gli Alleati - l'America non era ancora in guerra - erano dei deboli e dei degenerati, i tedeschi, incluso Hitler, dei superuomini. Werfel non lasciò correre questa sciocchezza, ma Alma non cedette. La lite senza senso durò per circa dieci minuti, poi Werfel mi diede una pacca sulla spalla e disse: "Andiamo giù e lavoriamo". A metà della stretta scala a chiocciola, si fermò, si voltò verso di me e disse, con un pizzico di vera tristezza: "Cosa si deve fare con una donna del genere?" Suonò piuttosto bonario, ma non c'era traccia di umorismo nella sua voce. Era disperato. Ho provato qualche debole spiegazione. Scosse la testa e disse: Bisogna solo ricordare che è una donna anziana."
Il 25 agosto 1945, Werfel morì. Non aveva ancora cinquantacinque anni ma aveva avuto la gioia di aver assistito alla caduta della Germania nazista e alla morte di Hitler. Una settimana dopo la sua morte finì la Seconda guerra mondiale. Al suo funerale parteciparono tra gli altri Thomas Mann, Otto Klemperer, Igor' Stravinskij, Otto Preminger, e Bruno Walter, che suonò al piano un brano di Schubert. Alma sopravvisse anche a questo nuovo lutto e, nel 1952, si trasferì a New York dove ricostruì una parte del suo mondo: un appartamento con una biblioteca, una stanza per la musica, il suo ritratto di Kokoschka, il ritratto di Mahler sul pianoforte e un incredibile quantità di opere d'arte.

Leonard Bernstein e Alma Mahler
Alma divenne l'inevitabile ospite d'onore a tutti i concerti nel cui programma c'era musica di Mahler. Nel 1959, Benjamin Britten le chiese e ottenne il permesso di dedicarle il suo Notturno per tenore e piccola orchestra. Gropius, ormai architetto al culmine del successo, andava a trovarla ogni volta che si trovava a New York. Un giorno le pervennero anche due righe da Kokoschka: era in città e avrebbe desiderato vederla. Lei esitò ma finì per negarsi. Kokoschka le mandò un telegramma, l'ultimo: "Cara Alma, siamo eternamente uniti nella mia Sposa del vento". Lei stessa ammise: "Io non ho mai veramente amato la musica di Mahler, non mi sono mai veramente interessata a ciò che scriveva Werfel - e non ho mai capito che cosa veramente facesse Gropius - ma Kokoschka sì, Kokoschka mi ha sempre colpita".
Alma morì di polmonite l'11 dicembre 1964, con la mano stretta a quella di sua figlia Anna. Ormai da qualche anno soffriva di diabete ma non aveva mai voluto curarsi dicendo che su trattava di una "malattia ebraica" e quindi non poteva colpirla. È sepolta in una semplice tomba a fianco di Manon Gropius, nel cimitero di Grinzing a Vienna.
Come disse di lei Franz Werfel: era stata "una delle pochissime maghe viventi".
Bibliografia:
Françoise Giroud, "Alma Mahler o l'arte di essere amata";
Oliver Hilmes, "Malevolent Muse. The Life of Alma Mahler";
Elias Canetti, "Il gioco degli occhi. Storia di una vita (1931-1937)".
