Il maggiordomo miope

Il buio oltre la palizzata
Come già in Il castello della lettera cifrata**, e in Il cacciatore di leoni* la connotazione stilistica è quella del surreale, dell'assurdo, del grottesco, di tipo kafkiano. L'azione, a carattere teatrale, con due soli personaggi - un maggiordomo e il suo padrone - si svolge in una stanza chiusa. La narrazione, priva di trama, è sostenuta dal solo dialogo fra i due che, privo di una logica interna, procede per accumulazione e digressioni assurde, pseudo filosofiche. Il padrone, che ricopre una carica di governo della città quale non meglio precisato Sovrintendente, ha convocato il maggiordomo Rodolfo - prossimo a lasciare il servizio causa pensionamento - per tenergli un solenne discorso.
Non si tratta di un monologo come quello del Marchese nel Castello, ma i ruoli dei due dialoganti sono, come si può intuire, fortemente asimmetrici. A marcare ulteriormente la disparità, il Sovrintendente pretende che il maggiordomo, miope come da titolo, gli consegni gli occhiali durante la conversazione: questi percepirà in modo offuscato i movimenti del padrone, che vuol dire ciò? La miopia per l'autore è fondamentale, tanto da essere collocata nel titolo, al lettore l'onere di decifrarne il complesso significato simbolico. Il tema sarà esposto in in altro libro di Tomeo Problemi oculari edizione il melangolo, che tratteremo.

Mstislav Dobuzhinsky, L'uomo con gli occhiali, 1906
Le risposte di Rodolfo, sempre sulla difensiva, e talvolta astute, tentano di arginare il flusso oratorio del Sovrintendente e di aggirare domande imbarazzanti. Ma qual è l'argomento della conversazione? Per capirlo è necessario sapere che il maggiordomo non solo lascerà il servizio, ma si trasferirà dall'altra parte della città, che si estende oltre una simbolica palizzata ed è abitata da un popolo inquietante, i cabileni.
Sono costoro una popolazione altra, primitiva, pressoché animalesca, in fase involutiva, di ritorno allo stato scimmiesco, secondo una farneticante teoria evoluzionistica; estranei alla civiltà, ai suoi costumi e alle sue leggi costituiscono una minaccia per la città, il rischio una pericolosa contaminazione. Di questo pontifica il signor Sovrintendente, e il maggiordomo si destreggia con le risposte per non compromettersi. Impossibile dar conto di tutto ciò che i due dicono dei cabileni i quali, dai discorsi dei due dialoganti, appaiono al lettore sfuggenti e vaghi, contraddittori, come i pareri di coloro che ne stanno parlando.

"Legere e non intelligere est negligere", 1503, affresco, Libreria Albèri, Museo dell'Opera del Duomo, Orvieto
Infine la proposta: al maggiordomo si richiede la partecipazione ad una missione importante, dovrà infiltrarsi fra gli abitanti di oltre confine, fingersi cieco, guadagnarsi la loro fiducia e fornire informazioni.
Come si conclude la storia? In un modo sorprendente, metanarrativo per così dire, e fortemente ironico, ovviamente non lo rivelerò.
Per concludere: molte le interpretazioni che possono darsi di questa storia, soprattutto delle situazioni secondarie, il tema principale potrebbe essere contenuto nel fardello dell'uomo bianco*? Ma il rapporto fra la civilizzata città e ciò che sta extra mœnia potrebbe riguardare un problema reale e contemporaneo?
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* Poesia di Rudyard Kipling, manifesto del colonialismo e dell'imperialismo occidentale qui la prima strofa
Raccogli il fardello dell'Uomo Bianco–
Disperdi il fiore della tua progenie–
Obbliga i tuoi figli all'esilio
Per assolvere le necessità dei tuoi prigionieri;
Per vegliare pesantemente bardati
Su gente inquieta e selvaggia–
Popoli da poco sottomessi, riottosi,
Metà demoni e metà bambini.
Qui il testo completo, assai discusso, lascio ai lettori l'interpretazione.
https://it.wikipedia.org/wiki/Il_fardello_dell%27uomo_bianco
Gralli
