Uno, nessuno o centomila ritratti dell'amante, così è se vi pare

IL RITRATTO DELL'AMANTE (19)
La triade Amante/Amato-a/Ritratto, grazie alla combinatoria delle identità, dà luogo a tante storie diverse. Il Ritratto, da semplice sostituto di un amore lontano e perduto, diventa Amante: crudele come la Venere d'Ille. Ma anche Amata ideale: come le donne artificiali, fatte su misura da una moderna fabbrica; come la moglie surreale di Gogol; come la statua di Pigmalione che prende vita; come la bambola di Kokoschka; come il ritratto perduto di Laura; come la Gradiva dall'incedere divino di un antico bassorilievo; come la donna del ritratto di Poe, che ruba la vita alla modella. Un dato appare subito con folgorante chiarezza: il Ritratto-consolazione per l'amore perduto appartiene alle donne - la figlia del vasaio, Laodamia, Barbara - ha la funzione di richiamare l'originale, il vero Amato, e di attenuare il dolore; gli uomini in queste storie, invece, non amano donne vere, solo proiezioni ideali di esse, trovate, costruite, o fatte costruire da altri ad hoc; nel caso degli artisti il vero amore è la propria stessa arte.
https://www.bibliosalotto.it/il-ritratto-dellamante
In questa tragedia la triade di partenza, già ricombinata nelle storie precedenti, come si è visto, si frantuma ulteriormente in un vortice caleidoscopico di identità, ruoli, e soprattutto passioni, amorose e no; è Pirandello bellezza! E le cose si complicano.

Fausto Pirandello, Ritratto di Luigi Pirandello, 1936
Anche in questo caso una triade, ma molto diversa dalle precedenti: un giovane scultore, Sirio Dossi; un anziano scultore, Nono Giuncano; una modella, bellissima, Tuda.
Sirio, ovvero l'ossessione per la bellezza, da riversare in una statua perfetta, definitiva: unica e ultima sua opera, un'effige di Diana, dopo la quale non potrà esserci che la morte, la propria, autoinferta, che darà a lui, e all'opera sua, l'immortalità della fama.
Per farlo bisogna far morire la modella, che si consuma come nel Ritratto ovale in pose estenuanti; la bellezza e la vita di Tuda saranno trasferite nella materia marmorea, per sempre; sarà sposata perché non possa essere musa di nessun altro artista. Sirio è l'anti-Pigmalione, vuole trasformare, come il pittore di Poe, una donna viva e bella in un'opera che sfiderà il tempo e le sue ingiurie: immortale e incorruttibile, ma solo una statua inerte e gelida può diventarlo. Lo scultore ambizioso, contrariamente a Pigmalione che è spinto dall'amore e vuole il calore di una donna accanto a sé, ha il cuore duro come il marmo, insensibile al dolore della povera Tuda che lo ama e viene sacrificata sull'altare dell'arte.
Nono Giuncano è l'artista che rinnega la sua opera nel modo più violento; distrugge a martellate le sue statue non, come si potrebbe pensare, perché non le ritiene adeguate al suo ideale estetico, ma perché
straziato da questo paradosso dell'arte. Sceglie la vita "uccidendo" le sue statue che non potranno mai essere vivificate dall'intervento di Afrodite, le uccide perché morte.
Come si vede qui Pirandello porta all'estremo lo svelamento del paradosso artistico, il suo tormento esistenziale, di uomo e scrittore: la forma artistica uccide la vita, la sua immutabilità è quella della morte, la vita per essere tale è per definzione imperfetta e soggetta al tempo che la deturpa. La morte comunque risulta sempre vincitrice sulla vita, nella realtà perché ne costituisce il termine naturale, nell'arte perché non solo crea opere inanimate, ma priva lo stesso artista del vivere reale, nel momento in cui lo osserva e lo rappresenta.
La vita, o si vive o si scrive. Io non l'ho mai vissuta, se non scrivendola… Così Luigi Pirandello confidava all'amico Ojetti nel 1921.
Diana e la Tuda fu composta tra l'ottobre 1925 e l'agosto 1926 e rappresentata per la prima volta in
lingua tedesca al teatro Schauspielhaus di Zurigo il 20 Novembre 1926. La prima rappresentazione
in Italia fu affidata a Marta Abba alla quale la tragedia è dedicata. L'attrice impersonò la
protagonista nella prima del 14 gennaio 1927 al teatro Eden di Milano. Il testo della tragedia fu
pubblicato nel 1927 per i tipi dell'editore Bemporad.
( Fonte https://www.italianisti.it/pubblicazioni/atti-di-congresso/la-letteratura-degli-italiani-rotte-confini-passaggi/Galvagno%20Rosalba_1.pdf )

