Undici

20.05.2026

Léontine venne dunque assunta come cuoca a Villa Lieta San Gaudenzio e già dal primo giorno poco mancò che non scoppiasse una rivolta. Se gli ospiti nel refettorio non presero a battere i cucchiai contro le scodelle era solo perché le loro mani tremavano troppo per farlo con la dovuta energia. Riuscirono comunque a far arrivare alla madre superiora le loro proteste, la maggior parte di essi restituì i piatti intatti - l'odore era stato sufficiente - i più audaci ne rovesciarono il contenuto sulla tavola o sul pavimento. Quei poveri vecchi non avevano torto, i cibi preparati dalla nonna erano veramente immangiabili, io lo sapevo per esperienza. Lei, a parte l'antica predilezione per le patate al forno, trangugiava qualsiasi cosa purché fosse calda e abbondante. Pensava che per gli altri fosse lo stesso. I primi tempi che stavo da lei quasi digiunavo e quando, spinta dalla fame, osavo assaggiare qualcosa venivo assalita da forti conati di vomito. Se la portinaia Rosetta non mi avesse soccorso mi sarei ammalata per denutrizione. Aveva la stessa età della nonna ed era, come diceva lo zio Minio, figlia d'arte perché sua madre Tina aveva ricoperto lo stesso incarico subito dopo la burrascosa partenza della Baldelli Iolanda. Era lei che si occupava dei ragazzini Strazzera quando Arcangelo era via per lavoro, li aveva cresciuti insieme a Rosetta che era diventata quasi una sorella per loro. Per questa ragione non aveva nessun timore ad affrontare la nonna che incuteva in tutti una certa soggezione. Per mia fortuna addivennero ad un onorevole accordo: Léontine le passava una somma settimanale, lei faceva la spesa e preparava il pranzo perché il tentativo precedente, quello di insegnarle a cucinare, era miseramente fallito. A Villa Lieta intervenne Suor Ignazia. Dapprima le affiancò una delle monache, poi ebbe un'idea luminosa: prese contatti con l' Istituto Superiore di Cucina Martino de Rubeis e si assicurò la presenza di un tirocinante che per qualche ora al giorno sovrintendesse al lavoro della cuoca ufficiale impedendole di combinare guai. Inutile dire che non imparò niente, si limitava a seguire scrupolosamente le istruzioni, ma nulla di più.

La nonna aveva voluto trovarsi un lavoro perché ora che aveva un figlio non voleva pesare sul fratello. Questi inutilmente aveva protestato che ciò non era affatto vero, guadagnava bene e grazie alla generosità di Arcangelo potevano contare anche su qualche risparmio per gli imprevisti. Egli le era grato per il lavoro che lei svolgeva in casa, a parte la cucina, e per la cura che si prendeva di lui che non era così indipendente come il fratello maggiore. Non ci fu nulla da fare. Appena mio padre, Vittorio, ebbe un anno prese la famosa licenza elementare e cominciò a fare la cuoca. Perché avesse scelto proprio quel lavoro rimane un mistero, lei sapeva benissimo di essere un disastro ai fornelli e sicuramente detestava mestoli e pignatte, eppure volle fare proprio quello. Lo zio Minio le aveva proposto altre cose, più consone alla sua preparazione culturale e alle sue doti, ma lei aveva sempre rifiutato. Se lo zio Mario era stato un enigma, la nonna Léontine non era certo da meno.

Appena aveva saputo di essere incinta lo aveva comunicato ai fratelli e, prima che questi aprissero bocca, aveva annunciato loro che quello non andava proprio bene e quindi era meglio che se ne andasse per la sua strada. Quello era mio nonno. Arcangelo e Settimio avevano capito chi era ed erano d'accordo, avrebbero voluto però che si prendesse almeno le responsabilità materiali, ma lei era stata irremovibile. La sua madrina del battesimo all'osteria, aveva fatto un errore - spesso le fate sbagliano le formule magiche - le aveva augurato di poter sempre scegliere in amore, ma aveva dimenticato di aggiungere bene, così Léontine aveva scelto sì, ma l'uomo sbagliato.

