Il castello della lettera cifrata

Oh, che bel castello!
Un labirinto di labirinti: al centro un castello, dimora e romitaggio di un anziano Marchese che da vent'anni ha scelto di vivere in solitudine. Non tutti siamo nobili, non tutti abitiamo in un castello, ma tutti stiamo al centro di un labirinto che l'architetto Dedalo-Tempo ha costruito negli anni per noi: il passato, fatto di memorie spesso ingannevoli come alcuni percorsi dei labirinti veri.

Paul Klee, Castello e sole, 1928
Il Marchese vi si era volontariamente chiuso, a proteggersi contro il disgusto del mondo, ma ora vuole uscirne con l'aiuto di un Teseo per nulla eroico, plebeo: Battista, un servitore scettico e perplesso, che dovrà consegnare una lettera di riavvicinamento ad un nobile vicino, un Conte, col quale ci sono stati conflitti non molto chiari.

Bartolomeo Veneto, Ritratto di gentiluomo col labirinto, 1510
Questo il filo che dovrà far uscire dai rispettivi labirinti i due rivali di un tempo e metter fine ai loro risentimenti e solitudini.
Ma il labirinto, metafora pervasiva di questa storia, oltre che immateriale, è proteiforme e assume aspetti paradossali. La missiva, che dovrebbe essere strumento chiarificatore, è in realtà un lungo scritto, nel quale le lettere dell'alfabeto sono volutamente alterate dal Marchese e le parole sono prive del distanziamento: la sua incomprensibilità, o almeno l'ambigua, o addirittura molteplice, interpretazione cui si presta, ne fanno un labirinto nel labirinto, e mettono in dubbio l'intento pacificatore dichiarato.

Lettera cifrata di Lucrezia Borgia
Le istruzioni date al servitore Battista sulla strada da percorrere, sul comportamento da tenere nella consegna e nell'attesa durante la lettura del Conte, sono, come già in Il cacciatore di leoni*, un lungo monologo, divagante. Ancora un labirinto, fatto di congetture sulla reazione del Conte al ricevimento e lettura della missiva; di confessioni del Marchese sul suo passato e a proposito della sua amante; della rivalità fra i due nobili per questioni di donne; della propria passione per lo studio degli insetti; di stravaganze, quali l'imposizione al servitore di vestire di verde, colore preferito del Conte, delle due rane che dovrà catturare e portare in tasca e liberare al momento opportuno al suo cospetto. Difficile dar conto della fluviale, assurda, delirante esternazione del Marchese, che non manca di alterigia nobiliare nei confronti del povero Battista che, come avverte il padrone, in questa "missione" potrebbe anche buscarsi qualche pesante bastonatura.
* https://www.bibliosalotto.it/l/il-cacciatore-di-leoni/

Gabriel Cazals, Rane, 1894
Il delirio del Marchese verso la fine sfocia nella paranoia, Battista era già stato avvertito delle randellate che i servi del Conte, indispettito, gli potrebbero propinare, ma un ben più grave pericolo potrebbe attenderlo: una banda di malfattori, di ignoto mandante che vorrebbe impadronirsi della lettera. Seguono, come al solito, minuziose istruzioni per non farsi scoprire e, in caso di cattura, per come comportarsi per salvare la pelle, usando anche uno stratagemma previsto dal Marchese.
E Battista che dice? Nulla. Di lui conosciamo solo indirettamente, intervallate nel monologo, le sue smorfie di insofferenza, le perplessità, le alzate di spalle di cui il padrone lo rimprovera: un interlocutore muto, passivo, lo stesso ruolo della donna che, all'altro capo del filo, ascolta (?) il lungo, analogo farneticante monologo che costituisce Il cacciatore di leoni.
Il Marchese in realtà non parla, ma "si parla". Il servitore - del quale non sappiamo nulla, se non che ha una gamba più corta dell'altra e una zoppia, in certo qual modo erotica - in piedi, con la sua malcelata insofferenza, sta lì a sottolineare il vaneggiamento di solitudine, di isolamento, di incapacità comunicativa del suo padrone che, tuttavia o proprio per questo, ha bisogno, disperatamente di un "pubblico".

George Percy Jacomb-Hood, Il maggiordomo 1910
È un po' ciò che accade quando in treno, in una sala d'aspetto, su una panchina, uno sconosciuto attacca bottone e vi racconta tutta la sua vita, senza darvi modo di interloquire. E quanto accade su scala macroscopica nei social, che ad onta del loro nome, di sociale hanno ben poco, ma sono solo il palcoscenico della solitudine di massa, dove va in scena il bisogno disperato di un pubblico e di conferme; dove raramente si ricercano scambi reciproci, prospettive alternative alle proprie.
In qualche modo, infine, dalla mise en abyme labirintica si potrebbe uscire, non a riveder le stelle, ma piuttosto alla luce livida di una ipotetica verità, per il lettore inaspettata, spiazzante, amara, proprio nelle ultime righe. Non la rivelerò naturalmente.
Infelicità, solitudine, isolamento, incapacità di comunicare con l'altro: temi ricorrenti, rappresentati in molte variabili, surreali e assurde, talvolta con un pizzico di horror, nelle opere di Tomeo. Una cifra stilistica e di contenuto che lo colloca nell'ambito di grandi autori quali Poe, Kafka, Ionesco, Beckett, Camus.
Gralli
