Una fantasia del dottor Ox

Fiamme e fiamminghi
Ricordate il gioco del "se fosse"? Lo facevamo da ragazzi.
Per indovinare un oggetto o una persona si ponevano delle domande indicanti delle affinità o delle similitudini.
Qui non c'è nulla da indovinare, ma il gioco delle similitudini è divertente e stimolante in sé. Ebbene questo se questo libro fosse una musica sarebbe La campanella di Paganini, vivace e trillante. Se fosse una bevanda sarebbe un boccale di birra fresca, chiara e spumeggiante. Se fosse un dolce sarebbe una tavoletta di cioccolato fondente allo zenzero, un po' amaro, pastoso e con una nota decisamente piccante. Se fosse di un altro autore sarebbe sicuramente di Mark Twain o di Charles Dickens. Insomma in una parola, nella lingua d'origine, un racconto petillant, frizzante come la Perrier o lo champagne.
Un testo breve che si fa leggere in pochissimo tempo, traboccante di intelligente ironia nella descrizione di ambienti, situazioni, personaggi. La trama, pur nella sua esilità, è in grado di scatenare associazioni mentali e quesiti, anche profondi, a valanga. Effetto miracoloso che solo agli scrittori davvero grandi riesce.
Nella città fiamminga di Quiquendone, sonnacchiosa e apatica, - dove la vita trascorre lenta e pacifica, senza mutamenti di alcun tipo a turbarla - capita un brillante scienziato, con assistente al seguito, che offre quale munifico dono, l'illuminazione per mezzo dell'ossigeno ossidrico. I lavori di separazione del gas dall'acqua richiedono tempo e la cosa non sarà immediata.
Intanto fra gli abitanti, prima flemmatici, pacifici, amabili e cordiali, comincia a serpeggiare una certa irritabilità, che va crescendo di frequenza e intensità; discussioni insolitamente animate, scontri verbali, insulti, polemiche pubbliche fino al culmine: la dichiarazione di guerra ad una città vicina per un affronto subito secoli addietro.
Questo è un Verne lontano dallo stereotipo proto-fantascientifico-avventuroso per il quale è conosciuto. Si tratta di un racconto lungo, dallo stile ironico, apparentemente leggero, ma i temi che tratta sono importanti. L'immobilismo apatico, secolare, della città di Quiquendone, dove nulla è mutato da secoli; dove non si prendono decisioni amministrative neppure per una torre che sta per crollare; dove i fidanzamenti durano dieci anni prima di concludersi con l nozze; dove persino i tempi delle opere musicali si dilatano in modo abnorme, rappresenta davvero la pace? E il fermento polemico che si diffonde fra gli abitanti è proprio davvero del tutto negativo? Certo la litigiosità esasperata dei cittadini, mutatasi in orgoglio nazionale esaltato, li sta portando sull'orlo della guerra. Ma cosa li ha fatti tanto cambiare? Il misteriodo dottor Ox e il suo esperimento per estrarre l'ossigeno hanno di certo un ruolo in tutto questo. Ma allora la scienza ha potere e colpa nel cambiamento del carattere e del comportamento umano? E fino a che punto lo scienziato ha il diritto di portare avanti i suoi esperimenti?
Come si vede temi che conservano tutta la loro validità ancora oggi.

Jules Verne (1828-1905)
Sfogliando il libro
Il borgomastro era un personaggio di cinquant'anni, né grasso né magro, né alto né basso, né vecchio né giovane, né rosso né pallido, né allegro né melanconico, né contento né annoiato, né energico né frollo, né fiero né umile, né buono né cattivo, né generoso né avaro, né coraggioso né poltrone, né troppo né troppo poco — ne quid nimis — un uomo moderato in tutto; ma dalla lentezza invariabile dei suoi movimenti, dalla mascella inferiore alquanto pendente, dalla palpebra superiore rilevata, immobile, dalla fronte liscia come una lastra d'ottone e senza una ruga, dai suoi muscoli poco sviluppati, un fisionomista avrebbe riconosciuto di leggieri che il borgomastro van Tricasse era la flemma personificata. Giammai, né per la collera nè per la passione, giammai una causa qualsiasi aveva accelerato i movimenti di quest'uomo od alteratone il volto. Giammai le sue pupille si erano alterate sotto l'influenza di un'irritazione anco passeggiera.
Egli era invariabilmente vestito di buoni panni, né troppo larghi, né troppo stretti che non riusciva mai a logorare. Era calzato di grosse scarpe quadrate a triplice suola ed a fibbia d'argento, che per la loro durata formavano la disperazione del calzolaio. Portava in capo un largo cappello che datava dal tempo in cui la Fiandra fu separata dall'Olanda, il che dava a quel venerabile indumento un'esistenza di quarant'anni. Ma che volete? Sono le passioni che logorano il corpo al par dell'anima, gli abiti al par del corpo, ed il nostro degno borgomastro, indolente ed indifferente, non si appassionava per nulla. Egli non logorava i panni né sé stesso, e perciò appunto era proprio l'uomo adatto ad amministrare la città di Quiquendone ed i suoi tranquilli abitanti.

