Il Piccolo Principe 3

Petite fleur
TERZA PARTE
E arriviamo così al capitolo sesto, dove veniamo a sapere che quando siamo tristi guardiamo i tramonti. Ecco una bella frase da cioccolatini che passa per poesia, per chi la poesia vera non la conosce.
Oh, piccolo principe, ho capito a poco a poco la tua piccola vita malinconica. Per molto tempo tu non avevi avuto per distrazione che la dolcezza dei tramonti.

Capitolo settimo. Il povero pilota è davvero nei guai, la sua riserva d'acqua si va estinguendo e i tentativi di riparare il motore sono inutili. Mentre sta lì con una chiave inglese fra le mani sporche di grasso, probabilmente con una gran voglia di bestemmiare, il piccolo petulante, con la solita arroganza lo tormenta con una mitragliata di domande sulle spine dei fiori che pare non servano a nulla perché le pecore i fiori li mangiano lo stesso. Ora questa potrebbe essere una interessante questione scientifica, quella che gli evoluzionisti chiamano la "corsa agli armamenti" o coevoluzione, le difese della preda evolvono e in concomitanza anche quelle del predatore, ma il pilota di sicuro lo ignorava, e allora il tutto vira in riflessioni pseudo poetiche.
E se io conosco un fiore unico al mondo, che non esiste da nessuna parte, altro che nel mio pianeta, e che una piccola pecora può distruggere di colpo, così un mattino, senza rendersi conto di quello che fa, non è importante questo!
Arrossi, poi riprese:
Se qualcuno ama un fiore, di cui esiste un solo esemplare in milioni e milioni di stelle, questo basta a farlo felice quando Io guarda.
E lui si dice: Il mio fiore è là in qualche luogo.
Ma se la pecora mangia il fiore, è come se per lui tutto a un tratto, tutte le stelle si spegnessero!
Ognuno ha la poesia che si merita.

Il capitolo ottavo è sicuramente quello che gli adoratori del libro giudicano uno dei più poetici, fra i più irritanti per chi legge con occhio critico. Innanzi tutto una precisazione lessicale: fiore, fleur in francese è femminile, alcune traduzioni per mantenere il genere hanno preferito rosa; si vedrà che non è un dettaglio da poco.
Un mattino sul pianetino spunta un fiore diverso da tutti gli altri, nato da un seme venuto da lontano. Il suo sbocciare è lungo e laborioso.
ll fiore non smetteva più di prepararsi ad essere bello, al riparo della sua camera verde. Sceglieva con cura i suoi colori, si vestiva lentamente, aggiustava i suoi petali ad uno ad uno. Non voleva uscire sgualcito come un papavero. Non voleva apparire che nel pieno splendore della sua bellezza. Eh, sì, c'era una gran civetteria in tutto questo! La sua misteriosa toeletta era durata giorni e giorni.
Naturalmente è straordinario, e straordinariamente odioso. Si presenta fingendo di essersi appena svegliato, mentre erano giorni e giorni che lavorava alla sua apparizione, che naturalmente avviene contemporaneamente al levarsi del sole. Sa di essere bello e lo dice. Subito dopo, con piglio autoritario e capriccioso, comincia a pretendere le cure.
Chiede di essere innaffiato subito, giustifica la presenza delle spine con la paura delle tigri, che peraltro non ci sono sul pianeta.

Così l'aveva ben presto tormentato con la sua vanità un poco ombrosa.
«Non ho paura delle tigri, ma ho orrore delle correnti d'aria... Non avresti per caso un paravento?»
«Orrore delle correnti d'aria? «È un po' grave per una pianta», aveva osservato il piccolo principe. «È molto complicato questo fiore...»

Un rompiscatole piuttosto. Pretende una campana di vetro per ripararsi dal freddo della notte e tossisce per far sentire in colpa il principino.
Così il piccolo principe, nonostante tutta la buona volontà del suo amore, aveva cominciato a dubitare di lui.
«Avrei dovuto non ascoltarlo», mi confidò un giorno, «non bisogna mai ascoltare i fiori. Basta guardarli e respirarli. Il mio, profumava il mio pianeta, ma non sapevo rallegrarmene. Quella storia degli artigli, che mi aveva tanto raggelato, avrebbe dovuto intenerirmi». E mi confidò ancora: «Non ho saputo capire niente allora! Avrei dovuto giudicarlo dagli atti, non dalle parole. Mi profumava e mi illuminava. Non avrei mai dovuto venirmene via! Avrei dovuto indovinare la sua tenerezza dietro le piccole astuzie. I fiori sono così contraddittori! Ma ero troppo giovane per saperlo amare».
Non ci vuole troppa perspicacia per capire che questa bella allegoria, esposta in un pessimo dialogo, adombra il rapporto dell'autore con una donna, una bella coppia: immaturo lui, vittimista e capricciosa lei. Ma ciò che mi fa davvero arrabbiare è quel i fiori sono così contraddittori, che tradotto diventa: le donne sono così incoerenti! Paragoniamo questo siparietto con una fiaba classica e ci accorgiamo subito della differenza di spessore artistico e di significato.
(continua)
Gralli
