Il luogo della vita finta

27.09.2026

Il testo che segue è tratto dal libro Papalagi. Discorso del capo Tuiavii di Tiavea delle isole Samoa del quale si è dato conto in due articoli precedenti.

Il libro (pubblicato nel 1920) è considerato a tutti gli effetti un falso storico e una contraffazione letteraria, opera dello scrittore e pittore tedesco Erich Scheurman, il quale utilizzò l'espediente del racconto del "buon selvaggio" - analogamente a quanto avviene nelle Lettere persiane di Montesquieu -per compiere un'analisi satirica della società del primo Novecento. L'opera è tuttavia di grande interesse dal punto di vista antropologico quale esempio di relatività culturale e conserva a tutt'oggi la sua pungente valenza satirica.

Il Buon Selvaggio al cinema

Non è facile descrivervi questo posto che il Bianco chiama cinema, in modo che possiate riconoscerlo chiaramente con i vostri occhi. In ogni località europea c'è questo luogo misterioso che gli uomini amano più di una missione. Già da bambini ci pensano sognanti.
Il cinema è una capanna, più grande della grande capanna del capo di Upolu, molto più grande. È buia anche nei giorni più chiari, così buia che non si riesce a vedere niente. Si rimane abbagliati quando si entra, e ancor più abbagliati quando se ne esce. Vi strisciano dentro le persone, vanno tastoni lungo le pareti, finché arriva una donna con una scintilla di fuoco e li conduce dove c'è ancora posto. I Papalagi stanno accovacciati nell'oscurità vicinissimi l'uno all'altro, la stanza buia è piena di persone in silenzio. Ognuno sta seduto su una stretta tavoletta; tutte le tavolette stanno nella direzione della stessa parete.

Dal fondo di questa parete, come da una profonda voragine, escono fuori con impeto forti rumori e ronzii, e appena gli occhi si sono abituati all'oscurità, si distingue un Papalagi che da seduto lotta con una cassa. Vi sbatte sopra con le mani ben allargate, su molte piccole lingue bianche e nere che la grande cassa tira fuori, e ogni lingua manda alte grida, ognuna con un suono diverso a ogni tocco, provocando uno stridore folle e selvaggio, come se tutto il villaggio fosse in lite. Questo fracasso dovrebbe distogliere e indebolire i nostri sensi; per farci credere a quel che vediamo e non farci dubitare che esista realmente. 

Davanti, sulla parete, risplende un raggio di luce, come se vi brillasse un vivido chiaro di luna, e nella luce si vedono uomini, veri uomini, con l'aspetto e nei panni di veri Papalagi, che si muovono e vanno su e giù, che corrono, ridono, saltano, proprio come si vede ovunque in Europa. È come l'immagine riflessa della luna nella laguna. È la luna, ma non lo è. Anche questa è solo un'immagine. 

Tutti muovono la bocca, non si può dubitare che parlino, ma non si sente né suono né parola, per quanto si cerchi di ascoltare e sia angosciante non sentire niente. E questo è anche il motivo principale per cui quel Papalagi colpisce così la cassa: deve far credere che gli uomini sulla parete non si possono sentire per il fracasso. E per questo compaiono di tanto in tanto alla parete delle scritte, che annunciano cosa ha detto o dirà il Papalagi.

Tuttavia questi uomini sono solo apparenza, non sono veri. Se si cercasse di afferrarli ci si accorgerebbe che sono fatti solo di luce e non si lasciano prendere. Stanno lì solo per mostrare al Papalagi tutte le sue gioie e sofferenze, le sue follie e debolezze. Vede gli uomini e le donne più belli proprio vicino a sé. Anche se sono muti, ne può vedere i movimenti e la luce degli occhi. Sembrano illuminare proprio lui e parlargli. Vede indisturbato e da vicino i capi più importanti, con i quali non potrebbe mai stare, come fossero suoi pari. Prende parte a molti banchetti, ricevimenti e altre feste, sembra che stia sempre lì a mangiare e festeggiare insieme. Ma vede anche come il Papalagi si prende la donna di un altro. O come una fanciulla è infedele al suo ragazzo. Vede un uomo violento afferrare la gola di un ricco signore, affondare le dita profondamente nella carne del collo, e schizzare fuori delle orbite gli occhi del ricco signore, lo vede morire e vede come l'uomo violento strappa dai suoi panni il metallo rotondo e la carta pesante. Mentre gli occhi del Papalagi stanno a guardare queste cose divertenti e atroci, deve starsene seduto e zitto; non può rimproverare la donna infedele, non può accorrere in aiuto del ricco signore per salvarlo. Sta a guardare tutto questo con gran voluttà, come se non avesse cuore. Non prova né orrore né avversione. Osserva tutto come se lui stesso fosse un'altra creatura. Perché chi sta a guardare è sempre convinto di essere meglio degli uomini che vede tra i raggi di luce, e di poter scampare alle follie che gli vengono mostrate. Muto e trattenendo il fiato tiene gli occhi appiccicati alla parete, e appena vede un cuore valoroso e un'immagine nobile, se la prende nel cuore e pensa: questa è la mia immagine. Siede completamente immobile sulla sua panca di legno e fissa la ritta parete levigata sulla quale non ha vita che un ingannevole raggio di luce, gettato da un mago attraverso una stretta fessura della parete opposta, su cui prende vita tanta finta vita.

Trascinare dentro di sé queste false immagini che non hanno una vita reale: è questo che procura tanto piacere al Papalagi. In questa stanza buia può insinuarsi in una vita falsa, senza vergogna e senza che gli altri uomini lo vedano in viso. I poveri possono giocare a fare i ricchi, e i ricchi i poveri, l'ammalato può fingersi sano, il debole fingersi forte. Ognuno può nell'oscurità prendere per sé e vivere nella finta vita quel che nella vita reale non ha vissuto né mai vivrà.
Dedicarsi a questa finta vita è diventata una grande passione del Papalagi, una passione talvolta così forte da far dimenticare la vita reale. Questa passione è insana perché un uomo giusto non può volere una vita d'apparenza in una stanza oscura, ma una calda vita reale alla luce del sole. La conseguenza di questa passione è che molti Papalagi una volta fuori dal luogo della finta vita, non la riescono più a distinguere dalla vita reale, e tutti confusi si credono ricchi se sono poveri, e belli se sono brutti. Oppure compiono misfatti che nella loro vita reale non avrebbero mai fatto perché non sanno più distinguere quel che è reale da quello che non lo è. È una condizione molto simile a quella che conoscete bene nell'Europeo, quando ha bevuto troppa kava e crede di camminare sull'acqua.

Nulla da dire, la descrizione è perfetta, ricordiamo che il cinema all'epoca della pubblicazione del libro era muto, in sala si effettuava un accompagnamento musicale su pianoforte, dal vivo. Chissà se Tuiavii ha poi saputo che il cinema era destinato a diventare sonoro. Questo brano ci può strappare un sorriso, ma pÈ chiaro che qui non possiamo essere d'accordo, il commento è decisamente oscurantista, nega valore ad un prodotto artistico. La "vita finta" È una di quelle considerazioni che si rifanno al mito del "buon selvaggio" e al rifiuto del progresso che ho criticato nell'articolo.


roseguiamo nel commento.


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