Il nonno, L.B. che è bene non nominare per svariate ragioni, era uno dei giovani universitari che frequentavano la loro casa: bello, brillante, povero, ambiziosissimo, debole di carattere. Il ragazzo era innamoratissimo della nonna perché, lei nonostante le sue modeste grazie, esercitava una grande attrattiva sugli uomini e sulle persone in generale. Il suo aspetto non era cambiato molto da quando era bambina: allampanata, portamento rigido, capelli crespi rossicci. Non si aiutava neppure con l'abbigliamento che definire sobrio sarebbe stato un eufemismo. I suoi occhi erano rimasti bellissimi, ma lo sguardo che rivolgeva alle persone era sempre indagatore e poco amichevole. Non era quel che si dice un tipo simpatico, scostante ai limiti della villania, sulle persone comuni incuteva un timore reverenziale, quelle di livello superiore ne erano soggiogate. Non era solo per la sua sfavillante intelligenza - come ebbe a dire una volta un suo maturo corteggiatore, quando era già in età avanzata - era piuttosto per una sorta di forza magnetica, qualcosa che somigliava all'ipnotismo e che costringeva a seguirla. Un collega dello zio Settimio mi disse una volta che mia nonna aveva l'aspetto di un ronzino recalcitrante, ma era la donna più affascinante che avesse mai conosciuto. Io credo che il segreto del suo fascino risiedesse nella voce, calda, ben modulata, ricca di vibranti sfumature sonore, difficile da descrivere a chi non l'avesse mai ascoltata: flauto magico l'aveva definita un altro corteggiatore, respinto con durezza, quanto era molto giovane. Una mia piccola amica mi disse un giorno che mia nonna era molto antipatica, ma che le fiabe che cantava erano bellissime. Usò proprio il verbo cantare e credo che non si potesse trovare un termine migliore. Secondo lei era una fata travestita da strega per non farsi riconoscere da quelli cattivi. L'incanto della sua voce però si manifestava solo quando parlava di cose serie o elevate - e le fiabe erano fra queste - nella conversazione ordinaria era aspra, con toni striduli perfino, se l'interlocutore la infastidiva. Non ho mai saputo se questi diversi usi del suo modo di parlare fossero consapevoli o no.

L.B. era concupito anche dalla bella Ada - figlia unica di un noto industriale farmaceutico - che saltuariamente frequentava casa Strazzera non per motivi intellettuali, ma per ragioni venatorie essendo la caccia al bel ragazzo il suo sport preferito. Lo strinse d'assedio con tutte le armi della seduzione di cui disponeva, ma quella che lo fece capitolare non fu propriamente una sua dote personale. Léontine aveva osservato tutte le manovre e aveva compreso, quando purtroppo era già incinta, che uno così era meglio lasciarlo perdere. Il giovane infatti, ancora ignaro della prossima paternità, aveva preso a pencolare fra lei e la bella Ada la cui attrattiva più forte era la posizione del padre. Da Léontine avrebbe avuto una vita intensa fatta di amore e complicità, di stimoli intellettuali, di ricchezza culturale; da Ada denaro e prestigio sociale, scelse questi ultimi. Ma ancor prima di formulare a parole la decisione a se stesso e a Léontine, questa lo aveva già cacciato a calci dichiarandogli che non era degno del figlio che portava in grembo e che lei lo avrebbe allevato facendo a meno della sua collaborazione.