Un'ulteriore figura del caleidoscopio pirandelliano: la rappresentazione teatrale per prendere vita, nel senso letterale del termine, ha bisogno di donne e uomini che la raccontino, gli attori. In questo modo le storie raccontate simulano al meglio la realtà, ma non in maniera univoca, ogni rappresentazione dello stesso lavoro teatrale si presta, secondo registi e attori, ad interpretazioni diverse, dando vita davvero a centomila figure simili, ma non uguali, proprio come accade nella realtà. Le opere del grande teatro del passato, le tragedie greche, quelle di Shakespeare, i melodrammi, e tutto ciò che in seguito è stato composto, rivive e rivivrà attraverso la recitazione di attori viventi, ma anche attraverso il cinema. Forse questo è il modo migliore di non fare di un'opera artistica una cosa morta, e poiché siamo nell'epoca della riproducibilità, possiamo riprendere con le videocamere ciò che prende vita sul palcoscenico. La ripresa cinematografica, tuttavia, è ancora una volta un'opera mortifera: cristallizza la rappresentazione teatrale, gli attori in vecchieranno e moriranno, ma essa resterà immutabile. Sorgono dunque altri problemi e interrogativi, viene alla mente un altro scritto pirandelliano: I quaderni di Serafino Gubbio operatore, ce ne occuperemo, ma non qui, adesso ancora qualche riflessione relativa a Diana e la Tuda, o meglio fra il suo autore e la prima interprete: Marta Abba.

A Marta Abba per non morire: questa la significativa dedica di Pirandello di tutte le opere che compose per la grande attrice dopo Diana e la tuda. La triade Amante/Amato-a/Ritratto è qui declinata in modo tutt'affatto originale: l'Amante è un uomo avanti negli anni (almeno per l'epoca) che sente approssimarsi la morte, ma il suo genio creativo ancora brilla grazie anche all'Amata: il Ritratto, anzi i Ritratti, che egli dipinge con le parole, sono i personaggi femminili che si animeramno nel corpo e nella voce di Lei, sul palcoscenico. L'amore per la propria arte e l'amore per la donna sono una cosa sola e l'uno non può esistere senza l'altro; se Pigmalione ha avuto bisogno dell'intervento di una dea per animare la sua statua, qui sono le statue-personaggi che prendono vita grazie all'Amata.
Il frammento di un'intervista a Marta Abba, definita "attrice storica di Pirandello" tratta dalla trasmissione Con parole mie di RaiRadio1, da qui la trascrizione, ma il link alla quale rimanda non funziona.
https://nephelais.wordpress.com/2012/12/16/a-marta-abba-per-non-morire-il-ricordo-di-lei/
D. – Ci potrebbe spiegare il significato profondo della frase di Pirandello, che dedicando a lei le sue opere scriveva: "A Marta Abba per non morire"?
M. A. – Io ne fui per un po' di tempo quasi atterrita, di dover dare in pasto al pubblico questa dedica: e ..dico, chissà come la prenderanno..? E poi dopo mi sono fatta più.. più adulta e ho detto «basta, la prendano come vogliano, ma è così: "A Marta Abba per non morire"»: perché la Sua opera non muoia...
Lui voleva che io recitassi le sue opere"

Pirandello legge a Marta Abba "Trovarsi", Lido di Camaiore, Agosto? 1932
Poco si sa di certo su questo rapporto, un sodalizio artistico e sentimentale complesso, intenso e tormentato. Non vogliamo, per rispetto e discrezione, indagare se fu platonico o no. Il voluminoso carteggio intercorso fra i due è pubblico, i lettori trarranno le loro conclusioni. In calce il link per un interessante articolo.
Tanti sono stati le dicerie e i pettegolezzi su questa strana relazione, ma né le lettere dell'attrice allo scrittore, né, tanto meno, le missive del narratore a lei – entrambi i Carteggi sono stati pubblicati – sono riuscite a squarciare il velo che avvolge il sodalizio fra i due. Sicuramente, Luigi Pirandello era innamorato della sua Musa, mentre Marta Abba si mantenne sempre riservata e a debita distanza dal suo Maestro, com'essa chiamava, giustamente, il drammaturgo.
[...] Ad ogni modo, due interviste di Marta Abba – la prima concessa a 'Il Tempo' di Roma e la seconda alla Rivista 'Vita Italiana', rispettivamente del 10 marzo 1979 e del maggio-giugno 1988 – ci aiutano a comprendere meglio i reali rapporti fra i due.
Nel colloquio col quotidiano della Capitale, l'attrice dichiarò, tra l'altro, ad un certo punto, che quello dello scrittore "era il dramma dell'uomo, delle sue passioni, delle sue attese, delle sue eterne delusioni nel rapporto dell'io verso le cose, e verso il mondo esterno", senza fare il minimo cenno sulle relazioni interpersonali.
Nella conversazione con la menzionata Rivista, invece, essa fu più esplicita e ad una specifica domanda dell'intervistatore, Ennio Cavalli, rispose, testualmente, che "Molti non si rendono conto, non capiscono un rapporto che può essere sublime, diverso dai comuni rapporti tra un uomo e una donna".
La citata intervista, non tanto breve, per la verità, pone l'accento su tanti altri aspetti del loro legame, ma la milanese, sempre riservata, non si lasciò scappare nulla sebbene operasse parimenti qualche critica nei confronti del suo grande Nume: "Molto severo. Amava le sue opere e non voleva vederle bistrattate dall'interpretazione di certi attori".

Marta Abba in compagnia di Luigi Pirandello (Wikipedia)
PER APPROFONDIRE
https://www.e-performance.tv/2013/03/dianae-la-tuda.html
https://sinestesieonline.it/wp-content/uploads/2018/03/marzo2017-15.pdf
Pubblicazione dell'Istituto Studi Pirandelliani, Stracci sempre per favore le mie lettere,Bulzoni editore
Luigi Pirandello Lettere a Marta Abba Mondadori.
Gralli
