Viva la vida!

"E la vita scorreva, apriva sentieri, e non è mai vano percorrerli..."
Una premessa che forse non sarà accolta con favore.
Credo che il giudizio su qualunque opera d'arte (ma anche scientifica), debba essere indipendente da quello, positivo o negativo, che si può esprimere sul suo autore. In altre parole: possiamo avere un artista umanamente spregevole, ma creatore di opere sublimi che restano tali a prescindere; o viceversa, un essere umano di grande valore, ma autore di opere non eccelse.
La biografia dell'artista è utile per capire la temperie culturale in cui l'opera è nata, le motivazioni intellettuali ed emotive dell'autore, ma essa non influisce minimamente sul giudizio del prodotto, che, dal momento in cui viene offerto al pubblico, acquista una sua autonomia e deve essere giudicato per se stesso, come dire: le colpe dei padri non devono ricadere sui figli, ma neppure i meriti.
Tuttavia capita spesso che la vita dell'artista oscuri, nel bene e nel male l'opera sua, e i fruitori, proiettino sul prodotto l'impressione, quasi sempre emozionale, che l'autore ha suscitato. Se l'opera viene sopravvalutata, le conseguenze sono di tipo estetico e tutto sommato neutre; ma in caso di riprovazione morale, il suo riflesso sull'opera può portare a pericolosi casi di censura, e non si creda che questo sia un fenomeno d'altri tempi, la cosiddetta cancel culture è cosa d'oggi.
L'aspetto più preoccupante riguarda i criteri morali che ispirano approvazione o disapprovazione, chi decide della loro validità universale? In quali casi siamo di fronte ad arte degenerata? Facciamo un esempio concreto e un po' semplicistico: Madame Bovary o Anna Karenina in una società patriarcale, che vede nella subordinazione della donna al marito e alla famiglia un valore sociale, potrebbero essere messi all'indice o al rogo, metaforico e no. Il primo libro subì un processo, del secondo non so; comunque le due eroine muoiono e scontano la colpa. Non mancano gli esempi, e non solo quelli di molti secoli fa, o quelli relativi a società "arretrate"; nel nostro angolo di tempo e di mondo, si sono manifestati segnali preoccupanti: in una cosiddetta grande società democratica, per esempio, all'autore della biografia di Philip Roth, peraltro da lui stesso accreditata, è stato revocato dall'editore il contratto a causa del suo comportamento morale.
Relativamente alla produzione artistica di Frida Kahlo (so di rendermi impopolare) credo che la straordinaria vicenda umana di questa grande donna coraggiosa, si sia riverberata sulle sue opere, portandole ad un livello di valutazione eccessivo. Trovo i suoi quadri indubbiamente suggestivi, intrisi della rutilante cultura visiva del suo Paese, ma fondamentalmente ingenui e dilettanteschi; detto questo, vado a cercare un riparo contro le pietre che non mancheranno di piovere.
Il libro in questione non è una biografia, visto anche l'esiguo numero di pagine; si tratta di un monologo, un po' alla maniera di quello di Molly Bloom che conclude Ulisse di Joyce ( però con la punteggiatura).
Amori, tradimenti, passioni, ideali, sofferenza, la vita di Frida gridata in una lunga invettiva. Un testo forte e struggente, in origine più ampio e pensato per una rappresentazione teatrale che non venne portata a compimento. Da sottolineare la grande sensibilità con la quale l'autore, maschio, riesce a rendere i moti del cuore, dell'anima e dell'intelletto di questa grande figura femminile, del suo smisurato amore, quasi religioso, per la vita. Un testo raffinato e poetico.
Sfogliando il libro
Diego è come la mia vita: un lento avvelenamento senza fine, tra gioie di sublime intensità e abissi di angosciosa disperazione.
Eppure... amo la vita quanto amo Diego. E a volte, confondo l'odio per questa vita d'inferno con l'odio per Diego che mi trascina all'inferno e poi mi aiuta a uscirne. Lui mi ha ridato la forza per superare l'angoscia e nell'angoscia mi ha risprofondato mille volte. Ma so che l'angoscia è dentro di me: Diego è solo la scintilla che la scatena.
Ogni giorno, ogni notte... Ho amato Diego. L'ho odiato. È stato la causa e l'effetto. Il sole e la luna. Il giorno e la notte.
Diego, la mia vita e la mia morte. La mia malattia, la mia guarigione. La mia coscienza. Il mio delirio. La linfa più dolce, il deserto più desolato. La mia arsura e la mia pioggia. La fede in me stessa e il disprezzo per come mi sono lasciata martoriare senza porre un limite.

Frida Kahlo Ritratto di Diego Rivera 1937
Io non sono malata. Sono a pezzi.
Io non ho narrato il dolore dipingendo l'universo di me stessa, perché il dolore non si può raccontare.
Non c'è linguaggio che possa esprimere il dolore.
Il dolore è un urlo lacerante, un ruggito a denti stretti, una litania di gemiti, un delirio di parole spezzate, frantumate...
Parole mutilate dal dolore.
Io ho dipinto solo me stessa, perché si è soli nella sofferenza, perché la sofferenza genera solitudine.

Frida Kahlo, Autoritratto con vestito di velluto, 1926.
La figura umana di Frida Kahlo, merita rispetto e ammirazione per il coraggio e la determinazione con la quale ha affrontato terribili sofferenze cercando nella pittura, nonostante tutto, una ragione per vivere; ma non è questa l'oggetto in questione, il testo è dedicato alla donna, e non all'artista sulla quale le opinioni possono essere diverse.

Frida Kahlo Autoritratto con collana 1933
Gralli