La provvidenziale Rosetta, che non era sposata, appena mia madre fu assunta alla Villa, accettò con entusiasmo di occuparsi di mio padre Vittorio coadiuvata dallo zio Minio e dal suo compagno Gabriele quando erano liberi da impegni accademici. Lei si occupò dell'educazione sentimentale e sensuale del bambino: coccole, baci e manicaretti erano la sua specialità. Gabriele, che era un grande sportivo, gli insegnò a nuotare, a giocare a tennis, ad andare in barca a vela. Lo zio Settimio si occupava della parte intellettuale, rettificava tutte le belinate che trovava nei libri di testo del nipote e gli forniva interessanti integrazioni sulle diverse materie. Curava anche l'aspetto grammaticale e sintattico del discorso e l'arricchimento del lessico, secondo la sua massima aurea: una parola nuova al giorno toglie l'ignoranza di torno. Quando il bambino accompagnava la madre alla Villa suor Ignazia, che lo trovava disastrosamente impreparato in matematica, provvedeva a colmare le lacune con l'aiuto di qualche scappellotto. Per consolarlo gli raccontava aneddoti divertenti, spesso di sua invenzione, sui filosofi. Sua madre curava l'aspetto fantastico - immaginativo: fiabe da tutto il mondo e poesia. Fino a che Vittorio non ebbe sedici anni furono tutti e cinque, più una, molto felici. Non è da tutti avere due madri e due padri e un castigamatti (Ignazia) ciascuno con un ruolo specializzato: diverse istantanee scattate in vari periodi lo testimoniano. In esse si vede Vittorio piccolissimo che tira la coda al paziente, grasso gatto di Rosetta, che la stringe al collo con la guancia paffuta premuta sulla sua, che armeggia ai fornelli con lei, in piedi su uno sgabello. Al mare mentre spruzza l'acqua in faccia a Gabriele o mentre si tuffa da uno scoglio sotto il suo sguardo insieme ansioso e compiaciuto. A cavalcioni sulle spalle di Settimio o sulle sue ginocchia mentre guardano insieme un libro. Coricato sul tappeto mentre la mamma gli legge una fiaba, seduto al tavolo, a scrivere, con Léontine alle spalle che lo sorveglia. Sulla grande terrazza della Villa che conta sulle dita con Ignazia.

All'improvviso tutto cambiò, Vittorio divenne ombroso, scorbutico, scostante. La confidenza e l'affetto per i suoi multigenitori sembravano essersi dileguati, dapprima si pensò ad una normale crisi adolescenziale, poi Rosetta scoprì la verità. Qualche anima buona gli aveva soffiato velenosamente il sospetto di essere figlio di un incesto, aggiungendo per buon peso che il suo zio - padre era un buliccio - termine dialettale non proprio elegante per definire l'omosessuale - e che se la faceva con Gabriele; che Rosetta e Léontine, poi, fossero due bagasce andava da sé. Rosetta, con la naturale attitudine investigativa delle portinaie, riuscì a scoprire l'autrice della sordida maldicenza: la vedova Tagliavacche, a beghinn - a de l'urtìmo ciàn , la bigotta dell'ultimo piano. L'indomani, in una giornata scura e piovosa, la signora usciva di casa indossando un paio di vistosi occhiali neri, a chi gliene chiedeva il motivo rispondeva che aveva battuto contro una porta. Rosetta, se era presente, non mancava di raccomandarle prudenza. Poi, siccome le disgrazie non vengono mai sole, dopo tanti anni, colpito da un improvviso attacco di paternità, si ripresentò il dottor L.B. Il Consiglio di Famiglia, dopo accesa discussione, deliberò che non era bene privare un ragazzo del padre naturale - anche se stronzo, commentò Rosetta - ritenendo che la sua frequentazione lo avrebbe aiutato a superare l'angoscia in cui, quélla bagascia da beghinn - a, è sempre Rosetta che parla, lo aveva gettato. Vittorio dunque cominciò a frequentare il padre e ad usufruire di tutti i vantaggi e i privilegi che questi poteva offrirgli, sembrò riacquistare serenità, ma i suoi genitori, tutti e quattro più uno, avevano qualche dubbio.