Fu alle tre e quarantacinque minuti che van Tricasse accese la grossa pipa che poteva contenere un quartuccio di tabacco, e fu alle cinque e trenta cinque minuti che egli finì di fumare. In tutto questo tempo i due interlocutori non dissero parola.
Verso le sei, il consigliere, che procedeva sempre per pretermissione od aposiopesi, riattaccò il filo in questi termini:
«Dunque, risolviamo?...
— Di non risolver nulla, rispose il borgomastro.
— Dopo tutto credo che abbiate ragione, van Tricasse.
— Lo credo anch'io, Niklausse. Piglieremo una risoluzione riguardo al commissario civile quando saremo più illuminati sulla cosa: più tardi... non manca già un mese.
— E nemmeno un anno, rispose Niklausse spiegando il suo fazzoletto da naso di cui si servì del resto con molta discrezione.
Nuovo silenzio che durò una buona ora.
Nulla turbò questa nuova sosta della conversazione; nemmeno la comparsa del cane di casa, l'onesto Lento che, non meno flemmatico del suo padrone, venne a fare garbatamente un giro nel salotto. Degno cane! Un modello per tutte le creature della sua specie. Fosse anche stato di cartone, colle ruote alle zampe, non avrebbe fatto meno rumore durante la sua visita.
Verso le otto, dopo che Lotche ebbe recato la lampada antica di vetro smerigliato, il borgomastro disse al consigliere:
«Non abbiamo altri negozii urgenti da sbrigare, Niklausse?
— No, van Tricasse, ch'io mi sappia, nessuno.
— Per altro mi fu detto che la torre della porta di Audenarde minacciava rovina.
— È vero, rispose il consigliere, e non sarei meravigliato che un giorno o l'altro schiacciasse qualche passante.
— Eh! rispose il borgomastro, prima che accada tale disastro spero bene che avremo presa qualche risoluzione riguardo a questa torre.
— Lo spero, van Tricasse.
— Vi hanno per altro quistioni che urgono di più.
— Senza dubbio; la questione, per esempio, del mercato dei cuoi.
— Brucia sempre? domandò il borgomastro.
— Sempre, da tre settimane.
— Non abbiamo noi nel Consiglio deciso di lasciarlo bruciare?
— Sì, van Tricasse, e questo dietro la vostra proposta.
— Non era il mezzo più sicuro e più semplice di domare l'incendio?
— Senza dubbio.
— Ebbene, aspettiamo; non c'è altro?
— Non c'è altro, rispose il consigliere grattandosi la fronte come per assicurarsi che non dimenticava qualche affare importante.
— Ah! disse il borgomastro, non avete inteso parlare voi pure d'uno straripamento d'acqua che minaccia di inondare il basso quartiere di San Giacomo?
— Si, rispose il consigliere, anzi è un peccato che questa straripamento non sia avvenuto sopra il mercato dei cuoi, chè avrebbe certamente combattuto l'incendio, risparmiandoci molte spese di discussione.
— Che volete, Niklausse, rispose il degno borgomastro, non v'ha nulla di così illogico come gli accidenti; essi non hanno alcun legame fra di loro, e non è possibile, come si vorrebbe, approfittare dell'uno per attenuare l'altro.
Questa arguta osservazione di van Tricasse domandò un certo tempo per essere gustata dal suo interlocutore ed amico.
- To'! soggiunse alcuni istanti dopo il consigliere Niklausse, non parliamo nemmeno del nostro gran negozio!
— Quale negozio? Abbiamo adunque un negozio? domandò il borgomastro.
— Senza dubbio, l'illuminazione della città.
— Ah! sicuro, rispose il borgomastro, se la memoria non mi tradisce, volete parlare dell'illuminazione del dottor Ox?
— Ebbene?
— La va, Niklausse, rispose il borgomastro, si collocano già i tubi, e l'officina è interamente terminata.
— Forse ci siamo un po' affrettati in questa faccenda, disse il consigliere crollando il capo.
— Forse, rispose il borgomastro, ma la nostra scusa è che il dottor Ox fa tutte le spese della sua esperienza; non ci costerà un quattrino.
— In fatti questa è la nostra scusa, e poi bisogna bene camminare col nostro secolo. Se l'esperienza riesce, Quiquendone sarà la prima città delle Fiandre illuminata col gas ossi... ossi... come si chiama questo gas?
— Il gas ossidrico.
— Appunto, il gas ossidrico.

[...] è una città in cui da un secolo non ci fu l'ombra di discussione, in cui i carrettieri non bestemmiano, in cui i cocchieri non si dicono villanie, in cui i cavalli non si impennano, ed i gatti non graffiano, una città in cui il tribunale di polizia fa vacanza dal primo dell'anno all'ultimo! una città in cui non si piglia passione alcuna né alle arti, né ai negozi! una città in cui i gendarmi sono allo stato di miti ed in cui non fu fatto un processo verbale in cento anni; una città infine in cui da trecento anni non fu dato né un pugno, né uno schiaffo! Mastro Ygene, comprendete bene che tal cosa non può durare e che noi modificheremo tutto ciò.

Le immagini di Lorenz Frølich sono tratte dall'edizione J. Hetzel 1874
Fonte https://fr.wikisource.org/wiki/Une_fantaisie_du_docteur_Ox/Texte_entier
In francese con possibilità di traduzione
Gralli