Mio nonno, che non ho mai conosciuto, dunque aveva seguito la bella Ada ed era stato accolto a braccia aperte nella nuova famiglia. Non portava denaro, ce n'era già abbastanza, ma giovinezza e spirito di iniziativa che invece non sono mai troppi. Il suocero aveva subito compreso di aver trovato un valido collaboratore e un degno successore perché sulla sua unica bella figlia non si poteva contare. Non era interessata all'azienda di famiglia e anche se lo fosse stata non avrebbe avuto le capacità. Il suo ruolo era quello di brillare alle feste e ai ricevimenti di affari, di intrattenere soci e futuri soci, compratori attuali e potenziali e relative consorti più o meno legittime. Il volonteroso genero aveva abbandonato gli studi classici - con gran dispiacere dei suoi maestri che gli avevano preconizzato un fulgente avvenire accademico - e conseguito una laurea in farmacia a tempo di record per la gran soddisfazione dei parenti acquisiti e della facoltà universitaria che aveva potuto risolvere diversi problemi economici. Gli anni erano passati, L.B. aveva avuto una figlia, meno bella della madre ma più intelligente. Aveva contribuito alla prosperità della ditta che era entrata a far parte di una grande multinazionale, aveva ottenuto mansioni prestigiose e assai redditizie. Per un certo periodo aveva ricoperto anche una carica politica, giusto il tempo di sistemare un problema relativo a certe forniture di fertilizzanti che avevano creato qualche fastidio all'ambiente e che alcuni giornali, esagerando, avevano definito disastro ecologico. Da molto tempo viveva in Germania dove era la sede centrale della Società, ma si spostava frequentemente un po' in tutto il mondo. Era ancora giovane, aveva conservato la sua avvenenza e la sua energia, come potevano testimoniare molte sue care amiche. Al culmine della carriera era divenuto, alla morte del suocero, padrone di un'immensa fortuna. Forse per questo, non avendo altro da desiderare, gli era tornato in mente quel figlio mai conosciuto. La famiglia legittima inoltre non gli dava molte gioie. La figlia sputava sul suo denaro e contestava le sue attività facendogli guerra dall'interno di un'associazione ecologica mondiale. La moglie, precocemente sfiorita, era diventata la caricatura di se stessa, sfigurata dalla chirurgia plastica aveva cominciato a bere e, nell'illusione di esercitare la sua seduzione come un tempo, andava di nuovo a caccia di bei giovani, a pagamento però.

Vittorio non seppe resistere alle lusinghe del Paese dei Balocchi: il suo ambiente di nascita gli sembrò angusto e meschino, i suoi famigliari, naturali e acquisiti, ingenui e patetici. Dopo aver conseguito la maturità se ne andò col padre che gli era venuto incontro con un cesto carico di denaro, potere, bella vita. Studiò, lui sul serio, nelle più qualificate università internazionali. Ormai non serviva più conoscere la chimica e la farmacologia - la Società era in grado di pagare i migliori esperti - la competenza necessaria era quella economica e finanziaria ed egli la raggiunse affiancando validamente il padre come questi aveva fatto col suocero. Vedeva qualche volta Greta, la sorellastra, sempre fuori però perché da tempo lei non frequentava la famiglia. Provò subito simpatia per questa ragazza, che aveva quasi la sua stessa età, pur non condividendo la sua visione del mondo; forse il suo entusiasmo e i suoi ideali gli ricordavano quelli di coloro che aveva lasciato in patria. Anche lei ricambiò, si era fatta l'idea che quel fratello piovuto dal cielo non era del tutto perduto e poteva essere recuperato ad un'umanità più autentica. Fu un'impresa nella quale non ebbe alcun successo.

La partenza di Vittorio aveva lasciato un gran vuoto in tutti i suoi cinque genitori. Ciascuno con le risorse di cui disponeva, raccolse i cocci del proprio cuore spezzato - come mi disse Rosetta che leggeva romanzi sentimentali - e cercò di tirare avanti. Per uno strano, tacito accordo nessuno parlò più di lui, Léontine fece sparire ogni sua traccia, inscatolò tutto quello che il figlio aveva lasciato e lo seppellì in cantina. La vita andava avanti monotona e senza scosse. Il ragazzo non aveva spezzato del tutto il legame con i suoi variegati genitori, mandava qualche notizia dapprima sui suoi studi, poi sulle sue attività di lavoro, delle cartoline dai suoi lussuosi viaggi, qualche fotografia, gli auguri per le feste natalizie. Di quando in quando inviava dei regali che non venivano neppure aperti. Rosetta lasciava ammucchiare i pacchi in portineria poi quando diventavano ingombranti li dava in beneficenza, ma non ai preti ci teneva a precisare. Capitò una volta che uno di questi arrivò all'Ospedale dei Bambini; il medico incaricato delle donazioni quando lo aprì restò di stucco, dentro c'era il quadro di un famoso pittore contemporaneo, morto da poco, di scarso rilievo artistico ma di grande valore pecuniario. Per onestà lo riportò indietro, fu complimentato per la correttezza e se ne tornò all'ospedale con il quadro ancora sottobraccio. Con il ricavato della vendita all'asta si poté ristrutturare un intero reparto di chirurgia pediatrica.

Vittorio tornò alla sua vecchia casa diversi anni dopo, giovane brillante manager, in occasione di un convegno internazionale che si teneva nella nostra città. La mattina che si presentò alla portineria Rosetta stava smistando la posta, lo vide con la coda dell'occhio e continuando il suo lavoro gli indirizzò il solito buongiorno-signore-desidera? poi si voltò e lo vide. Quando mi raccontò quell'incontro, e lo fece più di una volta, si servì di metafore sempre diverse. Mi disse di aver avuto la sensazione di essere stata colpita da un fulmine, di aver ricevuto una bastonata sui ginocchi per quanto le tremavano le gambe, di aver sentito uno scoppio nel petto, ma forse la migliore, la più barocca fu la seguente: il cuore mi era saltato in bocca e avevo dovuto masticarlo per farlo andar giù. Doveva davvero aver inghiottito il cuore perché al suo: « Sono io, Rosetta, Vittorio! Non mi riconosci? » rispose con gelida formale cortesia: « Oh signor Strazzera. È tornato, come sta? ». Poi aggiunse: «La signorina Léontine e il professore non sono in casa, sono all'ospedale ad assistere il professor Gabriele Costa che è stato operato - e velenosamente rincarò - Se lo ricorda? ». Poi riprendendo il suo lavoro gli disse che avrebbe trovato i signori Strazzera nel tardo pomeriggio al loro ritorno dall'ospedale. Non lo fece entrare nel suo alloggio e non gli offrì neppure un caffè, dichiarò soddisfatta della sua vendetta.

Non posso riferire quali furono le reazioni di mio padre a quell'accoglienza, non so se parlò con qualcuno di quell'incontro, se lo fece, e ne dubito, si trattava sicuramente di persone che non conoscevo o con cui non potevo venire in contatto. Subito dopo si diresse a Villa Lieta , su questo le testimonianze Rosetta-Ignazia sono concordi. La sua lussuosa auto era carica di regali per i vecchi e le suore, in tasca aveva un cospicuo assegno da consegnare alla Madre Superiora, secondo quanto aveva detto a Rosetta prima di lasciare la portineria. Suor Ignazia andò personalmente a riceverlo al portone e quando se lo trovò davanti, senza permettergli di dire neppure buongiorno, lo inviò al solito indirizzo, quello raccomandato dal commendator Canepa - che deve essere un luogo molto affollato - e gli sbatté il pesante battente sul muso per dirla con le sue parole. Se ne andò con le pive nel sacco, riferì sempre suor Ignazia, e nel tardo pomeriggio si presentò alla casa materna per vedere mamma e zio. Questi usufruirono del vantaggio del preavviso, e fu un bene perché non so se lo zio Settimio sarebbe stato in grado di sfoggiare l'autocontrollo feroce di Rosetta, e non oso immaginare quale avrebbe potuto essere la reazione della nonna Léontine. Mio padre fu accolto con la convenzionale cortesia riservata agli estranei, gli venne offerto il caffè, gli furono rivolte domande generiche sul suo lavoro e sulla durata della sua permanenza in città. Non venne invitato a restare, se ne andò dopo nemmeno una mezz'ora diretto al suo albergo perché, come disse, aveva un importante appuntamento d'affari. Resta per me un grande rimpianto: non aver potuto conoscere i sentimenti di mio padre in quella circostanza, sapere se aveva sofferto, se si era pentito, se nonostante tutto fosse rimasto in lui qualcosa di quell'affetto gioioso che in quella famiglia così eterodossa aveva ricevuto fino all'adolescenza.

                                                                                                                         Gralli

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